Editto di Worms
(1521) L’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V emana un decreto a Worms, in Germania, etichettando il critico ecclesiastico Martin Lutero come eretico e vietando i suoi scritti. Ma il documento ha l’effetto opposto, elevando la statura del dissidente all’interno della crescente Riforma protestante. Dopo che Martin Lutero pubblicò le sue 95 tesi, papa Leone X inizialmente pensò che la lite si sarebbe placata, ma nel giugno 1520 i suoi consiglieri lo convinsero a denunciare pubblicamente il monaco sfidante. La bolla papale Exsurge Domine (‘Alzati, Signore’) attaccò Lutero per 41 ‘errori’ specifici e minacciò di scomunicarlo a meno che non si ritrattasse entro 60 giorni. Papa Leone fece anche bruciare pubblicamente alcuni degli scritti problematici di Lutero. Ma Lutero rifiutò di obbedire e invece pubblicò i suoi trattati polemici attaccando il papato; poi bruciò pubblicamente una copia della bolla – atti di ribellione senza precedenti nella storia della Chiesa. Per questo fu successivamente convocato a comparire davanti a una dieta imperiale (assemblea deliberativa formale) convocata per esaminare la questione. La Dieta di Worms si tenne nel Giardino di Heylshof, presieduto dall’imperatore Carlo V. Dopo che Lutero espresse le sue opinioni, l’agente dell’imperatore, Johann Eck, lo definì eretico e furono avviate conferenze private per determinare il destino di Lutero. Ma prima che fosse presa una decisione, e sapendo di rischiare probabilmente la condanna e l’esecuzione, Lutero fuggì. Il 25 maggio 1521, l’imperatore Carlo V emanò un decreto formale, noto come l’Editto di Worms, in cui definì Lutero un ‘rivivente delle antiche e condanne eresie’ e un ‘inventore di nuove’. Il documento ordinò che i libri di Lutero venissero bruciati e i suoi beni confiscati. Lo separò dalla Chiesa, ordinò il suo arresto e proibiva a chiunque di ospitare o sostenere il latitante. Chiunque non abbia obbedito o non si sia opposto al decreto in qualsiasi modo, si affermava, ‘sarà colpevole del crimine di lesa maestà e incorrerà nella nostra grave indignazione così come in ciascuna delle punizioni sopra menzionate.’ Lutero, tuttavia, continuò a ostentare l’autorità del papa e a farla franca. Dopo aver trascorso un periodo in nascosto, tornò a Wittenberg dove si dedicò alla costruzione di una nuova chiesa basata sulle sue idee riformiste. Sposò anche una suora e la coppia ebbe sei figli. La chiesa di Lutero divenne la fede principale nella sua regione e la sua popolarità si diffuse. Di conseguenza, le autorità secolari conclusero che non sarebbe stato saggio tentare di far rispettare l’Editto di Worms. Il luteranesimo continuò a diffondersi in tutta l’Europa settentrionale e seminò i semi del dissenso per il calvinismo e altre forme di protestantesimo. Martin Lutero morì nel 1546 e fu sepolto sotto il pulpito della chiesa dove aveva affisso il suo famoso documento, le 95 Tesi. Related posts: Il Codice di Napoleone La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo
La lettera di Cristoforo Colombo

(1493) Durante il viaggio di ritorno del suo primo viaggio di scoperta verso il Nuovo Mondo, Cristoforo Colombo scrive una lettera descrivendo ciò che ha trovato. Crea sensazione in tutta Europa e fino al XIX secolo rimane il suo unico resoconto scritto in prima persona conosciuto degli eventi storici del 1492–93. Prima di tornare in Spagna dal suo viaggio inaugurale del 1492–93, l’esploratore genovese Cristóbal Colón (Cristoforo Colombo) redasse un rapporto datato 15 febbraio 1493 mentre si trovava a bordo della sua caravella, La Niña, al largo delle Isole Canarie. In esso descriveva ciò che aveva trovato durante il suo viaggio alla ricerca di una rotta oceanica per l’Asia. Colombo scrisse di aver attraversato l’Atlantico verso ovest, raggiungendo la prima isola il 33° giorno e altre isole successive. All’epoca pensava di trovarsi nelle Indie (orientali), descrivendo così gli abitanti nativi che aveva incontrato come ‘Indiani’. In realtà, stava descrivendo