Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze

Misteri analoghi a quelli finora raccontati costellarono persino la vita e la morte dei presidenti americani Abraham Lincoln (1809-1865) e John Fitzgerald Kennedy (1917-1963). Si racconta inoltre che Lincoln appaia sempre alla vigilia della morte di un altro presidente e pare, infatti, che sia apparso anche a John Kennedy il giorno prima di partire per Dallas, sua ultima fatale visita. Tantissime e straordinarie furono le coincidenze, che costellarono la vita e la morte di questi due presidenti. Troppe, per essere sbrigativamente attribuite al caso. Innanzitutto, Lincoln venne eletto presidente nel 1860. Kennedy, esattamente 100 anni dopo, nel 1960. Lincoln fu ucciso di venerdì, alla presenza della moglie. Anche Kennedy venne assassinato mentre era al fianco di sua moglie, e di venerdì. Ad entrambi i presidenti spararono, e tutti e due furono colpiti da dietro e alla nuca. Subito dopo l’attentato, ricevettero i primi soccorsi dalla propria moglie. Lincoln e Kennedy morirono senza riprendere conoscenza. Oltre ai particolari della morte in comune, ne esistono altri. La moglie del presidente Lincoln perse un figlio, mentre risiedeva alla Casa Bianca. La stessa cosa accadde alla moglie di Kennedy. Sia Lincoln che Kennedy avevano avuto 4 figli e, al momento della loro uccisione, solo 2 di questi erano vivi. Il vice di Lincoln si chiamava Johnson ed era nato nel 1808. Il vice di Kennedy si chiamava, pure, Johnson ed era nato nel 1908, a distanza di 100 anni esatti dall’altro. L’assassino di Lincoln si chiamava John Wilkes Bootk ed era nato nel 1839. L’assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald, era nato nel 1939, 100 anni dopo l’altro. E’, pure, perlomeno curioso osservare che la somma delle lettere che compongono nome e cognome dell’assassino di Lincoln dà 15 come totale e così è anche per l’assassino di Kennedy. Ma le coincidenze straordinarie non finiscono qui. John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald erano entrambi sudisti. Tutti e due i presidenti avevano condotto aspre battaglie per i diritti civili dei negri: Lincoln con il Proclama di Emancipazione e Kennedy con la legge sui Diritti Civili. Al momento dell’attentato Lincoln e Kennedy si trovavano assieme, oltre alle proprie mogli, ad una coppia di amici. Per quanto riguarda le coppie di amici, le donne rimasero illese, gli uomini furono feriti dagli attentatori (il maggiore Rathbone nel 1865 e il governatore Connally nel 1973). Il segretario di Lincoln si chiamava Kennedy e cercò di dissuadere il presidente dall’andare a teatro quella sera. La segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln e, anche lei, tentò di convincere il presidente a non andare a Dallas. Un altro fatto abbastanza singolare è che il marito della donna si chiamava Abraham, come Lincoln. Quando avvenne l’attentato, Kennedy stava attraversando le vie di Dallas su un’auto – guarda caso – di marca Lincoln, prodotta dal gruppo Ford. Booth assassinò Lincoln in un teatro e si rifugiò in un magazzino. Oswald sparò a Kennedy da un magazzino e si rifugiò in un teatro. Booth spirò 11 giorni dopo Abramo Lincoln, entrambi alle 7,20 del mattino. Oswald morì 48 ore dopo Kennedy, pure, alla stessa ora, le 13. A Lincoln successe Andrew Johnson e a Kennedy Lindon Johnson. Durante il loro ultimo anno di presidenza, sia Andrew sia Lindon Johnson furono travolti da uno scandalo politico, che impedì loro di candidarsi per un nuovo mandato. Alcuni studiosi attribuiscono ai numeri particolari poteri. Vi sono strabilianti casi di ciclicità storica. Mouèsan de la Villoret enuncia, al proposito, sette leggi. La prima afferma che esiste “…un rapporto costante fra il numero effettivo dei capi di uno Stato o dei principi di una dinastia e la somma delle cifre, sia della prima, che dell’ultima data o delle due riunite”. Studiando la dinastia dei Merovingi, Mouèsan de la Villoret scoprì che l’incoronazione di Clodione, primo re, si verificò nell’anno 427, che, sommato a sé stesso, (4+2+7) dà 13 e che anche quella dell’ultimo re, Childerico II, che avvenne nell’anno 670, (6+7) dà ancora 13. I re Merovingi furono 13. Un altro enunciato afferma che, capovolgendo la data iniziale di una monarchia, si ottiene l’anno della sua fine. Ad esempio, l’anno d’inizio dei Carolingi: il 789 invertito ci dà l’anno dell’estinzione della monarchia carolingia. Il dogato di Venezia ha inizio il 697; invertendo l’anno in questione si ottiene quello della sua fine: 1796. Il numero 3 influenzò, con insistenza, la vita del principe Bismark. Egli, infatti, servì 3 sovrani, combattè 3 guerre, fu l’artefice della stipulazione di 3 trattati di pace, rese possibile l’incontro di 3 inperatori e preparò la Triplice Alleanza. I simboli araldici del suo casato furono le foglie del trifoglio e 3 foglie di quercia col motto “In trinitate rebur”. Ebbe, ancora, 3 figli, 3 possedimenti e controllò 3 partiti: i conservatori, i liberali e gli ultramontani. In relazioni a certi cicli, che segnano eventi luttuosi, vi è un esempio molto illuminante ci viene dalla storia dei re d’Inghilterra. Sto parlando del “sabato nero” della monarchia inglese. Un sabato, il 18 marzo del 1702, morì Guglielmo II. Un sabato, l’1 agosto del 1704, trapassò la regina Anna. Anche di sabato, il 10 giugno 1727, morì Giorgio I° e, sempre di sabato, il 25 ottobre 1760, si spense Giorgio II°. Di sabato morì anche Giorgio III°, era il 30 gennaio 1820. Ancora di sabato, il 26 giugno 1830, morì Giorgio IV. Identica sorte toccò ad Eduardo VII, quando morì era sabato 7 maggio 1910. Related posts: Nostradamus, il profeta. Historia de Fidel Le Brigate rosse I templari Pt.2 I templari Pt.1

La fontana angelica

Nella città di Torino sembra che nulla sia stato lasciato al caso, nemmeno l’orientamento delle chiese, dei palazzi, il disegno delle piazze o addirittura le facciate di certe costruzioni patrizie: gli architetti si sono tramandati per secoli i significati nascosti dei simboli attraverso le loro opere. Per capire, o non capire ciò, dobbiamo rifarci alla Massoneria che custodisce ancora il segreto dei simboli e tornare a migliaia di anni fa quando Hiram costruì a Gerusalemme il tempio di Re Salomone. Hiram era il depositario dei segreti che provenivano da Kha, l’architetto dei faraoni, e prima di lui da Toth, che insegnò agli uomini linguaggio, scrittura e tecnologia. La Fontana Angelica di piazza Solferino è costruita secondo queste regole e al di là della sua architettura esteriore c’è tutta una tradizione massonica molto difficile da interpretare. Storicamente la fontana era stata richiesta al Comune dal grand’Ufficiale Pietro Bajnotti a ricordo dei propri genitori, e avrebbe dovuto essere collocata di fronte al Duomo. In chiave esoterica la scelta di spostarla dove si trova oggi fu sbagliata, perché la fontana ha perso l’orientamento verso est.Così come ci appare è composta da quattro gruppi di statue appoggiati a basi di granito: ai lati ci sono due gruppi femminili, la Primavera e l’Estate; al centro in posizione più alta si trovano due figure maschili che versano acqua da un otre, l’Autunno e l’Inverno. La Primavera è seduta su un mantello di fiori e con una mano accarezza un bimbo che lancia nell’aria uno stormo di rondini; alle loro spalle c’è un altro bambino che solleva il mantello dove è seduta la donna. L’Estate è sul lato destro appoggiata a fasci di spighe e vicino ha un bimbo che sorregge una ghirlanda piena di mele, pere ed uva. L’Autunno, giovane, è appoggiato alla chiglia di una nave e nasconde in una mano una rosa un po’ appassita; la figura è avvolta da una ghirlanda di melograni e sull’altro lato vi è un bambino che gioca con ananas, banane e pannocchie. L’Inverno è una figura barbuta e corrucciata, appoggiata ad un ceppo di quercia dai rami spogli e nodosi; la sua mano afferra l’otre a forma di ariete, poggiato ad un’aquila con una sola ala aperta. Sul lato posteriore si trova un bimbo sorridente con i capelli disposti a raggiera; un altro bimbo gli offre un grosso pesce, mentre un terzo gioca con una ghirlanda di pigne.  Ma veniamo al significato nascosto dell’opera. L’Inverno guarda verso oriente e, insieme con l’Autunno, rappresenta i giganti Boaz e Jaquim, i due sostenitori delle colonne d’Ercole, i guardiani della soglia che immette sull’infinito. Boaz è la “parola di passo”, il primo grado dell’iniziazione che il neofita compie nel cammino per i trentatré scalini delle logge massoniche. Jaquim rappresenta la perfezione, la luce, la conoscenza, mentre Boaz le tenebre e l’ignoranza. La conoscenza è simboleggiata dall’acqua che i due personaggi versano dagli otri, mentre questi ultimi sono due simboli astrologici: l’acquario è l’età verso cui si avvicina l’umanità, e l’ariete il segno sotto il quale si trova l’Italia.  Nel significato alchemico l’ariete è simbolo del vello d’oro, meta degli Argonauti, ma anche momento di trasformazione della materia verso la perfezione. Il bimbo con i capelli a raggiera è il frutto di ciò, è il Sole; quello con il pesce è il simbolo del Cristianesimo che si avvicina al suo maestro.  Le due figure maschili rappresentano anche Osiride, la più antica divinità egizia, le figure femminili rappresentano Iside, sua sposa e sorella. Ma le due donne simboleggiano anche i due aspetti dell’amore, quello sacro (Primavera) e quello profano   (Estate), e anche la Virtù contrapposta al Vizio.  Un altro grande segreto è custodito nella disposizione dei blocchi di granito. Se si osserva la fontana a distanza, da posizione centrale, si nota che fra le due figure maschili si apre un varco rettangolare. E’ il cuore del mistero e rappresenta la soglia invalicabile per i profani, oltre la quale si entra in una dimensione sconosciuta, si accede a terre al di là delle colonne d’Ercole. E’ l’ingresso alla Caverna Luminosa in cui sono custoditi i misteri alchemici che regolano tutto il mondo. Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Stonehenge Tunguska Il triangolo delle Bermuda

Il triangolo delle Bermuda

Il Triangolo delle Bermuda (o Triangolo del diavolo) è un’area situata al largo della costa meridionale atlantica degli Stati Uniti. La zona triangolare è nota per un’alta incidenza di sparizioni inspiegabili di navi, piccole imbarcazioni e aerei. Bermuda, Miami e San Juan sono generalmente accettati come i vertici del triangolo. Alle ore 14 del 5 dicembre 1945 cinque aerei TBM Avengers della marina americana partirono dalla base di Fort Lauderdale (Florida) per un’esercitazione di tiro al bersaglio. La squadriglia puntò verso est, in direzione delle Bahamas, raggiunse il bersaglio, completò l’esercitazione e imboccò la strada del ritorno. O, almeno, credette di imboccarla. Alle 15.15, infatti la torre di controllo di Fort Lauderdale ricevette un messaggio dal comandante, il tenente Charles Taylor. “Chiamo la torre. Emergenza. A quanto sembra siamo fuori rotta. Non riusciamo a vedere la terra…” E ancora: “Non sappiamo la nostra posizione! Non sappiamo dove sia l’ovest… Qui non funziona più niente… Anche il mare non è dove dovrebbe essere!”. La base di Fort Lauderdale ricevette qualche altro confuso messaggio: “Tutte le mie bussole sono guaste”, “Non so dove ci troviamo”, “Nessuna terra è in vista”. Le comunicazioni, sempre più disturbate e contraddittorie, continuarono fino alle 16. Poi, più niente. Un apparecchio di ricognizione fu inviato immediatamente sulla zona dove gli aerei avrebbero dovuto trovarsi. Era un grosso Martin Mariner. L’apparecchio inviò un messaggio a proposito dei venti che soffiavano con intensità al di sopra dei 1800 metri. Furono le ultime parole del suo comandante, il tenente Kane. Anche il Martin Mariner interruppe ogni contatto con la base, senza alcuna apparente ragione. Trecentosette aeroplani, quattro cacciatorpedinieri, diciotto vedette della guardia costiera, centinaia di aerei e imbarcazioni private parteciparono alla più colossale ricerca della storia. Novecentottantacinque miglia quadrate di mare furono perlustrate palmo a palmo ma non fu rinvenuta nessuna traccia (macchie di olio, zattere di salvataggio, relitti galleggianti o altro) che potesse far pensare a un incidente. La commissione d’inchiesta che si occupò del caso non espresse un parere. Ascoltò cinquantasei testimonianze in quattordici giorni di udienze; esse vennero verbalizzate e il caso fu chiuso. Fu dopo questo incidente inesplicabile che si cominciò a collegare quel tratto di mare con altre sparizioni dall’apparenza inquietante avvenute in passato. Nel 1800 la U.S.S. Pickering sparì tra la Guadalupa e Delaware; nel 1814 la U.S.S. Wasp scomparve nei Caraibi; e poi il Grampus, la Maria Celeste, l’Atlanta. Un’infinità di navi o inghiottite dal nulla oppure ritrovate, come la Rosalie, completamente vuote, abbandonate senza apparente ragione dall’intero equipaggio. Dopo quel fatidico 5 dicembre, le sparizioni non accennarono a diminuire. Un jet passeggeri scomparve per 10 minuti dal radar del controllore di volo di Miami. L’aereo in seguito riapparve, atterrò senza problemi e tutti a bordo apparvero in buone condizioni, solo che tutti gli orologi erano indietro di 10 minuti. Quando il pilota venne interrogato, riferì che in quel lasso di tempo non era avvenuto nulla al di fuori dell’ordinario, ad eccezione del fatto che avevano volato attraverso una nebbia chiara. Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Stonehenge Tunguska La fontana angelica

