History of Pink Floyd Ch.2

Music in colour Con l’inizio del 1966 le sorti dei Pink Floyd presero una piega straordinariamente positiva. E’ l’anno in cui i gruppi psichedelici vanno alla conquista di Londra cercando di accaparrarsi le serate nei clubs londinesi di maggiore avanguardia. Tra questi spiccava il Marquee Club di Wardour Street nel quartiere di Soho, il locale dove erano transitati i Rolling Stones e gli Who, ma ottenere una data era una cosa molto ambita. I Pink Floyd riuscirono in questa impresa partecipando, la domenica pomeriggio, a delle session chiamate Spontaneous Underground. Il contatto diretto con un pubblico molto esigente in un Club di prestigio, da all’artista la percezione delle proprie capacità artistiche ed i Pink Floyd superarono brillantemente questo esame e dopo altre esperienze nei locali della città approdano finalmente al mitico UFO. E’ la sera del 23 dicembre 1966 e tutta la Londra hippy si raduna alla festa inaugurale dell’UFO, i Pink Floyd si presentano sul palco a mezzanotte in un’atmosfera densa di fumo, odori, luci e colori. Lo spettacolo fu curato nei minimi particolari ed alla fine ne uscirono come il gruppo più amato della Londra underground. Alcune serate al Marquee e all’UFO, serate che accrescono rapidamente la loro popolarità e la loro esperienza sul palco, e decidono di dar vita ad un progetto al quale stavano lavorando già da tempo: un grande spettacolo totale psichedelico. Chiamarono questo loro primo show “MUSIC IN COLOUR, PINK FLOYD” e venne presentato la prima volta al Commonwealth Institute di Londra il 17 gennaio 1967. Lo spettacolo giustifica in pieno il titolo, suoni ed immagini si mescolano alla perfezione tanto da sembrare un tutt’uno avvolgendo completamente lo spettatore tanto nell’apparato visivo che in quello uditivo. Il volume è portato al limite di tollerabilità, mentre gli effetti (Larsen, Echo, distorsioni) vengono sistematicamente utilizzati in modo violento ed innovativo. Visivamente si sovrappongono luci stroboscopiche, proiezioni girevoli a 360 gradi, spotlights e altre fonti di luci che colpiscono senza tregua l’occhio. Tutta questa tecnologia rende perfettamente l’universo musicale della band, il più grande gruppo psichedelico che Londra abbia mai conosciuto. Sembra che sia stato questo il concerto a dare la definitiva notorietà ufficiale ai Pink Floyd, per i quali si disse: “dopo i Beatles non si è mai più nè visto nè sentito niente di così nuovo”. I veri precursori della tecnica del light-show furono i Soft Machine, che attraverso Mark Boyle (un vero pioniere in questo campo) avevano a lungo sperimentato tale tecnica nelle Isole Baleari e tornati a Londra avevano impressionato molto per la perfezione dei loro concerti. I PINK FLOYD colmarono questa distanza andando a studiare le tecniche di armonizzazione luce-suono all’Art College d’Hornsea, rendendo con loro il tecnico Jo Cannon che per lungo tempo verrà considerato il quinto elemento dei PINK FLOYD e lo show che ne venne fuori fu uno dei primi capolavori del duo Barrett- Cannon. I primi mesi del 1967 sono impegnati in una serie di serate in locali, radio, televisioni e l’accresciuto interesse da parte della stampa e la pressione degli ingaggi erano giunti al punto di compromettere gli studi. A questo punto mancava solo un vero contratto con una casa discografica. Sia l’Elektra che la Polydor si fecero avanti, ma alla fine a spuntarla fu la potente EMI che scritturò i Pink Floyd grazie ad un consistente anticipo e ad una percentuale sui diritti maggiore delle concorrenti. I Pink Floyd entrano in studio per la registrazione del loro primo 45 giri, due composizioni di Barrett, Arnold Layne e Candy and a current bun; ed alla fine di febbraio fanno il loro ingresso nel mondo discografico, centrando in pieno l’immagine che si erano creati. Il problema della droga, cui ormai Barrett faceva sempre più ricorso, era lo spauracchio maggiore al quale la EMI doveva porre attenzione. Mise alle loro costole Norman Smith che provvedeva a far rispettare le condizioni poste dalla casa discografica circa i contenuti dei brani (ad esempio il lato Layne doveva chiamarsi B di Arnold Let’s roll another one, con chiare allusioni). Ed inoltre anche alcune radio brani commentando che il rifiutarono i loro effetto sulla persona era equivalente all’effetto dell’ LSD. Ma nonostante tutto le esibizioni si moltiplicavano e l’UFO era sempre un punto di riferimento per le serate di sperimentazione musicale alla quale Syd Barrett aveva ormai abituato il suo pubblico. Il 12 maggio suonarono al Queen Elisabeth Hall ed è in questa serata che Syd Barrett si espresse come non mai, fornendo la migliore prestazione di sempre. Fu anche questo il concerto che aprì le porte all’estero ai PINK FLOYD, uno spettacolo sofisticato che unisce il light show liquido (tecnica che consisteva nella proiezione di protoplasmi ottenuti con liquidi colorati iniettati tra due lastre di vetro) a filmati surrealisti in 35 mm, il tutto coronato da un impianto sonoro quadrifonico, il primo del genere, una vera novità in un periodo ove il grande pubblico iniziava appena a scoprire la stereofonia. Purtroppo il concerto alla Queen Elisabeth sarà per Syd uno degli ultimi, ma lui già lo sapeva e pagò non solo gli sforzi sovrumani che richiedevano la sua musica e il suo universo, ma anche l’uso indiscriminato di LSD. Le sue assenze dalle scene ormai erano sempre più frequenti, ma il resto del gruppo, in accordo con la EMI, riesce comunque a portare a termine la registrazione di un secondo 45 giri, See Emily play che raggiunse ben presto le vette delle classifiche. Related posts: History of Pink Floyd Ch.1 History of Pink Floyd Ch.3 History of Pink Floyd Ch.4 History of Pink Floyd Ch.5 History of Pink Floyd Ch.6