isole caraibiche oggi conosciute come isola di San Salvador alle Bahamas, così come Cuba, Haiti e Repubblica Dominicana; e la terraferma di cui sentì voci dagli indigeni non era Cathay (Cina) ma le Americhe. Poco dopo il ritorno di Colombo in Spagna, una versione stampata della lettera in spagnolo apparve a Barcellona. Un mese dopo, una traduzione latina di una versione quasi identica apparve a Roma, ampiamente distribuita dalla Chiesa. Il documento annunciava: ‘Ho scoperto molte isole abitate da numerose persone. Ne presi tutti per il nostro fortunatissimo re facendo proclamazione pubblica e srotolando il suo stendardo, senza che nessuno opponesse resistenza.’ La sua lettera forniva anche osservazioni sulla vulnerabilità dei nativi alla conquista, affermando che ‘sono privi di armi, che sono del tutto sconosciute a loro e per le quali non sono adattati; non per alcuna deformità corporea, perché sono ben costruite, ma perché sono timide e piene di terrore.’ L’esploratore portò indietro diversi indiani come prigionieri (solo otto su 25 sopravvissero al viaggio) per dimostrare com’erano quei popoli strani. Colombo dipingeva il Nuovo Mondo come un paradiso di creature esotiche e frutti, spezie e oro abbondanti, concludendo che il ricco territorio era a disposizione della Spagna e che i suoi abitanti potevano essere facilmente conquistati, schiavizzati e convertiti alla fede cristiana. Il suo racconto iniziale fu così interessante che la Corona lo equipaggiò rapidamente per un viaggio di ritorno con una flotta massiccia che partì il 24 settembre 1493. Dopo di ciò, fece altri due viaggi di ritorno. Poiché non è mai stata trovata una copia originale manoscritta della lettera di Colombo, gli storici si sono affidati alle molteplici versioni stampate del documento del 1493 per aiutarli a ricostruire la sua grande scoperta. Related posts: Documenti di Isaac Newton La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci Editto di Worms
I Quaderni di Leonardo da Vinci

(1478–1519) Per la maggior parte della sua vita successiva, l’uomo rinascimentale per eccellenza tiene un registro quotidiano dei suoi interessi e delle sue idee, ricco di illustrazioni e appunti accurati che mostrano di essere molto avanti rispetto al suo tempo. Ecco perché scrive furtivamente gran parte del testo attraverso un suo metodo segreto – il ‘codice da Vinci’. Leonardo di ser Piero da Vinci (1452–1519), il grande polimata rinascimentale italiano di tutti i polimate, possedeva una creatività sconfinata, una ‘curiosità insaziabile’ e una ‘febbrile immaginazione inventiva’. La sua mente esplose di intuizioni su neonati nel grembo materno, elicotteri e sottomarini, il funzionamento interno delle piante e infiniti altri fenomeni. Poiché da Vinci non voleva che le sue idee venissero rubate, dovette fare di straordinari sforzi per non offendere l’egemonia tirannica del suo tempo. Sapendo che una mossa ritenuta minacciosa per chi detiene il potere avrebbe potuto costargli caro, cercò di coprire almeno alcune delle sue tracce. Pur prendendo appunti e disegni approfonditi per registrare alcune delle sue attuali attività artistiche e filosofia naturale, da Vinci spesso celava le sue osservazioni con una caratteristica corsiva unica al contrario che aveva progettato per tenere fuori ladri, inquisitori e altri nemici. La sua particolare forma di ‘calligrafia a specchio’ poteva essere facilitata dal fatto di essere mancino, ma faceva impazzire gli intrusi. Il maestro iniziava a sviluppare le sue idee facendo schizzi rapidi su fogli sciolti, a volte utilizzando piccoli blocchi di carta che teneva nella cintura. In seguito disponeva le abbondanti note secondo il tema e le archiviava in ordine nei suoi quaderni. Dopo la morte di da Vinci, il suo storico allievo e compagno Francesco Melzi ricevette 50 dei quaderni contenenti 13.000 pagine e li portò a Milano. Alla morte di Melzi, molti dei documenti finirono infine per essere venduti e alcuni andarono persi. Molti furono legati. Divennero conosciuti come ‘Il Codice da Vinci’ (un codice è un libro rilegato composto da pagine separate). I quaderni di da Vinci finirono poi in diverse delle collezioni più importanti del mondo, come il Louvre, la British Library e la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Quest’ultimo possiede il quaderno più grande, il vasto Codex Atlanticus, composto da 1.119 fogli compilati da Vinci tra il 1478 e il 1519. L’unico grande progetto scientifico di proprietà privata, il Codex Leicester, fu acquistato da Bill Gates per 30,8 milioni di dollari nel 1994. Scritto su 72 fogli di lino sciolti tra il 1506 e il 1510, tratta principalmente di idrologia. Oltre a fornire indizi sulla mente che ha prodotto alcuni dei capolavori artistici più preziosi al mondo, i quaderni rappresentano la più grande rappresentazione scritta rimasta del genio di da Vinci in una vasta gamma di discipline. Related posts: Il Codice di Napoleone La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms
La Bibbia di Gutemberg

(Anni 1450) Sebbene le prime invenzioni siano avvenute molto prima in Cina e Corea, la genesi della stampa moderna tramite una stampa con caratteri mobili metallici è giustamente ricondotta alla pubblicazione della Bibbia da parte di Gutenberg, che cambiò la natura della produzione documentaria – e trasformò il mondo. La stampa a blocchi di legno fu inventata in Cina all’inizio del VI secolo, quando veniva inchiostrato un cartone intagliato e usato per stampare più copie di una pagina. I cinesi modificarono anche il metodo per creare caratteri individuali negli anni 1040, anche se il loro uso di tale tecnologia era limitato dalla necessità di creare le migliaia di caratteri individuali necessari per la scrittura cinese. La Corea fu il primo paese ad adottare la stampa xilografica cinese e il primo a ideare caratteri mobili in metallo per i singoli caratteri, cosa che fu realizzata per stampare il documento buddhista Jikji nel 1377. Ma le complessità delle lingue asiatiche rendevano l’uso dei caratteri mobili metallici più adatto alla pubblicazione di lingue alfabetiche occidentali. La grande svolta avvenne negli anni 1450, quando un fabbro e tipografo di Magonza, Germania, di nome Johannes Gutenberg (1398–1468), trascorse quattro anni perfezionando nuovi metodi di stampa per produrre un’edizione squisita della Vulgata, la versione della Bibbia in lingua latina del IV secolo. Lavorando con una squadra di almeno 20 assistenti macchiati d’inchiostro, Gutenberg sviluppò la sua tecnologia di stampa fine in gran parte da zero, sperimentando con diversi inchiostri, fogli e processi finché non trovò quello giusto. Invece degli inchiostri tradizionali a base d’acqua, scelse inchiostro a base d’olio di altissima qualità e ne perfezionò la produzione secondo gli standard più rigorosi. Il miglior giornale veniva portato dall’Italia. Attraverso tentativi ed errori, sviluppò una lega metallica speciale che si scioglieva a bassa temperatura ma rimaneva abbastanza resistente da resistere alla pressione in una pressa. Trovò il metodo giusto per creare lettere singole fondendole in uno stampo appositamente creato in sabbia, ideando anche modi per ordinare, conservare e mantenere il carattere in modo da poterlo usare ripetutamente con buon effetto. I suoi font erano progettati e realizzati con assoluta precisione, con 292 diversi blocchi di caratteri, inclusi fino a sei versioni della stessa lettera, realizzati a larghezze diverse per permettere ciascuno di essere compresso e adatto a uno spazio ristretto se necessario, fino al millimetro. La sua pressa da stampa in legno su misura, modellata su una pressa da vino, permetteva all’operatore di stampare le pagine a un ritmo molto più veloce rispetto a qualsiasi macchina da stampa a blocchi lignei e la qualità del prodotto finito era eccellente. Notevole per la regolarità dell’impronta a inchiostro, l’armonia della disposizione e altre qualità, la Bibbia di Gutenberg di 1.286 pagine (nota anche come la ‘Bibbia a 42 righe’, ‘Bibbia di Mazarino’ o ‘B42’) fu acclamata come un capolavoro. Gli studiosi oggi ritengono che siano state stampate tra 160 e 185 copie, di cui 48 sono sopravvissute. La Bibbia di Gutenberg ebbe un effetto profondo sulla stampa e alimentò una rivoluzione dell’informazione. Related posts: Il Codice di Napoleone La pietra di Rosetta I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms
La pietra di Rosetta
(1822) Dopo oltre un decennio di lavoro ossessivo nello studio dei misteriosi geroglifici sulla famosa Pietra di Rosetta, un giovane francese ha un’epifania che descrive in una lettera al capo della principale organizzazione accademica del paese. Ha decifrato il codice. All’età di 10 anni, Jean-François Champollion (1790–1832) rimase affascinato dalle storie della campagna egiziana di Napoleone, dalle piramidi e dagli strani geroglifici antichi che nessun europeo era riuscito a decifrare. Durante una visita a una mostra di antichità decorate con iscrizioni dall’aspetto strano, giurò che un giorno avrebbe risolto il mistero e le avrebbe decifrate. Negli anni 1810, Champollion seguì da vicino il rigoroso lavoro empirico del poliedrico inglese Thomas Young, che pubblicava le sue teorie sui geroglifici egiziani basate sul suo studio della Pietra di Rosetta. L’antica stele dei tempi dei faraoni era stata recuperata dai soldati francesi nel Delta del Nilo nel 1799. Ma i tentativi di decifrare la sua scrittura estesa, apparentemente scritta in tre lingue diverse, avevano ostacolato Young e tutti gli altri. Champollion era determinato a decifrare il codice. Il 14 settembre 1822, mentre si trovava a Parigi, Champollion compiette una svolta cruciale che rivelò la natura fonetica dei geroglifici. Proclamò ‘Je tiens l’affaire!’ (‘Ce l’ho!’), prima di svenire sul posto. Inviò immediatamente una lettera al segretario dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres francese riguardo alla sua scoperta. Il 27 settembre, Champollion lesse il documento di otto pagine davanti a una sala gremita all’Académie. ‘Ne sono certo,’ scrisse, che gli stessi segni geroglifici-fonetici usati per rappresentare i suoni dei nomi propri greci o romani sono impiegati anche nei testi geroglifici iscritti molto prima dell’arrivo dei greci in Egitto, e che in quel periodo precedente avevano già lo stesso suono rappresentativo o articolazioni dei cartatti incisi sotto i greci o i romani. Poco dopo, Champollion pubblicò i suoi risultati in un opuscolo di 44 pagine contenente quattro tavole illustrate. Il suo lavoro fu determinante nel mostrare che la Pietra di Rosetta, risalente al 196 a.C., aveva annunciato un decreto emesso per conto del re Tolomeo V, in tre lingue diverse. Il testo più basso era scritto in greco antico, quello centrale in alfabeto demotico (egiziano), e la versione superiore in geroglifici egiziani antichi. Poiché la pietra presentava essenzialmente lo stesso testo in tutti e tre gli alfabeti, e una delle lingue (greco antico) poteva essere compresa, questo era la chiave per decifrare due lingue dimenticate. Sulla base delle sue scoperte, Champollion divenne noto come il ‘Padre della Decifrazione dei Geroglifici.’ I suoi documenti originali sono esposti al Museo Champollion di Figeac, in Francia. Related posts: Il Codice di Napoleone La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms
Il Codice di Napoleone
(1804) Napoleone Bonaparte istituisce un codice civile completo che abolisce il feudalesimo, promuove la tolleranza religiosa e attua altre riforme liberali in tutta Europa. Basandosi sul diritto romano e sui principi della Rivoluzione francese, si rivela uno dei codici legali più influenti della storia mondiale. Il comandante militare francese e leader politico Napoleone Bonaparte (1769–1821) dominò gli affari europei dal 1799 al 1815, servendo per gran parte di quel periodo come sovrano supremo di un vasto e in crescita di un impero vasto e in crescita. Il suo stile ambizioso, pratico e l’attenzione ai dettagli si estendevano a una profonda riforma del sistema giuridico francese, che sotto