Tunguska

E’ il 30 Giugno del 1908 quando alle  7:14 dell’ora locale un oggetto infuocato di imprecisata velocità, squarcia il sereno cielo siberiano e si schianta nella taiga. La sua potenza distruttrice genera un’esplosione pari a 12 megatoni (5 X 10 alla 16 J), vale a dire mille bombe di Hiroshima. Una forza invisibile schiaccia e abbatte tutti gli alberi in un raggio di 770 miglia, accanto al fiume Tunguska, abbattuti e rovesciati con le radici completamente fuori dal terreno. Le poche piante che si salvano, squarciate e bruciate, restano a disegnare un paesaggio spettrale. Le temperature sviluppate intorno ai   dalla violenta esplosione (intorno ai 15000 gradi Kelvin) determinarono la distruzione di interi branchi di renne.  All’ esplosione termica iniziale seguono violentissime onde d’ urto, una tempesta infuocata ed una pioggia nera che contaminò il territorio per centinaia di miglia. La scossa sismica che ne derivò fu registrata negli osservatori di Mosca, Parigi, Londra e perfino Washington, dall’ altra parte del globo. Una gigantesca colonna di fuoco si alzò nel terso cielo azzurro, raggiungendo un’ altezza tale da rendere visibile la sua luce accecante agli sbigottiti siberiani distanti centinaia di miglia. I bagliori furono visibili anche in Europa e Asia, tanto che un  golfista Inglese scrisse sul Times di aver potuto quella sera tranquillamente leggere un libro a l’una di notte. Il boato dell’esplosione fu udito fino a 200 chilometri dall’ epicentro. l khan (sindaco) di Vanavara, l’unico villaggio nei pressi, a 80 km, mandò degli esploratori a vedere cosa fosse accaduto alle renne al pascolo in quella regione. Tornati, questi racconteranno storie di morte e distruzione tali che l’intera zona divenne in breve tempo tabù. Ma quale evento avrebbe generato una tale catastrofe? Le prime risposte a questa domanda arrivarono dopo ben 19 anni dalla data dell’evento, questo perchè nel frattempo la Russia stava attraversando una complicata situazione politica (la fine della guerra russo-nipponica, rivoluzioni, brigantaggio), e per questo motivo  i fatti di Tunguska non rappresentarono una preoccupazione prioritaria. Ma a quanto pare i governi non furono gli unici a non dare importanza al fenomeno, tant’è che perfino nei giorni a ridosso della catastrofe nessuno ne parlò, furono spese solo poche righe su alcuni giornali locali. Uno di questi, il  ‘Sibirskaya Zhizn’  proponeva una ipotesi meteorica del fenomeno. Fu prorpio leggendo tale quotidiano che il ricercatore scientifico Leonid Kulik, si mise a capo di una spedizione per conto dell’Accademia delle Scienze Russa, per far luce sull’accaduto. Una volta giunto sul posto, quello che si parò davanti agli occhi dell’incredulo Kulik fu uno scenario apocalittico, non vi era infatti più traccia della foresta che avrebbero dovuto trovarvi, vi erano solo arbusti divelti e carbonizzati nell’area di almeno 2200 km quadrati. Ma nonostante anni di ricerche e inutili scavi nelle torbiere del monte Stojkoviched, il drenaggio dei laghetti della Palude Sud, Kulik non riuscì mai a trovare nessuna traccia del cratere che il metorite di ferro-nichel alla base della sua teoria, avrebbe dovuto lasciare. Per spiegare l’assenza di tracce Kulik affermò che si sarebbe dovuto trattare non di un singolo meteorite, bensì di uno sciame,ma  anche in questo caso non mancarono le smentite, infatti se così fosse stato, si sarebbero dovuti trovare almeno dei piccoli frammenti. Ma così non fu e con l’avvento della seconda guerra mondiale e della dittatura stalinista il mondo dimenticò l’enigma di Tunguska, almeno fino a quando  lo scrittore di fantascienza e saggista sovietico ing. Alexander Kazantsev, propose  attraverso una serie di articoli ed il libro “L’ospite dello spazio”, un ipotesi ufologica dell’impatto, molto singolare. Egli era fermamente convinto che data l’assenza di prove materiali di un impatto meteorico, quella dell’UFO crash fosse un ipotesi plausibile. Neanche a dirlo, nell’arco di breve tempo, numerose istituzioni tuonarono contro questa teorie giudicata assurda, e così l’Accademia delle Scienze russa decise di aprire nuove ed accurate indagini. Ma ancora una volta non fu trovato nulla di definitivo. Al fine di facilitare una più attenta analisi dei fatti, abbiamo ritenuto utile catalogare le numerose ipotesi affinchè possiate avere un quadro complessivo della casistica. 1) IPOTESI COMETARIA Nel 1978 l’astronomo cecoslovacco Lubor Kresak rilanciava l’ipotesi cometaria, asserendo che l’ordigo di Tunguska altro non era che un pezzo staccatosi dalla cometa Encke. Si sarebbe trattato dell’esplosione del nucleo radioattivo di una cometa.Ma ben presto approfonditi studi confutarono questa ipotesi. Il ritrovamento nel 1987 di un frammento si iridio sarà la prova che scarterà definitivamente tale teoria.. 2) IPOTESI METEORICA E ASTEROIDEA L’ipotesi che a tutt’oggi convince di più, sorretta da numerosi studiosi, sarebbe quella che identificherebbe l’oggetto in questione con un  asteroide di natura rocciosa, grande come un grattacielo  del peso di circa 1milione di tonnellate, ma poco compatto. La sua scarsa compattezza sarebbe stata alla base della sua esplosione a qualche centinaio di metri dalla superficie. Secondo questa teoria l’asteroide viaggiando ad una velocità di circa 15 km/s sarebbe penetrato all’interno dell’atmosfera terrestre e sottoposto alla resistenza dell’aria si sarebbe frantumato, a questo punto una volta decelerato  si sarebbe riscaldato fino a raggiungere i 30.000 gradi Kelvin. L’enorme calore prodotto avrebbe provocato l’incendio della foresta e l’immane onda d’urto, stimata in termini di pressione intorno ad 1 tonnellata/mq, che avrebbe abbattuto gli alberi, e quant’altro si parò sul suo cammino, lasciando al suolo un’orma ‘a farfalla’ di 2150 kmq di terra devastata. L’enorme fungo sarebbe stato responsabile dell’esplosione captata dai sismografi e della segnalazione, sui magnetometri russi, di un momentaneo ‘secondo polo nord’, a Tunguska. Con questa ipotesi si spiegherebbe anche perchè alcune chiazze  chiazze di vegetazione siano rimaste qua e là intatte. Merito delle nuvole a pecorelle, che avrebbero protetto alcuni sprazzi di terreno dal rogo irradiante, che si alimentava dell’azoto atmosferico, ossidato dalle alte temperature.   Il ritrovamento nel 1987 di un frammento di iridio (metallo particolarmente presente nei meteoriti), sembrò essere una conferma delle ricerche dello studioso  croato Korado Korlevic,  che  partecipò alla spedizione internazionale del 1990 ed autore del libro “Tunguska Risolto”. Oltre all’iridio, nella zona prossima all’epicentro, furono trovate anche delle piccole sferette vetrose, come documentò nel settembre

Stonehenge

In una della prime opere dedicate a Re Artù, la Vita Merlini (circa 1140) di Geoffrey di Monmouth, si parla di un complesso circolare composto da enormi pietre, la Chorea Gigantum (“Danza dei giganti”) che si trovava in Africa, poi era stato portato in Irlanda da un popolo di giganti. Qui era stato sistemato sul “Monte Killarus”, come monumento funebre per quattrocentosessanta nobili soldati di Aurelio Ambrosius uccisi dai Sassoni. Re Uther Pendragon tentò di trasportarlo in Inghilterra, ma l’impresa era superiore alle sue forze, così dovette rivolgersi al mago Merlino. Questi, con l’aiuto degli angeli, lo trasferì nella piana di Salisbury, dove esiste tuttora con il nome di Stonehenge. CERCHI CONCENTRICI Stonehenge è senza dubbio il luogo misterioso più conosciuto d’Europa. Il primo impatto è quantomeno deludente: la zona è circondata da una specie di fiera da strapaese, con venditori di souvenir, bibite e cartoline; ma basta riuscire a estraniarsi da quella gran bagarre per trovarsi avvolti dal fascino misterioso che permea l’intero ambiente. Massi oblunghi simili a colonne spesso sormontati da architravi del peso di parecchie tonnellate si levano tutt’intorno distribuiti in cerchi concentrici; l’effetto generale è quello di una magica arena in cui non è difficile immaginare antichi sacerdoti Druidi intenti a misteriose evocazioni. Dopo un’occhiata panoramica a 360 gradi, al visitatore non rimane che alzare gli occhi al cielo: è forse lì che si trova la risposta ai molti interrogativi sollevati dalla disposizione dei megaliti. E, difatti, pare che sia così. Abbandonata l’iniziale ipotesi che il complesso fosse una sorta di cattedrale elevata dai Druidi su un terreno magico e destinata ai sacrifici umani, la probabile funzione di Stonehenge è stata forse identificata all’inizio di questo secolo. IL COMPUTER DI PIETRA Gli studi dell’astronomo e scienziato Sir Norman Lockyer hanno portato alla datazione delle varie fasi del complesso. I megaliti sono stati eretti attorno al 2800 a.C., parzialmente distrutti, risistemati nel 1560 a.C. e, successivamente di nuovo abbattuti. Nel corso dei secoli, infatti, Stonehenge ha subìto vari attacchi, non ultimo quello dei sacerdoti cristiani che vi vedevano una sorta di tempio del demonio. Gli archi che compongono i vari cerchi concentrici sono rivolti verso il Sole e le costellazioni. A che scopo? Per poter studiare gli spostamenti di questi astri – spiega Lockyer – in base alle ombre proiettate dalle pietre e a certi allineamenti tra il Sole e gli archi che si verificano in alcuni giorni dell’anno. Secondo Gerald Hawkins, astronomo americano, Stonehenge altro non è che un gigantesco computer di pietra, che consente di effettuare complicati calcoli sul sorgere e tramontare del Sole, sui movimenti della Luna e sulle eclissi. Ma da dove derivano le conoscenze, indubbiamente assai approfondite, che hanno permesso una simile realizzazione? Euan Mac Kie, direttore del museo di Glasgow, sostiene che esisteva una sorta di scuola nei dintorni di Durington Walls ove i discepoli venivano iniziati ad antiche misteriose discipline. Quanto antiche? E chi era il loro iniziatore? Come al solito, la risposta è avvolta nel mistero. Intanto, incuranti delle conclusioni scientifiche e della sorveglianza della Polizia di Sua Maestà, ancor oggi membri dell’United Ancient Order of Druids , una setta fondata nel 1883, continuano a utilizzare quella che loro ritengono la “Cattedrale dei Druidi” per compiervi riti misteriosi. Nel 1986 è stata vietata la celebrazione del tradizionale “Festival di mezz’estate”, dopo violenti scontri tra la polizia e i partecipanti; se comunque sentite ugualmente il bisogno di diventare un Druido, scrivete alla Keltic Society and the College of Druidism (Kaer Eidyn, 4A Minto Street, Edinburgh EH9 1RG, Scozia). Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica

Rennes le chateau

Francia, 1892. La piccola chiesa del paese di Rennes-le-Chateau necessitava ormai da decenni di riparazioni, e il parroco, François Berenger Saunière, era riuscito a raccogliere faticosamente il denaro necessario. Per prima cosa il sacerdote si occupò dell’altare: la lastra di marmo che ne costituiva il piano venne staccata dal muro cui era cementata, e sollevata dalla colonna che la sosteneva. E, in una cavità al suo interno, Saunière ritrovò alcuni manoscritti del XIII secolo, dando inizio a un affaire ormai centenario. Fino al 1892, infatti, il parroco aveva dovuto arrabattarsi per far quadrare i conti della parrocchia; dopo il ritrovamento delle pergamene, qualcosa cambiò d’improvviso. Saunière le mostrò al vescovo di Carcassonne, poi chiese e ottenne il permesso e il denaro per recarsi a Parigi e fare esaminare i manoscritti da uno specialista. Nella capitale rimase per tre settimane, dove trascorse gran parte del tempo al Louvre e acquistò le riproduzioni di vari quadri, tra cui un dipinto di Nicholas Poussin intitolato Pastori d’Arcadia . Quest’ultima tela, realizzata intorno al 1640, rappresentava un sarcofago con l’iscrizione “Et in Arcadia Ego”; il sarcofago esisteva veramente a poca distanza da Rennes-le-Chateau, e sebbene, in teoria, Poussin non si fosse mai recato da quelle parti, anche il paesaggio dello sfondo del quadro sembrava coincidere con quello reale. Intanto i lavori alla parrocchia proseguivano; sotto l’impiantito fu rinvenuta una lapide di pietra; essa venne rimossa, ma solo Saunière ebbe modo di vedere cosa celava. Da quel momento il parroco cominciò a compiere lunghe esplorazioni nei luoghi circostanti, finchè , qualche tempo dopo, i lavori di restauro ripresero. Ma, questa volta, con grande spiegamento di mezzi: d’improvviso il denaro cominciò a scorrere a fiumi: il sacerdote sembrava ora possederne in quantità illimitata. Saunière acquistò molti terreni circostanti, costruì una passeggiata a semicerchio, e fece edificare una torre che chiamò Tour Magdala in onore di Maria Maddalena. Saunière pagò tutti i lavori di tasca sua, e continuò a disporre di grandi quantità di denaro fino alla sua morte (1917). Da dove veniva quell’improvvisa ricchezza? E perchè il sacerdote aveva voluto che sul portale della sua chiesa comparisse la dicitura “Terribilis est locus iste” , ovvero “Questo è un luogo terrificante”? IL TESORO MALEDETTO Per quasi settant’anni l’enigma dell’improvvisa ricchezza del parroco rimase relegato tra i misteri locali; poi, nel 1968, Gerard De Sede, esoterista e scrittore specializzato in saggi sui tesori nascosti, raccontò la storia di Saunière nell’intrigante volume Le Tresor Maudit (Il tesoro maledetto ). Secondo De Sede, il sacerdote aveva risolto un complicato codice che coinvolgeva, oltre alle pergamene, il quadro di Poussin, giungendo così al nascondiglio di un tesoro maledetto (le ragioni del sinistro attributo non sono perfettamente chiare, ma giustificano la frase “Terribilis est locus iste”) forse proveniente dal Tempio di Gerusalemme. Grazie al successo di Le Tresor Maudit, il nome di Rennes-le-Chateau balzò d’improvviso alla ribalta. Nel 1970, un giornalista inglese, Henry Lincoln, dopo essersi ulteriormente documentato sull’argomento, realizzò tre documentari per la BBC, The Lost Treasure of Jerusalem?, The Priest, the Painter, and the Devil, The Shadow of the Templars, che alimentarono l’interesse attorno al caso. Nel corso di alcune interviste con Gerard De Sede, Lincoln si convinse che questi faceva parte di una misteriosa consorteria, il Priorato di Sion , e che nel suo Tresor Maudit aveva volutamente disseminato una serie di indizi, affinché qualcun altro portasse avanti la ricerca. Partendo da questo presupposto, insieme ai colleghi Michael Baigent e Richard Leigh, Lincoln scrisse nel 1982 The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal): le sue sorprendenti conclusioni sono descritte nel paragrafo “Linea di sangue” alla voce Graal, cui vi rimandiamo. L’enorme successo del volume generò una Parte seconda , The Messianic Legacy ( L’eredità messianica , 1986), e una Parte terza , The Holy Place (1991), scritta dal solo Lincoln, che introduce una nuova, affascinante ipotesi. IL LUOGO SACRO Oltre ai segreti rivelati dai volumi precedenti, i documenti ritrovati a Rennes-le-Chateau ne avrebbero nascosto un altro ancora più inquietante, che neppure il parroco Saunière aveva scoperto. Partendo dalle pergamene e dal quadro di Poussin, decrittando codici segreti dapprima elementari e poi sempre più complessi, Lincoln avrebbe scoperto, tutto intorno a Rennes-le-Chateau, le coordinate di una vasta serie di luoghi sacri collegati tra loro da lunghi “leys”. Con la logica rigorosa (e, per i non addetti, assai poco coinvolgente) con cui si porta avanti un teorema di analisi matematica, Lincoln riesce a dimostrare come questi primi luoghi siano allineati ad altri, e questi ad altri ancora, fino a formare un pentacolo perfetto , un immensa stella a dieci punte perfettamente regolari con al centro il sito di Coustlaussa. Questo vasto territorio costituirebbe un immenso luogo sacro, un incredibile tempio alla Grande Madre elevato dagli stessi misteriosi costruttori del Neolitico che – in scala di gran lunga minore – avevano edificato Stonehenge, Avebury e altri siti megalitici d’Europa. Vero o falso? Dal punto di vista logico, la dimostrazione di Lincoln non fa una grinza; ci sarebbe solo da verificare se essa non potrebbe essere applicata a qualunque altro luogo della Terra (l’autore asserisce di no). Sta di fatto che le ipotesi sul Mistero di Rennes-le-Chateau continuano a moltiplicarsi: agli inizi degli anni Novanta i saggi sull’argomento (tra cui Rennes-le-Chateau, Capitale Secrète de la France) superavano abbondantemente la cinquantina, e il loro numero continua ad aumentare. In più, siccome sulla figura di Saunière sono state fatte molte illazioni anche negative (per esempio che avrebbe ricattato la Chiesa per non rendere pubbliche certe sue scoperte), è nata un associazione che ne difende la memoria (Les Amis de Berenger Saunière , 11, Rue Gutenberg, 06000 Nizza). Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica

Le piramidi di Giza

Le piramidi d’Egitto, i monumenti più misteriosi della Terra, vennero edificate (almeno secondo la maggior parte degli storici, perché come al solito, esistono teorie contrastanti) in un lasso di tempo relativamente breve, cioè dal 2800 al 2500 a.C. Delle trentacinque piramidi principali disseminate in Egitto la maggioranza si trova ai margini del deserto, a ovest del Nilo. Sorgono generalmente a gruppi; il più famoso è quello di Gizah, non lontano dal Cairo, costituito dalle tre immense costruzioni geometriche osservate dall’altrettanto enigmatica Sfinge. La Grande Piramide, nota anche come Piramide di Khufu o di Cheope (Cheope è il nome greco di Khufu) fu costruita tra il 2700 e il 2600 a.C., durante la IV dinastia; è la più grande del mondo; il lato di base misura 230 metri; l’altezza è di 150 metri. E’ composta da due milioni e trecentomila blocchi di granito, che pesano circa due tonnellate e mezzo l’uno; il suo peso totale è di cinque milioni e settecentocinquantamila tonnellate. All’interno è quasi completamente piena, ma stretti passaggi collegati con l’esterno da prese d’aria conducono a camere sotterranee. La prima esplorazione sistematica risale all’820 d.C., quando il califfo Abdullah Al Mamun, particolarmente appassionato delle scienze matematiche e della navigazione, decise di penetrarvi, convinto che al suo interno si trovasse una stanza segreta piena di carte geografiche e astronomiche lasciate da qualcuno di una civiltà precedente. Fu la sua équipe di scavo che, dopo aver rinunciato a trovare un’entrata segreta di cui si vociferava, perforò la parete esterna per trenta metri e raggiunse – quando ormai ogni speranza sembrava perduta – il corridoio noto come Passaggio Discendente . La ricerca di nuove aperture e passaggi continua ancora oggi; nell’ottobre 1987 è stata rinvenuta una nuova stanza contenente una “barca solare”. UN MONUMENTO IMPOSSIBILE Pur con tutte le moderne tecnologie che abbiamo a disposizione, opere come la piramide di Cheope potrebbero essere realizzate oggi solo con immense difficoltà, o addirittura – come asseriscono alcuni ingegneri – non potrebbero più venire realizzate. Come se la cavarono allora gli architetti del Faraone? Studiosi come Kurt Mendelssohn hanno elaborato interessanti teorie che coinvolgono rulli, carrucole, barconi, piani inclinati, e un numero enorme di operai (non schiavi, fa rilevare Mendelssohn, ma gruppi di lavoratori momentaneamente disoccupati che giungevano da ogni parte dell’Egitto durante le stagionali inondazioni). Se ne legge in ogni testo scolastico; sta di fatto che, quando si vede il risultato ottenuto, queste spiegazioni razionali non riescono a convincere. Ecco dunque perchè la Grande Piramide è diventata il simbolo del mistero, ed ecco perchè, nel corso dei secoli, è stata associata a molti culti e interpretata, di volta in volta, come un tempio magico, un osservatorio astronomico o il modello dell’Arca di Noè. IPOTESI FANTASIOSE La vera e propria mania per le piramidi esplose nel 1830. Un certo John Taylor, che non le aveva mai visitate ma che si basava su alcune misurazioni effettuate dal colonnello Howard Vyse, pubblicò un volume dal titolo The Great Pyramid: Why Was It Built and Who Built It? ( La Grande Piramide: chi l’ha costruita e perchè? ). Esaminando le sue misure Taylor credette di trovare una straordinaria serie di coincidenze matematiche tra il peso, il perimetro e l’altezza della piramide e (in proporzione) il peso della Terra, la sua distanza dal Sole e la lunghezza dell’anno solare. Altri autori, come Charles Piazzi Smith e Robert Menzies, affermano addirittura di aver letto nei rapporti tra le lunghezze dei corridoi della piramide alcune date fatidiche della storia del mondo. Da qui il passaggio ad altre ipotesi fantasiose è quasi immediato. Per alcuni le piramidi furono costruite dagli abitanti di Atlantide molti millenni prima della loro “data di nascita” ufficiale; si trattava di segnali studiati per resistere nei millenni e comunicare messaggi alle generazioni future; altri pensano che le piramidi siano state costruite dagli extraterrestri, o per lo meno facendo uso di apparecchiature extraterrestri; altri ancora ritengono che i popoli antichi possedessero il potere di rendere leggera la pietra grazie a poteri ESP. IL POTERE DELLA PIRAMIDE Volete risparmiare i soldi delle lamette da rasoio? Costruite una piccola piramide in scala con quella di Cheope e piazzateci dentro una lametta: vedrete che ritornerà affilatissima. Vi sentite stanchi e abbacchiati? Costruite una piramide in scala e ficcatela sotto il letto; vedrete che dormirete benissimo. Volete disidratare un frutto o imbalsamare il vostro gatto? Al solito, costruite una piramide in scala con quella di Cheope, infilate sotto la piramide Pera o Micio, e il gioco è fatto. Queste affermazioni sono tratte da un volume molto popolare qualche anno fa, Pyramid Power (Il potere della piramide ), il quale sostiene che i particolari rapporti tra il perimetro e l’altezza della Piramide di Cheope generano al suo interno – e all’interno dei modelli in scala – particolari effetti. Il libro ha creato una vera e propria schiera di piramidofili : a Napoli esisteva addirittura una bottega, la Neon Argo , specializzata nella costruzione di Piramidi Magiche. Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica

La lancia di Longino

Quella sera del Marzo 1938, nella Weltliche Schatzkammer (la Stanza del Tesoro) del palazzo dell’Hofburg, a Vienna, non c’erano guardie a sorvegliare i cimeli del Sacro Romano Impero appartenuti agli Asburgo. Adolf HITLER era libero di muoversi nella grande sala che aveva turbato i suoi sonni per più di un quarto di secolo. La Heilige Lance (“Lancia sacra”) che, secondo la leggenda, era stata usata dal pretoriano Longino per trafiggere il costato di Cristo crocifisso era, ormai, nelle sue mani. Quasi esitando, le mani del dittatore alzarono il coperchio di cristallo che chiudeva la bacheca, spostarono la rossa protezione di velluto, accarezzarono la punta dell’arma, ancora straordinariamente acuminata, poi, dopo un attimo di esitazione, la afferrarono e la levarono verso il cielo. Così, più o meno, andarono le cose quella notte del 1938. Con un atto chiamato Anschluss, Hitler aveva forzatamente annesso l’Austria alla Germania nazista; ora sarebbe stato facile portare in Germania la Heilige Lance, che, d’altra parte, vi era stata custodita fino a poco più di un secolo prima. Ma perchè, di tutti i TESORI dell’Hofburg, HITLER teneva particolarmente a quell’antica arma? Il fuehrer nazista era un fanatico cultore di cose magiche, ed era intimamente convinto che esistessero oggetti dotati di immensi poteri, il cui possesso o la cui conoscenza avrebbe permesso alla Germania di divenire la dominatrice del mondo. Tra questi oggetti c’era anche la Lancia di Longino, l’arma che, nelle narrazioni dedicate a Re Artù e al Graal, aveva inferto al “Re Pescatore” il “Colpo doloroso”, gettando l’Inghilterra nella desolazione. La Heilige Lance fu trasferita a Norimberga e collocata nella chiesa di Santa Caterina, dove il grande musicista Richard Wagner (a sua volta adepto di società iniziatiche) aveva ambientato uno dei brani più suggestivi dei Maestri Cantori. Ma la lancia non portò fortuna al fanatico dittatore. Dopo la sconfitta di Stalingrado, Hitler ordinò che essa fosse trasferita in un nascondiglio segreto a prova di bomba; fu scelta una galleria sotto l’antica fortezza di Norimberga, attrezzata come una camera blindata. Il 13 ottobre 1944 l’aviazione alleata sferrò un attacco definitivo sulla Germania; la Oberan Schmied Gasse (“Vicolo superiore dei fabbri”), in cui era celata l’entrata al tunnel con la camera blindata, venne completamente distrutta. Qualcuno notò delle strane aperture che conducevano al sottosuolo, e presto si diffuse la voce che nel terreno sottostante si trovava un misterioso bunker corazzato. Il 20 aprile 1945 gli alleati occuparono Norimberga; il suo borgomastro, Willy Lebel, che conosceva il nascondiglio della lancia, si suicidò, e qualcuno perquisì il suo appartamento per assicurarsi che non vi fossero elementi atti a condurre gli americani al bunker nascosto. Ma gli uomini dell’American Intelligence non rinunciarono alla ricerca: infatti, qualche mese prima, Churchill aveva parlato dell’”Importante necessità strategica” di recuperare l’arma. Alle 14 e10 del 30 Aprile 1943, lo stesso giorno in cui Hitler si suicidava a Berlino, la Heilige Lance venne recuperata dagli americani. Il Generale Patton ammise successivamente che, per qualche istante, fu tentato di tenerla: anche lui, infatti, era un conoscitore di cose occulte, ed era al corrente dei suoi presunti poteri. Poi prevalse il buon senso: la Heilige Lance fu restituita all’Austria, ed è ancora possibile ammirarla, dalle 9 alle 18 di ogni giorno esclusa la domenica, al suo posto nella Weltliche Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna. LA SPADA NEI GHIACCI Nel saggio Adolf HITLER and the Secrets of the Holy Lance, pubblicato a tiratura limitatissima da una piccola casa editrice di Stelle, Illinois (una città, incredibile ma vero, edificata da una settà convinta che i suoi appartenenti saranno gli unici a salvarsi dall’APOCALISSE), il Colonnello Howard A. Buechner e il Capitano Wilhelm Bernhardt asseriscono che Himmler fece realizzare segretamente da un artigiano giapponese un perfetto duplicato della “Lancia sacra”. Nel 1945 la falsa Heilige Lance fu spedita a Norimberga, ove subì le vicissitudini di cui avete appena letto, mentre quella vera fu trasportata da un sottomarino, l’U Boat 530, in un nascondiglio segretissimo tra le montagne del ghiacciaio Muhlig Hiffman, nell’Antartide. La lancia sarebbe stata recuperata da una misteriosa (e organizzatissima) setta denominata “Ordine dei Cavalieri della Lancia Sacra”, e ora riposerebbe in un nuovo nascondiglio, sorvegliata dai cavalieri, il cui obbiettivo è – per nostra tranquillità – quello di mantenere “la giustizia e la pace nel mondo”. Related posts: Il santo Graal La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

La sfinge

Lo scrittore J. A. West, un appassionato studioso delle civiltà perdute, conobbe personalmente Schwaller de Lubicz, un eccezionale egittologo, teosofo ed esoterista prossimo anche alla cerchia di discepoli di Fulcinelli. In questo tipo di ambiente era diffusa la credenza che la Sfinge e la grande piramide di Giza fossero il prodotto di una civiltà di molto più antecedente a quella egiziana. Questo era dimostrabile dalle evidenti tracce di erosione che implicavano forzatamente una vita di almeno 5.000 – 10.000 anni più lunga di quanto riconosciuto dall’archeologia. Desideroso di verificare scientificamente queste affermazioni, West riuscì nel 1990 a organizzare una vera e propria spedizione scientifica sul posto. Ad essa, oltre che allo stesso West, presero parte il geologo Robert Schoch dell’università di Boston e il geofisico Thomas L. Dobecky e una equipè composta da un oceanologo, un architetto e altri due esperti in geologia. Sulla base di accurate indagini venne attestato che l’erosione del colosso, attribuita normalmente all’azione del vento e della sabbia, era dovuta invece a un altro elemento.- l’acqua. Usualmente si fa risalire la Sfinge, scavata direttamente nella roccia, e i due arcaici templi a essa connessi al 2.500 circa a.C. e la loro paternità è attribuita al faraone Chefren in base a una lapide recante il suo nome rinvenuta sul posto. Tenendo presente il clima estremamente secco dell’Egitto negli ultimi 5.000 – 6.000 anni e considerato il fatto che la Sfinge stessa è rimasta sepolta sotto il manto protettivo della sabbia per secoli e secoli, la sua accentuata erosione risulta un fatto inspiegabile alla geologia se non retrodatandone di parecchi millenni la costruzione, esattamente a quel periodo di forti precipitazioni che coincide con la fine dell’ultima glaciazione. Questo tipo particolare di erosione verticale è dovuta all’azione della pioggia nel corso dei millenni. Pur non potendo essere attribuita a un periodo di sommersione in acque marine – tesi cara a Fulcinelli – dimostra comunque inequivocabilmente la presenza di una antichissima civiltà, padrona di tecniche di estrazione e lavorazione della pietra incredibili per l’epoca con tutta la serie di considerazioni che ne conseguono. Sia West, sia Colin Wilson che Graham Hancoch, che hanno divulgato a livello mondiale queste scoperte e queste argomentazioni, ritengono, come Hapgood e molti altri del resto, che sia ormai innegabile l’esistenza di una civiltà mondiale da alcuni identificata con Atlantide presente almeno 10.000 anni prima di Cristo. Dopo il grande Diluvio dovuto allo spostamento dei poli, al conseguente scioglimento dei ghiacci e forse ad altre cause concomitanti, questa civiltà sarebbe scomparsa lasciando tuttavia alcuni nuclei di vita, affidati a ristrettissime cerchie sacerdotali, dispersi per il mondo. Queste colonie sopravvissute di Atlantide, divenuta preda dei ghiacci al Polo Sud o più tradizionalmente sommersa dalle acque dell’Atlantico, furono in grado di sopravvivere alla generale barbarie in cui cadde l’umanità e di riaccendere, millenni e millenni più tardi i fuochi delle nuove civiltà. Related posts: L’isola di Pasqua Le piramidi di Giza Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica

L’isola di Pasqua

I Monumenti dell’Isola di Pasqua sono misteriose teste antiche note come Moai che furono trovate in un’isola del Cile nell’Oceano Pacifico meridionale a circa 3700 km. Ad ovest della terraferma. L’Isola di Pasqua, localmente conosciuta come Rapa Nui, fu scoperta da alcuni esploratori olandesi con a capo il Capitano Jakob Roggeveen il giorno di Pasqua del 1722 ed è nota per le sue antiche rovine di origine sconosciuta, incluse tavolette di geroglifici e colossali teste scolpite nella roccia vulcanica che si ritiene risalgano al 1400 circa. L’Isola di Pasqua nasconde, nei suoi 400 chilometri quadrati di superficie, un grande numero di misteri, e forse molti non sarebbero tali se, nel 1862, i trafficanti di schiavi peruviani non avessero deportato gran parte dei suoi già scarsissimi abitanti. Quando infatti si cominciò a studiare l’isola da un punto di vista antropologico e storico, la sua struttura sociale era completamente distrutta, e l’origine della sua scrittura dimenticata insieme a quella dei Moai, i grandi volti di pietra. Tutte le (poche) informazioni che ora possediamo sull’isola giungono da una tradizione ormai confusa e contraddittoria. Secondo gli isolani superstiti, nell’isola abitavano due differenti razze: le “Orecchie Lunghe”, che provenivano dall’est, e le “Orecchie Corte”, che venivano dall’ovest. Le Orecchie Corte erano sottoposte alle Orecchie Lunghe, finchè, in una data situabile tra il 1680 e il 1774 (anche dopo la sua scoperta i visitatori dell’Isola di Pasqua furono pochissimi, e non esistono notizie certe sulla cronologia degli avvenimenti), le Orecchie Corte si ribellarono, massacrarono le Orecchie Lunghe e abbatterono gran parte dei Moai. Chi erano le Orecchie Lunghe e le Orecchie Corte? Con ogni probabilità provenivano da aree diverse del Pacifico e appartenevano a ceppi etnici differenti; ma perchè si erano rifugiati proprio in quella piccola isola, e come mai erano rimasti così in pochi? Chi aveva edificato i Moai, a che scopo e con che mezzi? La scultura dell’isola di Pasqua può essere divisa in tre periodi di cui il primo, forse, inizia intorno al 300 d.C. Allora l’architettura assomigliava a quella di TIAHUANACO, ed era caratterizzata da statue di media grandezza e osservatori solari. I “testoni” (secondo periodo) cominciarono ad apparire intorno al 1100; erano e sono tutt’ora appoggiati su piattaforme chiamate ahus, spesso costruite con pietre ricavate abbattendo gli osservatori (il terzo periodo è associato con il culto di un dio-uccello, rappresentato in diverse piccole sculture di legno e di pietra). Il Moai più grande è alto venti metri e pesa circa 82 tonnellate. Come poteva un popolo assai poco sviluppato tecnologicamente costruire simili colossi? Per quanto riguarda la scrittura (chiamata Rongo-Rongo, costituita da simboli e mai decifrata), perchè presenta sconcertanti analogie con i segni che compaiono su certi antichi sigilli ritrovati a MOHENJO DARO, in Pakistan? In realtà qualche enigma dell’isola di Pasqua è stato svelato: come si è ricordato nel congresso intitolato “Misteri risolti” che si è svolto a TORINO nel 1988, nel 1955 l’esploratore Thor Heyerdahl riuscì a mettere in piedi un Moai in diciotto giorni, con l’aiuto di dodici nativi e, come unici strumenti, tronchi e pietre. E’ dimostrato, dunque (ma non è detto che sia successo realmente), che anche la modesta tecnologia locale avrebbe potuto realizzare quelle opera imponenti. Related posts: La sfinge Le piramidi di Giza Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica

Il teschio del destino

“Mio padre stava facendo degli scavi in America Centrale, nell’Honduras Britannico (l’attuale Belize). Scoprimmo le rovine di una città Maya, che, secondo lui avevano qualcosa a che vedere con Atlantide, per cui continuammo a scavare per sette anni. Poi, un giorno, tra le pietre, vidi qualcosa che scintillava. Era il mio diciassettesimo compleanno, e la cosa mi riempì di gioia”. A parlare è una serafica vecchia signora che sembra uscita pari pari dai romanzi di Agatha Christie. Si chiama Anna Mitchell Hedges, ed è la figlia adottiva di F.A.“Mike” Mitchell-Hedges, un personaggio molto popolare durante gli anni ’20. Avventuriero inglese ambizioso e intelligente, Mike Mitchell- Hedges si spostò per anni tra le due Americhe, esercitando i più disparati mestieri (dal cow-boy al giocatore professionista, al rivoluzionario sotto Pancho Villa, all’archeologo) e frequentando indifferentemente il mondo dei miliardari e quello dei soldati di ventura. La cosa “che scintillava”, lo straordinario regalo di compleanno che riempì di gioia la giovane signorina Mitchell-Hedges è uno degli oggetti più misteriosi mai rinvenuti durante uno scavo archeologico: il Teschio del Destino, un cranio a grandezza naturale scolpito in un unico, immenso blocco di purissimo cristallo di rocca, lavorato con incredibile perizia e precisione. Così l’anziana signora Mitchell-Hedges ha descritto il ritrovamento del teschio in un’intervista per la trasmissione televisiva inglese Il Misterioso Mondo di Arthur C. Clarke. Un racconto sbrigativo, quasi fiabesco. E’ dal lontano 1927, infatti, quando il teschio venne alla luce a Lubantuun, che Mike e Anna Mitchell-Hedges rifiutano di fornire qualsiasi altro particolare sul rinvenimento. In una sua voluminosa biografia, Danger My Ally (“Tesori nascosti e Mostri marini”) l’enigmatico avventuriero dedicò al prezioso manufatto solo poche righe. “Portammo con noi (in un viaggio in Africa) anche il “Teschio del Destino” di cui molto si è parlato. Ho buone ragioni per non rivelare come ne sono venuto in possesso”. Seguiva una breve descrizione che insieme a questa frase venne “tagliata” nelle successive edizioni del libro. Perchè? Alcuni hanno pensato a una complessa storia di contrabbando, a un teschio sistemato a bella posta tra le rovine, in modo di essere “ritrovato” al momento opportuno. Perchè tanto interesse sui particolari del ritrovamento del “Teschio del Destino”? Perchè nessun ricercatore è in grado di affermare con sicurezza quando e da quale civiltà esso sia stato fabbricato. Secondo le poche notizie riportate dal già citato diario di Mitchell – Hedges padre, il teschio aveva 3600 anni, e veniva utilizzato dai Grandi Sacerdoti Maya per celebrare particolari riti magici. Ma l’origine “ufficiale” del popolo Maya è stimata intorno al 290 d.C., (anche se alcuni archeologi ritengono che sia molto precedente) e questa affermazione è dunque ritenuta improbabile. TESCHI GEMELLI Gli esperti del British Museum fanno risalire il teschio alla civiltà Azteca, datandone l’origine (con moltissimi dubbi) intorno al 1300/1400 dopo Cristo. Ma cosa ci faceva un manufatto Azteco in una città Maya dislocata molte centinaia di chilometri più a sud? Non si sa neppure con quali strumenti il teschio fu costruito: è stata rilevata soltanto la probabile traccia di un acuminato scalpello. In tal caso, per costruirlo, sarebbero stati necessari almeno centocinquant’anni di lavoro ininterrotto. Ma, a complicare questo già complicato mistero, esposto al Museum of Mankind di Barrington Gardens, a Londra, si trova un teschio “gemello”, identico a quello di cui abbiamo parlato fino ad ora salvo che per un particolare. Il teschio dei Mitchell-Hedges, infatti, ha la mascella articolata, come in un cranio vero; quello esposto al museo ha la mascella fissa. I ricercatori sono concordi nell’affermare che i due oggetti sono stati fabbricati dalle stesse “mani”: il cranio di Londra potrebbe dunque fornire qui lumi sulla loro comune origine che la caparbia signora Mitchell-Hedges si ostina a negare. “Potrebbe”; solo che anche di questo secondo, prezioso oggetto si conosce poco o nulla. Il Museum of Mankind lo acquistò da Tiffany’s, il celebre gioielliere di New York, nel 1898, per la somma di centoventi sterline. I dirigenti di Tiffany’s non furono in grado (o non vollero) dare spiegazioni sulla sua provenienza. Corse voce che facesse parte del bottino ammassato in Messico da uno sconosciuto mercenario in un epoca imprecisa. Neppure un terzo teschio di cristallo esposto al Musèe de L’Homme di Parigi, identico nello stile agli altri due ma di dimensioni ridotte, può fornire informazioni particolarmente interessanti. Gli esperti del Museo affermano che faceva parte di uno “scettro magico” Azteco del XIII o XIV secolo d.C., e che veniva usato per tenere lontano i serpenti e per prevedere il futuro. IMMAGINI PAUROSE Si dice che gli inservienti del Museum of Mankind abbiano chiesto all’amministrazione di coprire con un panno nero il “loro” Teschio “of Doom” per non vederselo d’intorno mentre fanno le pulizie. Doom è una parola inglese che viene comunemente tradotta con “destino”, in mancanza di termini più appropriati. In realtà significa davvero “destino”, ma in un ‘accezione malvagia, negativa, sinistra. E’ chiaro che una testa di morto, per di più scintillante al minimo raggio di luce, non ha certo un aspetto “allegro” e può incutere un superstizioso terrore a chi vi lavora accanto, magari da solo e di notte. Ma, a rincarare la dose, circolano racconti tenebrosi. C’è chi afferma di aver visto paurose immagini materializzarsi all’interno dei teschi; chi assicura di averli sentiti gridare; chi ha perso la ragione “dopo aver fissato le loro orbite ipnotiche e vuote”. Mitchell-Hedges asserì che, quando il teschio venne  ritrovato, i lavoranti indigeni si inchinarono ad adorarlo, spiegando che esso era un loro dio, e poteva indifferentemente guarire da ogni male e causare una morte spaventosa. Verità o leggenda? Suggestioni originate dal macabro aspetto delle sculture e dal mistero che circonda le loro origini? Oppure i teschi fanno davvero parte dell’inquietante categoria degli “oggetti maledetti” di cui pullulano le cronache di storia “minore” del mondo? 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Il santo Graal

Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si designa una scutella lata et aliquantulum prufunda (Helimand de Froidmont): una tazza, un vaso, un calice, un catino. Questi umili oggetti rivestono nella mitologia un nobile ruolo: sono infatti i simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e, come l’inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, portano vita e abbondanza. La coppa della vita dei Celti è il “Calderone di Dagda”, portato nel mondo materiale dai Tuatha De Danaan rappresentanti ultraterreni del “piccolo popolo”. Molti eroi celtici (tra cui Asterix, il famoso personaggio dei fumetti) hanno avuto a che fare con magici calderoni; nel poema gaelico Preiddu Annwn Re Artù andò a recuperarne uno addirittura negli Inferi. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell’Eucarestia e – sorprendentemente – la Vergine Maria. Nella Litania di Loreto essa è descritta comeVas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso unico di devozione”: nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era divenuta manifesta. Forse, quando alla fine del XII secolo, Chretien de Troyes decise di introdurre nella materia arturiana il motivo del “Vaso Sacro “, lo fece perché era al corrente dei miti celtici del Calderone, e l’argomento gli sembrò particolarmente in tema; o forse si trattò di una scelta casuale. Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal, e Chretien si limitò a metterla per iscritto; forse (è l’ipotesi più probabile) elaborò in termini cristiani le antiche leggende sui contenitori sacri, o forse il Graal fu una sua geniale invenzione. Sta di fatto che – com è accaduto per Re Artù- da otto secoli il Graal continua a stimolare l’immaginazione di generazioni di lettori: e questa, in un certo senso, è la prova tangibile del suo magico potere. IL GRAAL DI RE ARTU’ Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno al 1190 in Perceval le Gallois ou le Compte du Graal; nel volgere di soli vent’anni (un tempo sorprendentemente breve rispetto a quelli, lunghissimi, lungo cui si sono sviluppate le saghe arturiane), esso era già perfettamente caratterizzato. Così il poeta francese racconta la sua apparizione. La scena si svolge nel castello del “Re Pescatore”, un personaggio su cui ritorneremo; qui il cavaliere Parsifal assiste a una processione che scorre accanto alla tavola su cui verrà servita la cena. Per primo passa un ragazzo con una lancia insanguinata, poi due giovani con un candelabro, e infine Un graal entre ses deus mains une damoisele tenoit (…) De fin or esmereè estoit prescieuses pierres avoit el graal de maintes manieres, de plus riches et de plus chieres qui en mer ne en terre soient. (“Una damigella teneva un graal tra le sue mani (…) Era fatto di oro puro, e c’erano nel graal molte preziose pietre, le più belle e le più costose che ci siano per terra e per mare”). La parola “Graal” è utilizzata con il significato generico di coppa (ma c è da chiedersi come mai Chretien avesse fatto uso di quel termine già allora arcaico); il calice fa parte di un gruppo di oggetti egualmente dotati di poteri mistici, e non ha comunque alcuna associazione con il sangue di Gesù. Solo nel successivo Joseph d’Arimathie – Le Roman de l Estoire dou Graal, un testo arturiano del cosiddetto “Ciclo della Vulgata” (dove però Re Artù non compare) scritto da Robert de Boron intorno al 1202, il Graal viene descritto come il calice dell Ultima Cena, in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. De Boron lo chiama “Graal” una volta sola, in un inciso (in verità un po’ slegato dalla continuity del testo) da cui si evince che la coppa aveva già una storia e un nome particolare prima di essere utilizzata da Gesù: “Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo (…) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome” . Il Joseph di Arimathie fu continuato e integrato da un anonimo autore del XIII secolo, che, in Le Grand Graal introdusse alcuni nuovi elementi. Il Graal è associato (o “è” tout court) a un libro scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio . Le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l’aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l’acqua cambierebbe colore . Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere. Il Grand Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche (viene trasferito in Inghilterra in un contenitore identico all’ Arca dell’Alleanza) sia islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata “Sarraz”, impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma si vede da lontano il Grande Nilo”; il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio Oriente. Da essa, infatti – afferma l’autore – ebbero origine i Saraceni . Intorno al 1210, nel poema Parzival, il tedesco Wolfram Von Eschenbach conferì al Graal ulteriori connotazioni. Non si tratta di una coppa, bensì di ” una pietra del genere più puro (…) chiamata lapis exillis. (Se un uomo continuasse a guardare) la pietra per duecento anni, (il suo aspetto) non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi” . Il termine lapis exillis è stato interpretato come “Lapis ex coelis”, ovvero caduta dal cielo&quot: e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione. La tradizione esoterica delle pietre sacre, tramiti fisici tra l’uomo e Dio, è tipicamente orientale: la pietra nera conservata nella Ka’ ba è l’oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine “Pietra dell’esilio” per designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio

Il meccanismo di Antikythera

In una teca un po’appartata del museo Nazionale di Atene si trova un curioso oggetto che, a prima vista, assomiglia ad un blocco di ruggine, ma osservandolo meglio ecco che si vedono emergere dalle incrostazioni i denti di alcuni ingranaggi. Sono in bronzo, e costruiti con incredibile precisione; si direbbe che appartengono a un moderno orologio abbandonato nell’acqua anni. Come mai il Museo Nazionale riserva uno spazio a un orologio corroso dalla salsedine? Perché di un orologio non si tratta affatto. Il Meccanismo di Antikythera (così è laconicamente battezzato sulla targhetta della teca) fu rinvenuto, infatti, nel 1900 in una nave affondata intorno all’80 a.C. al largo dell’Isola di Antikythera (tra Creta e la terra ferma). Il meccanismo venne portato al Museo di Atene insieme ad altri reperti; solo due anni dopo l’archeologo Valerio Strais si accorse che si trattava di un  sofisticato apparecchio, composto da almeno trenta ingranaggi ricoperti da iscrizioni in greco. Antenato del computer. Il meccanismo di Antikythera è stato studiato all’università di Yale e finalmente ricostruito grazie alla paziente fatica del professor Derek De solla-Price. Si tratta di una sorta di computer astronomico in grado di determinare le relazioni tra il Sole, la Luna, la Terra e le stelle. Probabilmente era contenuto in una scatola, dal cui esterno era possibile manovrare gli ingranaggi per mezzo di manopole. Il “mistero” consiste nel fatto che, nell’80 a.C., simili apparecchi “non avrebbero dovuto esistere”: gli studiosi di cose antiche concordano infatti nell’affermare che in quel tempo la tecnologia non era in grado di produrre apparecchiature di tale precisione. Del resto non ne avrebbe prodotte per altri sedici secoli: nel meccanismo si trova infatti un ingranaggio differenziale, inventato (o reinventato) soltanto verso la fine del cinquecento. L’esistenza di oggetti impossibili e di scienze dimenticate stimolano alcune considerazioni. O si ammette l’esistenza di conoscenze “perdute” per qualche ragione ignota e poi riemerse (il che imporrebbe una riscrittura della storia dell’umanità su basi molto diverse da quelle comunemente accettate) o si deve riconoscere un altissimo grado di fallibilità da parte della storiografia ufficiale. Il Meccanismo di Antikythera non può essere il parto di un inventore solitario e ingegnoso (vi sono coinvolte troppe diverse conoscenze); di conseguenza la civiltà greca doveva essere, al contrario di ciò che si è sempre affermato, tecnologicamente evoluta. Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