l’ ancien régime aveva da tempo sofferto di una serie di problemi, tra cui un numero eccessivo di tribunali basati sul privilegio con giurisdizioni sovrapposte che conducevano procedimenti lenti e estremamente costosi per produrre ingiustizie dilaganti. Per rimediare alla situazione, Napoleone nominò una commissione di esperti che trascorsero più di due anni a discutere l’argomento. Napoleone stesso partecipò a molte delle riunioni e stupì i giuristi con la sua profonda conoscenza del diritto romano antico e la sua capacità di portare a termine le cose. Il risultato fu un ampio nuovo codice civile francese (Code civil des français), noto come Codice Napoleonico o Code Napoléon, che entrò in vigore il 21 marzo 1804, poco prima che il sovrano fosse proclamato Imperatore di Francia. Modellata sulla codifica del diritto romano e di altri esempi di Giustiniano nel VI secolo, la struttura completa di Napoleone era altamente razionale e priva di contenuti religiosi. Incorporava inoltre le idee della Rivoluzione francese su libertà, uguaglianza e fraternità in un chiaro francese vernacolare. In linea con la Rivoluzione, i residui del feudalesimo e dei privilegi reali sembrarono essere stati aboliti. Il Codice richiedeva che, affinché le leggi fossero applicate correttamente, dovessero prima essere debitamente promulgate e promulgate. Le leggi segrete furono abolite. Le leggi ex post facto sono state invalidate. E furono necessarie procedure per rendere l’applicazione delle leggi giusta ed equa. Non tutto ciò che riguarda il Codice rappresentava però un passo avanti, poiché l’atto di Napoleone rafforzò anche il potere patriarcale facendo del marito il sovrano della casa, con supremazia sulla moglie e sui figli minori; e la sua abolizione del divorzio di comune consenso rappresentò in realtà una significativa regressione per le donne francesi. (Nonostante la rivolta a Saint-Domingue, nel 1802 aveva già restaurato la terribile schiavitù nera nelle colonie francesi.) Ma Napoleone fu contento che le sue nuove leggi fossero state diffuse in tutto l’impero, e disse verso la fine della sua vita: ‘Waterloo cancellerà la memoria delle mie quaranta vittorie; ma ciò che nulla può cancellare è il mio Codice Civile. Che vivrà per sempre.’ Una copia originale del Codice Napoleonenico è conservata presso lo Historisches Museum der Pfalz a Spira, Germania. Related posts: La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms
La Dichiarazione di Indipendenza
(1776) Redatta nel linguaggio dell’Illuminismo da Thomas Jefferson tra l’11 e il 28 giugno 1776, la Dichiarazione d’Indipendenza dissolve formalmente il controllo politico della Gran Bretagna sulle colonie americane, promuovendo una carta rivoluzionaria volta a unire gli americani sotto la bandiera della libertà e del consenso dei governati. Quando nell’ aprile 1775 iniziò il conflitto armato tra bande di espatriati americani ribelli e soldati britannici, i ribelli si opponevano apparentemente a presunte incursioni contro i loro diritti come sudditi della corona britannica. Ma mentre la ribellione si trasformava nella Guerra d’Indipendenza, i delegati del Congresso Continentale si riunirono a Filadelfia per creare una carta per il loro movimento. A metà giugno 1776, un piccolo comitato fu incaricato di redigere una dichiarazione politica motivazionale che spiegasse la decisione delle colonie di dichiarare formalmente la propria indipendenza. Thomas Jefferson della Virginia, un talentuoso designer e polimata che si era guadagnato la reputazione di voce eloquente per la causa patriottica dopo la pubblicazione di ‘A Summary View of the Rights of British America’ (1774) e ‘Declaration of the Causes and Necessity of Taking Arms’ (1775), redasse il documento che sarebbe diventato la Dichiarazione d’Indipendenza. Il linguaggio era inteso a galvanizzare il sostegno alla causa. La bozza di Jefferson era composta da un’introduzione, un preambolo, un corpo (diviso in due sezioni) e una conclusione. L’introduzione affermava di fatto che