I templari Pt.1

Le origini dei Templari si possono capire solo se si va a guardare la storia della prima Crociata guidata dal famosissimo Goffredo di Buglione a cui parteciparono in tanti non certo mossi da interessi economici! (come i maliziosi pensano e come molti storici accusano). A dimostrazione di questo si può guardare la condotta di Goffredo di Buglione dopo la conquista: sarebbe potuto diventare Re di Gerusalemme,  (era lui a capo della Crociata, non sarebbe stato strano) ma rifiutò la carica, volendo essere soltanto “Difensore del Santo Sepolcro” e lasciando il governo della regione a Baldovino… mai visto ideali più puri. Comunque, una volta riconquistata Gerusalemme, la maggior parte dei Crociati tornò in Europa, alle loro case e alle loro famiglie, lasciando così Gerusalemme quasi senza protezione. Proprio in questo momento entrano in gioco i Templari. Hugues de Payns (NON Ugo da Pagani di vicino Salerno, come qualcuno erroneamente dice), insieme ad altri otto cavalieri partono dalla Francia per andare in TerraSanta con lo scopo di difendere i pellegrini dagli attacchi delle bande dei musulmani… venivano chiamati inizialmente i “Poveri Cavalieri di Cristo” ed erano un Ordine contemporaneamente monastico e guerriero. Questa fu un’idea veramente rivoluzionaria per quel tempo! Scavalcò la tradizionale divisione sociale formata da: Bellatores (coloro che combattevano), Oratores (coloro che pregavano), e Laboratores (coloro che lavoravano). I monaci cosiddetti tradizionali pronunciavano tre voti, ossia obbedienza, povertà e castità: i Templari, oltre a questi tre voti, ne pronunciavano anche un quarto, cioè lo “stare in armi”, quindi il combattimento armato. Questi nove Cavalieri si presentarono nell’anno Domini 1118 al Re di Gerusalemme Baldovino II mettendosi a disposizione per la protezione dei pellegrini ed il pattugliamento delle strade a Gerusalemme e dintorni. Qui sorgerebbero delle critiche e cioè: Gerusalemme era stata da poco conquistata e l’esercito di Goffredo era per la maggiorparte ripartito per l’Europa, inoltre i musulmani era decisi a riprendersi la loro seconda città Santa (dopo la Mecca ovviamente!), considerando l’impresa dei Crociati come un vero e proprio “colpo di fortuna”, erano cioè nel posto giusto nel momento giusto… ma allora, il neonati Templari come avrebbero potuto difendere i pellegrini in nove? Un numero così esiguo non poteva eventualmente far fronte ad un assalto da parte di una banda di predoni di cinquanta persone! Dopo averli ascoltati, Baldovino II concesse loro come quartier generale un’ala del monastero fortificato di Nostra Signora di Sion, accanto a quello che era stato il Tempio di Salomone per cui il loro nome fu cambiato in “Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Gerusalemme”, e furono più semplicemente riconosciuti come “Templari”. Siccome non c’erano precedenti (era la prima volta che facevano la comparsa dei monaci-guerrieri) era necessario quindi trovare una posizione chiara e precisa, ricercando anche una Regola che si adattasse perfettamente alla situazione. Non è un caso se da questo momento entra nelle vicende Templari, uno dei personaggi più carismatici ed autorevoli del tempo: Bernardo di Chiaravalle, diventato poi Santo. Fu proprio nel Concilio di Troyes che  presentato il ‘De laude novae militiae’ (elogio della nuova milizia),vero e proprio proclama di esaltazione dell’Ordine Templare, che ebbe non poca importanza per il successivo sviluppo dell’Ordine. La Regola Templare era formata da 72 articoli ed era durissima. Veniva vietato qualsiasi contatto con le donne (non si poteva baciare neanche la madre, ma bisognava salutarla compostamente chinando il capo), non si poteva andare a caccia, erano banditi il gioco dei dadi e delle carte, aboliti mimi, giocolieri e tutto ciò che è divertimento, non si poteva ridere scompostamente, parlare troppo o urlare senza motivo, i capelli andavano corti o rasi, in inverno la sveglia era alle 4 del mattino, in estate alle 2 per pregare, bisognava dormire “in armi” per essere sempre pronto alla battaglia. C’erano regole anche sul modo di mangiare e sul modo di vestirsi. Bisognava veramente avere una sincera vocazione per sottomettersi a tali ferree regole! Un punto fondamentale della Regola è: “Perché cristiano, mai la spada di un Cavaliere del Tempio venga brandita contro un altro cristiano se non per ragioni di difesa del Luogo Santo”… i Templari quindi non avrebbero mai potuto uccidere o combattere un altro Cristiano, se non per la difesa del Luogo Santo, in quanto era considerato di tutti e tutti avevano il diritto di visitarlo per motivi di preghiera, quindi era lecito difenderlo da chiunque avesse cattive intenzioni, fosse musulmano o meno. Da qui si può dedurre che i Templari non combattevano i Musulmani perché non erano Cristiani (la famosa lotta all’infedele, una delle critiche più usate verso i Templari), ma per motivi di difesa! Questo è importante sottolinearlo. Dopo questa approvazione ecclesiastica ufficiale, la fama dell’Ordine del Tempio crebbe rapidamente ed in modo vertiginoso, con essa crescendo anche la potenza e la ricchezza dell’Ordine stesso, che ricevette elargizioni e donazioni spontanee praticamente da ogni strato sociale. Importantissima (anzi vitale) fu la bolla “Omne datum optimum” del 1139, di papa Innocenzo II che concesse all’Ordine la totale indipendenza, compreso l’esonero dal pagamento di tasse e gabelle, oltre alla direttiva secondo la quale l’Ordine non doveva rendere conto a nessuno del suo operato, tranne che direttamente al Papa. Diventò un organismo a parte con una posizione molto privilegiata. Hugues tornò a Gerusalemme con un gran numero di reclute, che divennero perfetti cavalieri templari combattenti, grazie alla vita comunitaria che conducevano, alle preghiere ed agli allenamenti durissimi… saldi nel corpo e nello spirito. Ma non furono protagonisti solo in TerraSanta: quando le orde mongoliche minacciarono l’Europa i Templari contribuirono non poco alla sua difesa, che trovò provvisoria soluzione con la battaglia di Liegnitz nel 1241. Nella penisola iberica stettero parimenti in prima linea, i sovrani di Spagna e Portogallo difficilmente avrebbero conseguito le loro vittorie senza i Templari, non invano affidarono loro le proprie fortezze più munite e li ricoprivano di munifici donativi. Anche la flotta Templare era tra le migliori, nessuno si sarebbe mai azzardato ad attaccare una nave battente bandiera Templare e i Saraceni se ne tenevano ben alla larga. Famosi erano

I segreti della Divina Commedia

Prima di entrare nei dettagli diamo un piccolo escursus sulla figura del grande Poeta italiano. Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321), poeta e prosatore, teorico letterario e pensatore politico, considerato il padre della letteratura italiana. La sua opera maggiore, la Divina Commedia, è unanimemente ritenuta uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi. Dante nacque tra il maggio e il giugno del 1265 da una famiglia di piccola nobiltà. L’evento più significativo della sua giovinezza, secondo il suo stesso racconto, fu l’incontro con Beatrice, la donna che amò ed esaltò come simbolo della grazia divina, prima nella Vita nuova e successivamente nella Divina Commedia. Gli storici hanno identificato Beatrice con la nobildonna fiorentina Beatrice o Bice Portinari, che morì nel 1290 neanche ventenne. Dante la vide in tre occasioni ma non ebbe mai l’opportunità di parlarle. Non si sa molto sulla formazione di Dante, ma le sue opere rivelano un’erudizione che copre quasi l’intero panorama del sapere del suo tempo. A Firenze Fu profondamente influenzato dal letterato Brunetto Latini, che compare come personaggio nella Commedia (Inferno, canto XV), e sembra che intorno al 1287 frequentasse l’università di Bologna. Durante i conflitti politici che ebbero luogo in Italia in quell’epoca, si schierò con i guelfi contro i ghibellini (Vedi Guelfi e ghibellini): nel 1289 prese parte alla battaglia di Campaldino in cui i guelfi fiorentini trionfarono sulle milizie ghibelline di Arezzo. Qualche anno prima, probabilmente intorno al 1285, Dante aveva sposato Gemma Donati, appartenente a una potente famiglia guelfa. La sua prima opera importante, la Vita nuova (1292-93), fu scritta poco dopo la morte di Beatrice ed è composta di canzoni e sonetti legati da commenti in prosa entro un esile intreccio narrativo: la storia dell’amore di Dante per Beatrice, la premonizione della sua morte avuta in un sogno, la morte di Beatrice e la risoluzione finale del poeta a scrivere un’opera che dicesse di lei “quello che mai non fue detto d’alcuna”. La Vita nuova mostra la chiara influenza della poesia d’amore dei trovatori provenzali e rappresenta probabilmente l’opera più importante del dolce stil novo fiorentino, che superò la tradizione provenzale sublimando l’amore del poeta non solo in termini di elevato idealismo, ma anche in senso misticoreligioso. Negli anni che seguirono, Dante partecipò attivamente alla turbolenta vita politica di Firenze. Documenti che risalgono al 1295 indicano che in quell’anno egli ebbe vari incarichi governativi locali: nel 1300, dopo essere stato in missione diplomatica a San Gimignano, fu nominato priore di Firenze, carica che ricoprì per due mesi. La rivalità tra le due fazioni dei guelfi di Firenze, i cosiddetti “neri”, che consideravano il papa come un alleato contro il potere imperiale, e i “bianchi”, che intendevano rimanere indipendenti sia dal papa sia dall’imperatore, diventò particolarmente intensa proprio durante il priorato di Dante; egli approvò la decisione di esiliare i capi di entrambe le fazioni, fra i quali l’amico Guido Cavalcanti, allo scopo di mantenere la pace nella città. Tuttavia, appoggiati da papa Bonifacio VIII, nel 1301 i capi dei neri poterono rientrare a Firenze e impadronirsi del potere mentre Dante si trovava a Roma, a capo di una delegazione del comune presso il pontefice. Nel gennaio del 1302 Dante fu accusato di baratteria e concussione e, processato in contumacia, dapprima condannato a pagare un’ingente ammenda e bandito da Firenze, quindi, non essendosi presentato per scontare la pena, venne condannato a morte e alla confisca dei beni familiari. Dante non fece mai più ritorno in patria: trascorse il suo esilio in parte a Verona e in parte in altre città italiane (Treviso, Padova, Venezia, Lucca, Ravenna), e forse si spinse fino a Parigi tra il 1307 e il 1309. In quegli anni i suoi ideali politici subirono un profondo cambiamento: si avvicinò alle posizioni dei ghibellini, auspicando l’unificazione di tutta l’Europa sotto il regno di un imperatore illuminato. Durante i primi anni dell’esilio, Dante scrisse il De vulgari eloquentia (1303-1305, incompiuto) e il Convivio (1304-1307 ca., incompiuto). Nel primo, in latino, difese il “volgare” come lingua letteraria contro l’uso prevalente del latino per le opere colte. Il Convivio fu concepito come un compendio in volgare, in quindici trattati, del sapere del tempo. Il primo trattato è un’introduzione e i rimanenti quattordici avrebbero assunto la forma di commenti ad altrettanti componimenti poetici dell’autore. Tuttavia furono portati a termine solo i primi quattro trattati. Le speranze politiche di Dante furono risollevate dall’arrivo in Italia nel 1310 di Arrigo VII, re di Germania e imperatore del Sacro romano impero, che intendeva riportare l’Italia sotto la sua sovranità di fatto e non solo di diritto. In uno slancio di febbrile attività politica, Dante scrisse un’Epistola, indirizzata a tutti i principi e i reggitori dei Comuni d’Italia per esortarli ad accogliere l’imperatore inviato dalla Provvidenza a risolvere le aspre lotte intestine che insanguinavano la penisola. La morte di Arrigo VII nel 1313 pose bruscamente fine alle speranze di Dante. Il trattato latino intitolato Monarchia, scritto secondo alcuni fra il 1310 e il 1313, durante il periodo della permanenza in Italia di Arrigo, secondo altri nel 1317, rappresenta un’esposizione della filosofia politica dantesca, in cui l’autore auspica la nascita di una monarchia universale, necessaria per garantire la pace e il benessere dell’umanità, propugnando la netta separazione tra Stato e Chiesa. Nel 1315 la città di Firenze invitò Dante a ritornare; tuttavia, poiché le condizioni che gli venivano proposte erano quelle generalmente riservate a criminali cui era stato concesso il perdono, Dante rifiutò l’invito e affermò che non sarebbe mai ritornato se non gli fossero stati accordati piena dignità e onore. Continuò quindi a vivere in esilio e trascorse i suoi ultimi anni a Ravenna, dove morì nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. Tra le opere minori scritte da Dante durante gli ultimi anni di vita, si ricordano la Quaestio de aqua et terra e due Egloghe in esametri latini. La Quaestio è un trattato di cosmologia, in latino, incentrato su un tema che generava grande interesse nei pensatori del

La faccia su marte

La faccia su Marte è letteralmente un enorme volto simile ad una sfinge che fissa lo spazio dalla regione di Cydonia del paesaggio marziano. Si stima che misuri due chilometri e mezzo dalla calotta al mento, due chilometri di larghezza e approssimativamente 460 metri di altezza. Le prime foto dell’altopiano che sarebbe diventato conosciuto nel mondo come la faccia su Marte furono realizzate domenica 25 luglio 1976, dalla sonda spaziale Viking Orbiter I mentre volava 1770 km sopra la superficie marziana. La foto della faccia era il fotogramma 35°72 della NASA e venne scattata durante la trentacinquesima orbita di Viking intorno a Marte. Il volto si trova nell’emisfero settentrionale del pianeta approssimativamente a 41 gradi nord di latitudine e 9,5 gradi ovest di longitudine. La prima persona a notare la faccia fu il responsabile scientifico Tobias Owen, un membro dell’Imaging team della NASA. Le sue prime parole dopo aver visto il volto furono: “Oh mio Dio, guardate questo!”. Il responsabile scientifico della Viking, Gary Soffen, informò i media dell’esistenza della faccia dicendo loro: “Non è strano ciò che riescono a fare i giochi di luci ed ombre? Quando abbiamo scattato una foto poche ore dopo era tutto sparito”. Gli esperti attualmente ritengono che la ragione per cui il volto sparì non era da imputare ad un effetto ottico, ma alla notte marziana appena scesa. Alcuni hanno asserito che la faccia su Marte somigli ad una Sfinge dell’antico Egitto, conducendo inevitabilmente a delle domande circa la possibile origine extraterrestre dei monumenti egizi, avvalorati dal fatto che parecchi chilometri a sud-ovest della faccia si trova un insieme di strutture piramidali che dovrebbero rappresentare le componenti abbandonate di una progettata città marziana. Sempre nel raggio di 16 chilometri dalla faccia si trova una piramide con 5 lati, nota come piramide D&M dal nome dei suoi scopritori, Vincent Di Pietro e Gregory Molenaar ed altre strutture ritenute artificiali sono il forte e la scogliera. Nell’aprile 1998 la NASA diede istruzioni al suo ultimo orbiter, Mars Global Surveyor, di effettuare 3 passaggi sulla regione di Cydonia ed al primo passaggio, il 5 aprile, colse un’istantanea della faccia sorprendentemente precisa, a tal punto che l’ex consulente della NASA e acclamato astronomo dottor Tom Van Flanders, rilasciò la seguente dichiarazione: “… a mio parere non esiste più alcuno spazio per un ragionevole dubbio riguardo l’origine artificiale della faccia, e ed è la prima volta che sono pronto a fare una simile affermazione in 35 anni di carriera scientifica”. Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

ESP

Vi è mai capitato di udire lo squillo del telefono e “sapere” in anticipo chi c’è all’altro capo del filo (beninteso se non stavate attendendo la telefonata di una certa persona per una determinata ora)? Oppure, sempre per rimanere nell’ambito telefonico, di “sentire” al primo beep di risposta che all’altro capo del filo non c’è nessuno (beninteso se non state telefonando a qualcuno che, notoriamente, non è mai in casa)? Avete mai sognato una persona a cui non pensavate da anni che, il giorno dopo, si fa inesplicabilmente viva (beninteso se non è accaduto qualche avvenimento che ha ricordato a entrambi i vostri passati rapporti)? E giocando a carte avete mai “sentito” che la carta che state per pescare è sicuramente quella che vi manca per completare la mano (beninteso se non avete sbirciato)? Questi piccoli avvenimenti inesplicabili sono, a detta di molti, manifestazioni di ESP, acronimo di Extra Sensory Perception ovvero “Percezione Extra Sensoriale”: un modo di “percepire” certe informazioni senza l’aiuto dei cinque sensi, ma mettendo in azione certi meccanismi della mente non ancora identificati. I “beninteso” tra parentesi dimostrano come sia difficile stabilire con certezza se il fenomeno sia veramente dovuto all’uso di questi misteriosi “meccanismi mentali” o non sia spiegabile in termini più “terra-terra”. E questo non perchè i vari “beninteso” scaturiscano da un desiderio cosciente di barare, ma in quanto può darsi che bariamo con noi stessi senza neppure rendercene conto. Riprendendo il primo esempio, può capitare che inconsciamente stiamo già attendendo una certa telefonata (perché si sono svolti alcuni avvenimenti che la mente ha “registrato” a nostra insaputa e la cui logica conseguenza è la telefonata stessa), oppure, per ciò che riguarda l’esempio delle carte, può darsi che abbiamo visto casualmente e sempre senza rendercene conto la famosa carta, e ci sembri di “sentirla” mentre invece non facciamo altro che ricordarla. Altri meccanismi apparentemente ESP scaturiscono da assonanze, abitudini, ricordi infantili. Pensate una parola di quattro lettere. Avete pensato a “cane” o “mare”? Statisticamente “cane” e “mare” sono le parole di quattro lettere a cui pensa d’istinto la maggior parte delle persone interrogate. Perché? Perché sono parole di uso comune, ricordano cose gradevoli, “scorrono” bene, eccetera eccetera. Pensate a una carta che non sia una figura. Avete detto “Tre di Picche”? Ebbene, insieme agli Assi, il Tre di Picche è la carta che ha maggiori probabilità di essere citata. Anche qui, nulla di misterioso. “Tre” è un numero “simpatico” e – se perdonate il termine poco scientifico – molto “popolare”. “Tre di Picche” poi “suona” meglio di “Tre di Quadri” o “Tre di Fiori”. Almeno così asseriscono i prestigiatori specializzati in “mentalismo” (l’arte di simulare poteri mentali) che hanno svolto accurate statistiche in proposito. Avete visto dunque come, affrontando lo studio della parapsicologia (la scienza che si occupa dei fenomeni ESP), ci si addentri necessariamente in un campo minato. SPIRITI DEI DEFUNTI La moderna parapsicologia trae le sue origini da un movimento del diciannovesimo secolo chiamato “Spiritualismo”. Nel 1882 fu fondata a Londra la “Society for Psychical Research”, seguita nel 1885 dall’”American Society for Psychical Research”. I due gruppi si occupavano sopratutto dei medium, allora molto popolari: l’obiettivo era quello di appurare con mezzi scientifici se le manifestazioni che avvenivano durante le sedute spiritiche erano davvero determinate dalla presenza degli spiriti dei defunti o derivavano dall’esecuzione di abili trucchi. Per tutto l’800, comunque, qualsiasi manifestazione parapsicologica continuò a essere attribuita all’intervento degli spiriti; solo più tardi si ipotizzò la presenza di poteri naturali (anche se tuttora inspiegati), che con i defunti non avevano nulla a che vedere. LA SCIENZA E LA PARAPSICOLOGIA I primi studi di carattere scientifico sui poteri ESP si svolsero presso l’”Istituto per lo studio del cervello e dell’attività psichica” di Leningrado: il Professor V. M. Beckhterev vi istituì nel 1922 un gruppo di lavoro denominato “Commissione speciale per lo studio della suggestione mentale”. La Commissione diede subito per scontata l’esistenza dei poteri ESP (che i successivi studi americani tentarono, invece, di provare scientificamente) e cercò di appurare come questi funzionavano. Alla base delle ricerche era la teoria “del cervello radiante” elaborata negli anni ’20 dallo psichiatra italiano F. Cazzamalli, secondo la quale la Peredacha Myslej (“Trasmissione del pensiero”) dipendeva da un fattore di natura fisica, probabilmente legato a fenomeni di carattere elettromagnetico. Alla morte di Beckhterev, nel 1927, la direzione del comitato fu assunta da Leonid M. Vasiljev, che portò avanti la ricerca per per quarant’anni, con particolare riguardo alla possibilità di “telecomando” di esseri umani mediante una sorta di ipnosi a distanza, e della trasmissione di immagini e messaggi per via telepatica. Lo studioso che maggiormente sensibilizzò l’opinione pubblica sulle possibilità di studiare scientificamente i poteri extrasensoriali fu l’americano J. B. Rhine dell’Università di Durham (North Carolina, USA). Nel 1934 pubblicò un trattato rigorosamente scientifico intitolato Extra Sensory Perception, che rese celebre la sigla ESP e interessò il mondo accademico. Da quel momento altri studiosi di diverse università si dedicarono allo studio di quei fenomeni fino ad allora relegati nel mondo del folklore o della superstizione. I FENOMENI ESP Rhine catalogò le manifestazioni ESP in quattro filoni principali. La Telepatia è la capacità di leggere il pensiero e di trasmettere o ricevere veri e propri “messaggi” mentali; la Chiaroveggenza, nota presso gli antichi come “seconda vista”, permette di vedere con gli occhi della mente cose o avvenimenti distanti, a volte migliaia di chilometri; la Precognizione è l’abilità di predire fatti che si svolgeranno nel prossimo o lontano futuro; la Psicocinesi o Telecinesi, infine, è la capacità di spostare oggetti con la sola forza del pensiero. Alla sfera dell’ESP appartengono altri poteri, come la psicometria (praticata tra gli altri da Gerard CROISET), ovvero la capacità di “leggere” la storia di un oggetto mediante il semplice contatto con esso, e l’OOBE (acronimo di Out of Body Experience, “Esperienza extracorporea”), cioè la possibilità di “vivere esperienze e sensazioni in un luogo diverso da quello in cui si trova il proprio corpo fisico”, cioè, in parole povere, di “viaggiare” al di fuori

Il codice Genesi

Il Codice Genesi è un codice complesso ed arcano celato nell’originale traduzione ebraica dei primi 5 libri dell’Antico Testamento (Torah); recentemente decifrato da alcuni matematici con l’aiuto di potenti computer, pare predire gli eventi futuri con inquietante accuratezza. Il matematico israeliano Eliyahu Rips, approfondendo un il lavoro iniziato da un rabbi cecoslovacco, avrebbe scoperto il codice servendosi di una formula matematica chiamata “Sequenze di lettere equidistanti”; eliminando gli spazi e la punteggiatura nei primi 5 libri della Bibbia, viene creata una stringa continua di lettere 304.805 per l’esattezza. Il computer analizza questo insieme di lettere continue per rilevarne nomi, parole e frasi cifrate. Partendo dalla prima lettera esamina ogni possibile sequenza di salto. Rips pubblico’ uno studio dal titolo Equidistant Letter Sequences in the Book of Genesis sul numero di agosto 1994 della rivista Statistical Science. Veniva presentata una ricerca relativa ai nomi di 32 rabbi e saggi. Le loro vite ricoprivano un periodo di 5000 anni. Tutti i nomi furono trovati e codificati nella Bibbia, insieme alle date esatte di nascita e di morte degli uomini. I curatori della rivista scientifica sottoposero lo studio di Rips ad una tripla revisione ed ogni volta i dati vennero confermati. I dati erano inconfutabili e comprovavano l’esistenza di un’intelligenza al di là di quella umana. Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

Le cattedrali gotiche

Basta trovare la pietra giusta e rimuoverla: l’intera cattedrale si affloscerà come un castello di carte. Questa è una delle numerose leggende a proposito delle Cattedrali Gotiche, strutture svettanti verso il cielo ed architettonicamente arditissime, sostenute da un gioco di spinte, controspinte e “chiavi di volta” tanto bilanciato da far pensare, appunto, che togliere un solo elemento la chiave di tutte le chiavi provocherebbe un’inarrestabile reazione a catena. C’è chi afferma che i loro costruttori fossero gli eredi spirituali di Hiram, il mitico architetto dell’antico Tempio di Gerusalemme: sarebbero stati i Cavalieri Templari a indagare sugli antichi segreti ebraici nascosti nel sottosuolo di quel paese, a scoprire, in qualche nascondiglio sopravvissuto alla distruzione del Tempio, le “Leggi Divine dei Numeri, dei Pesi e delle Misure” che governano questo tipo di costruzioni. EDIFICI DEL MISTERO Le leggende sulle cattedrali gotiche cominciarono a nascere fin dalla loro origine, grazie anche a una serie di coincidenze che non è difficile definire “misteriose”. Esse, infatti, cominciarono a sorgere “d’improvviso” attorno al 1128, proprio quando i Templari ritornarono in Francia, e risulta molto difficile considerarlo una logica evoluzione del precedente stile romanico; i loro edificatori appartenevano a delle corporazioni con fortissime componenti esoteriche (i Compagnons e i Maçons). La maggior parte delle cattedrali sorgono su luoghi sacri precedenti, soprattutto quelli in cui si praticava il culto della Grande Madre, oppure su punti tradizionalmente considerati “nodi” di correnti terrestri; le decorazioni delle loro facciate, le statue che adornano i transetti e le navate, le vetrate, i disegni dei pavimenti sono letteralmente gremiti di simboli magici, esoterici, alchemici. Niente è casuale nelle cattedrali, da quella di Chartres alla recente Sagrada Familia di Barcellona, che il suo costruttore, Antoni Gaudì, definì “la prima cattedrale gotica di un nuovo genere” . Nel suo saggio I segreti delle Cattedrali , Fulcanelli sostiene che le cattedrali gotiche sono veri e propri libri di pietra, gigantesche dimore filosofali che, con le loro forme e le loro decorazioni, descrivono il processo dell’opera alchemica, ovvero il percorso iniziatico (spesso rappresentato dalla presenza di un labirinto) compiuto dall’uomo per passare dallo stadio di bruto a quello di uomo-dio. Tra le tante figure simboliche ricorre la rosa, che (in termini esoterici) rappresenta sia il Graal, sia il leggendario Sigillo di Re Salomone , dotato di una potentissima magia, sia – come spiega sempre Fulcanelli – il geroglifico alchemico che indica il tempo necessario alla preparazione della pietra filosofale. CASSE DI RISONANZA La precisa disposizione delle cattedrali gotiche le trasformerebbe in veri e propri ricevitori della potenza solare (proveniente dal Cielo) e di quella lunare (proveniente dalla Grande Madre nascosta nelle viscere della Terra); in tal modo le due forze percorrerebbero “la colonna vertebrale dei fedeli, aprendoli all’illuminazione”. Nei sotterranei di molte cattedrali gotiche si trovano pozzi la cui profondità corrisponderebbe all’ altezza della guglia più alta, in modo di creare una sorta di simmetria tra Cielo e Terra. Una scelta di carattere simbolico o – come sostengono alcuni – un ulteriore artificio di carattere fisico per aumentare il loro potere di risonanza eterea ? Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

History of Pink Floyd Ch.7

La nascita del “muro” Molto probabilmente il successo crescente di The dark side of the moon aveva messo in crisi i PINK FLOYD, come se pervasi da un senso di appagamento non sapevano come e su cosa realizzare un nuovo album. La casa discografica faceva enormi pressioni sul gruppo e dopo un lungo periodo di vacanza, intervallato da alcune tournèe, lunedì 13 gennaio 1975 i PINK FLOYD fecero il loro ingresso nel rinnovatissimo Studio 3 della EMI ad Abbey Road per cominciare le registrazioni del loro settimo album in studio. Gli impegni concertistici del gruppo rallentarono di molto i lavori in studio e l’uscita del disco slittò a settembre. Il tour americano fu annunciato a marzo e nelle sette maggiori città toccate dalla tournèe i biglietti andarono esauriti nell’arco di un solo giorno. I fans americani furono i primi testimoni dell’impatto scenico del nuovo spettacolo: oltre 30 tonnellate di attrezzature arrivarono via mare e viaggiò da una città all’altra con un convoglio di autoarticolati. Tutto funzionava a meraviglia per gli spettacoli al coperto, ma qualche serio problema intervenne a giugno quando sulla East Coast i concerti erano previsti all’aperto. Il loro palco era di piccole dimensioni rispetto agli immensi spazi degli stadi e per incrementare l’impatto visivo, il gruppo si rivolse a Mark Fisher e Jonathan Park, due stimati architetti di base a Londra esperti in strutture pneumatiche gonfiabili e mobili. I due progettarono una piramide enorme che avrebbe volato sopra il palco riflettendo i raggi luminosi. Messa a punto in tempi record, la struttura fece il suo volo inaugurale il 20 giugno al colossale Three Rivers Stadium di Pittsburgh, sesta data del tour. La piramide, 4,5 metri di altezza per 4,5 di base, venne lanciata dal fondo del palco agganciata a delle guide, ma poi il vento la soffiò via facendo staccare le funi che la reggevano ed alla fine si andò a schiantare su un parcheggio limitrofo allo stadio, per la grande gioia dei fans che la fecero a pezzettini a titolo di souvenir. Oltre al pieno successo, il tour viene ricordato anche per la mano pesante dei poliziotti che alla fine misero le manette a più di 500 fans considerando lo spettacolo come un “festival illegale dell’erba”. Com’era prevedibile la stampa non ci andò tanto per il sottile, evidenziando la cronaca rispetto alla performance e lo stesso fu in Inghilterra che prese lo spunto per evidenziare di trascurare troppo il loro paese di origine. Il mercato americano aveva delle risorse di gran lunga maggiori rispetto a quello Europeo e rendeva il tour molto più remunerativo, ma denaro a parte la tournèe americana raffreddò gli umori dei quattro. Dopo The dark side of the moon si iniziarono a rendere conto che erano divenuti ostaggi dell’industria discografica e tornare indietro non era possibile. Tale era l’entusiasmo dei fans ed il loro rumoroso sostegno, che seguire un loro concerto era come assistere alla finale di un Mondiale in terra propria. Il senso di alienazione portò a Roger Waters un profondo turbamento che disse: “Ho ripensato a quel malessere del cazzo provato durante l’ultimo tour americano, di fronte a quelle migliaia e migliaia di ragazzi ubriachi che si scannavano a vicenda. Mi sentivo male, non aveva nulla a che fare con noi e con la nostra musica, credo che tra noi e loro non ci fosse alcun punto di contatto.” Le case discografiche premevano affinchè il nuovo album fosse all’altezza del precedente, ma in verità il loro cuore era da un’altra parte. Furono addirittura vicini allo scioglimento. Si aveva come l’impressione che the dark side of the moon avesse esaurito la loro energia creativa e che le loro ambizioni erano state di gran lunga soddisfatte. Lavorarono sodo in studio quasi incuranti del senso di tedio che li opprimeva, cercando di continuare ad essere i PINK FLOYD. Nessuno di loro si guardava negli occhi e si andò avanti in una fredda atmosfera. Il materiale a disposizione era comunque buono, durante gli ultimi tour avevano già provato la nuova suite Shine on ed altri 2 inediti, Raving and drooling e Gotta be crazy (che nel successivo album Animals divennero rispettivamente Sheep e Pigs on the wing Pt.1) mancava giusto un ponte che collegasse le 2 parti. Così nacquero Welcome to the machine, Have a cigar e Wish you were here. Si narra anche di un ultimo incidente occorso durante la registrazione di Shine on, divunuta nel frattempo Shine on you crazy diamond, ovvero l’improvvisa apparizione di Syd Barrett negli studi, ma nessuno lo riconobbe, totalmente rasato, in notevole sovrappeso ed alquanto trasandato venne scambiato per il custode, disse loro qualche parola stentata e se ne andò. Fu l’ultima volta che lo videro. “Mi dispiace molto per Syd e non nego la sua importanza, senza di lui il gruppo non sarebbe mai esistito, ma con lui non si poteva andare avanti. Non so quanto sia stato importante nella storia del Rock, ma lo è stato moltissimo nella storia dei PINK FLOYD.” Così ammise Waters e Shine on you crazy diamond ne era l’ennesima dimostrazione, anche se non parla in prima persona di Syd, ma racconta di come la gente fronteggi la tristezza della vita quotidiana rifugiandosi sempre più in stati di totale alienazione. Il 15 settembre 1975 esce Wish you were here che in un mese schizzò in vetta alle classifiche da una sponda all’altra dell’Atlantico. Le case discografiche tirarono un sospiro di sollievo: i loro investimenti erano stati ripagati. Il predominio crescente di Waters all’interno del gruppoaveva iniziato a creare le prime spaccature e Wright, di carattere più riservato degli altri, fu quello che ne risentì maggiormente. “Gran parte della musica di quel periodo non mi piaceva proprio e non lottai per inserire qualcosa di mio, suonai e basta. La band stava cominciando a diventare vittima di un solo ego…” Nel 1976 i PINK FLOYD si ritirarono nel nuovissimo studio di registrazione fatto costruire in una chiesa riadattata a Britannia Row, Islington, nel nord di Londra. In Inghilterra, malgrado un’economia forte ed un alto tasso di

Autopsia alieno

Si tratta di un video sgranato in bianco e nero girato presumibilmente da militari statunitensi nel 1947. Mostra un’autopsia eseguita su uno dei tre alieni recuperati dalla caduta di un UFO avvenuta a Roswell nel luglio del 1947. Il video venne girato con una macchina da presa a mano priva di messa a fuoco attraverso l’obiettivo, cosa normale per le macchine dell’epoca, ma nel filmato vi è una scena che mostra uno dei dottori che solleva il bordo di un pezzo di tessuto nero che copre l’occhio sinistro dell’alieno, si vede la punta delle pinza stringere il bordo e poi all’improvviso (il taglio della scena è evidente) la scena cambia su un primo piano dell’occhio e mostra il dottore che solleva e scosta la membrana. Il problema è che  il primo piano inizia nel momento preciso in cui si è concluso il campo lungo, per cui come avrebbe fatto il cameramen a fare una zumata sulla scena senza che l’azione proseguisse? Non avrebbe potuto a meno che gli attori non abbiano fermato i loro movimenti mentre la macchina da presa veniva spostata e rimessa a fuoco, per poi continuare dallo stesso momento. Quando si esegue un’autopsia, i patologi tengono le forbici con il pollice e con il medio usando l’indice per stabilizzare le lame e questo i patologi lo sanno mentre degli attori no. Nel filmato i dottori che indossano il camice tengono le forbici con il pollice e l’indice, esattamente come una persona qualunque terrebbe lo strumento. Questi sono solo due dei problemi che hanno reso lo spettatore diffidente e che alla fine hanno confermato che il video non è altro che un accurato imbroglio. Tuttavia, la diffusa credenza sulla falsità del filmato non smorzò l’interesse per l’incidente di Roswell ed in realtà, alcuni appassionati ritengono che il video faccia parte di una massiccia campagna di disinformazione sponsorizzata dal Governo degli Stati Uniti. La teoria del complotto finisce per asserire che il Governo Americano mise in scena e diffuse una falsa autopsia, che era così evidentemente falsa da sviare i ricercatori dalla verità e che si concluse con la dichiarazione ufficiale rilasciata dai militari nel 1997 che a Roswell non era accaduto nulla, lasciando cadere una volta per tutte la questione. Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

Atlantide

Atlantide è un’isola leggendaria situata nell’oceano atlantico ad ovest di Gibilterra; a detta di Platone esisteva già 9000 anni prima di Cristo, fino al giorno in cui si inabissò in mare durante un terremoto. “Al di là di quello stretto di mare chiamato Le Colonne d’Ercole, si trovava allora un’isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e da essa si poteva passare ad altre isole, e da queste isole alla terraferma di fronte (…). In quell’isola chiamata Atlantide v’ era un regno che dominava non solo tutta l’isola, ma anche molte altre isole nonché alcune regioni del continente al di là: il suo potere si spingeva, inoltre, al di qua delle Colonne d’Ercole; includendo la Libia, l’Egitto e altre regioni dell’Europa fino alla Tirrenia”. A parlare è Crizia, parente del filosofo Platone, il quale racconta che un secolo prima, nel 590 a.C., il legislatore Solone si era fermato nella capitale amministrativa dell’ Egitto, Sais. Qui aveva cercato di impressionare i Sacerdoti di Iside illustrando le antiche tradizioni greche, ma uno di loro aveva sorriso, affermando che quello greco era un popolo fanciullo nei confronti di un altro su cui gli Egizi possedevano molta documentazione scritta. Secondo il sacerdote egiziano, una civiltà evoluta era esistita per secoli su “un’isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme” l’isola era stata distrutta novemila anni prima da un immane cataclisma insieme a tutti i suoi abitanti. Le parole di Crizia sono riportate nei “Dialoghi” Timeo e Crizia, scritti da Platone attorno al 340 a.C.. Ecco come il filosofo greco descrive l’ isola, sempre per bocca del sacerdote egiziano. “Dal mare, verso il mezzo dell’intera isola, c’era una pianura; la più bella e la più fertile di tutte le pianure, e rispetto al centro sorgeva una montagna non molto alta (…).” La descrizione continua a lungo, inframmezzata da commenti sulla genealogia degli abitanti di Atlantide: ne emerge l’identikit di un territorio rettangolare di 540 x 360 chilometri, circondato su tre lati da montagne che lo proteggono dai venti freddi, e aperto a sud sul mare. La pianura è irrigata artificialmente da un complesso sistema di canali perpendicolari tra loro, che la dividono in seicento quadrati di terra chiamati klerossu in cui si trovano floridi insediamenti agricoli. La città principale, Atlantide, sorge sulla costa meridionale; è circondata da una cerchia di mura la cui circonferenza misura settantun chilometri; la città vera e propria, protetta da altre cerchie d’acqua e di terra, ha un diametro di circa cinque chilometri. In altre parole Atlantide misura quasi otto volte la Sicilia; se non proprio un continente, è pur sempre un’isola di grandezza non disprezzabile. Probabilmente il filosofo greco non immaginava che la sua breve narrazione (più o meno una decina delle nostre pagine) avrebbe fatto scorrere più inchiostro del suo intero corpus filosofico: circa venticinquemila opere dedicate a una civiltà che, forse, non è neppure esistita. Aristotele, il pupillo di Platone, confermò che la storia di Atlantide era solo una favola scritta per sostenere un argomento, ma tuttavia la leggenda di Atlantide continua a vivere. Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

Arca di Noe

Nella tradizione occidentale, al Diluvio Universale è immancabilmente associata l’immagine dell’Arca di Noé . Secondo la Bibbia essa sarebbe approdata sul monte Ararat, in Turchia (nelle altre tradizioni i punti d’approdo sono, ovviamente, differenti). La ricerca della prova storica della narrazione biblica ha occupato per un paio di secoli decine di spiriti ardimentosi. Nel 1829, un medico tedesco, il dottor Friedrich W. Parrot, compì la prima ascensione documentata sull’Ararat e visitò tra l’altro il monastero di Echmiadzin, dove i Pope ortodossi venerano una croce costruita con il legno dell’Arca . Altre spedizioni senza successo furono effettuate nel 1835 (Karl Behrens), nel 1845 (Hermann Von Abich), nel 1846 (Danby Seymour), nel 1850 (colonnello Khodzko) e nel 1856 (Robert Stuart). Il primo avvistamento dell’Arca avvenne in una data imprecisata tra il 1850 e il 1880. Un armeno, Hail Yearam, non solo avrebbe rinvenuto il fantastico relitto, ma vi sarebbe addirittura entrato. L’inglese Sir James Bryce, nel 1876, riportò a Londra la prima prova dell’ esistenza dell’Arca: un pezzo di legno vecchio almeno di tremila anni, ritrovato a più di quattromila metri di quota. Nel 1883 il governo turco annunciò ufficialmente la scoperta dell’Arca, ma poi della notizia non fu più fatta menzione. Altri spettacolari avvistamenti sono stati effettuati nel nostro secolo da un pastore armeno di nome Hagopian (1902) e da un pilota russo, Vladimir Roskovitsky (1916). L’avvenimento interessò gli Zar, che inviarono le truppe a investigare. Si dice che i soldati trovarono l’Arca e fecero delle accurate misurazioni; ma dopo pochi giorni scoppiò la Rivoluzione e la notizia finì nel dimenticatoio. Solo molti anni dopo l’ ex colonnello zarista Alexander Koor, che aveva partecipato alle ricerche, confermò la scoperta, fornendo anche dettagliati diagrammi della zona del ritrovamento. SATELLITI SPIA Avvistamenti più recenti sono stati effettuati da piloti russi e da satelliti spia americani; questi ultimi avrebbero fotografato sulla sommità dell’Ararat un manufatto semisepolto dal ghiaccio simile alla chiglia di una grande imbarcazione. Poi, per questoni politiche, le spedizioni sull’Ararat sono state proibite dal governo turco. Cionondimeno, le associazioni di ricercatori dell’Arca (tra cui l’americana Search Foundation ) continuano ad aumentare di numero; tra le spedizioni (infruttuose) più recenti vi é quella dell’ex astronauta John Irwin (1982) , uno dei pochi uomini che ha posto piede sulla Luna. Related posts: Il teschio del destino La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1

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