era diventato ‘necessario per un solo popolo sciogliere le bande politiche’ per la Gran Bretagna, e quindi dovevano ‘dichiarare le cause’. Sebbene il corpo del documento delineasse una lista di risentimenti contro la corona britannica, il preambolo include il suo passaggio più famoso: Riteniamo queste verità evidenti; che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili; tra questi ci sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che per garantire questi diritti, vengono istituiti Governi tra gli Uomini, traendo i loro giusti poteri dal consenso dei governati, che ogni volta che una Forma di Governo diventa distruttiva per questi scopi, è diritto del Popolo alterarla o abolirla, e di istituire un nuovo Governo. Il Congresso adottò la Dichiarazione d’Indipendenza a Filadelfia il 2 luglio e la dichiarò formalmente il 4 luglio, data celebrata come la nascita dell’indipendenza americana. Come prima dichiarazione formale di un popolo di una nazione che afferma il proprio diritto di scegliere il proprio governo, la Dichiarazione d’Indipendenza divenne una pietra miliare significativa nella storia della democrazia. Oltre alla sua importanza nel destino della nascente nazione americana, esercitò anche un’enorme influenza al di fuori degli Stati Uniti, in particolare in Francia durante la Rivoluzione francese. Insieme alla Costituzione e alla Carta dei Diritti, la Dichiarazione d’Indipendenza è considerata il primo dei tre documenti fondativi essenziali del governo degli Stati Uniti – e quello che si rivela più difficile da rispettare. Related posts: La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms
Documenti di Isaac Newton
(1660–1727) Lo scienziato più influente della storia lascia una delle più grandi collezioni al mondo di preziosi manoscritti originali accademici, ma per secoli l’accesso ad alcuni di questi articoli è stato limitato a causa delle idee non ortodosse di Newton su certi argomenti. Sir Isaac Newton (1642–1727) fu di gran lunga il più grande scienziato, matematico e filosofo naturale dell’Illuminismo. Conosciuto soprattutto per la sua descrizione matematica della gravitazione universale, ma anche venerato per i suoi risultati in calcolo sottile, meccanica classica, ottica, colore e innumerevoli altri domini, Newton è accreditato di così tante importanti scoperte e invenzioni che probabilmente è considerato lo studioso più influente nella storia della scienza. Tuttavia, molti dei suoi scritti meno noti si addentrarono in altri argomenti che complicarono la sua eredità. La storia degli articoli di Isaac Newton è interessante per diversi motivi. Newton lasciò dietro di sé una pila enorme di manoscritti, lettere e altri documenti stimata in 10 milioni di parole. Le sue celebri opere di genio scientifico e matematico sono state e sono molto apprezzate. Ma una grande parte dei suoi archivi, riguardanti alchimia, teologia e cronologia, rimase nascosta per secoli. L’ampia gamma di interessi non ortodossi di Newton allontanò alcune persone che avevano accesso ai documenti. La sua analisi forense della Bibbia, ad esempio, insieme alla sua ricerca di idee religiose ‘eretiche’ – come il suo rifiuto della Santissima Trinità – sorprese molti conformisti religiosi. E la sua ossessione per l’alchimia e altre nozioni ‘strane’ faceva mettere in dubbio il suo giudizio scientifico agli altri. Di conseguenza, l’intera portata della vasta traccia cartacea di Newton fu tenuta fuori dai limiti per secoli, continuando fino all’epoca vittoriana poco sensibile, per quelle che si potrebbero definire ragioni politiche. Uno storico esigente rimase sconvolto nel trovare alcune delle note matematiche immacolate di Newton mescolate a preoccupanti materiali teologici, forse non apprezzando la natura interdisciplinare del genio di Newton. ‘Non formulo ipotesi,’ scrisse, ‘perché ciò che non viene dedotto dai fenomeni va chiamato ipotesi; e le ipotesi, siano esse metafisiche o fisiche, di qualità occulte o meccaniche, non hanno posto nella filosofia sperimentale.’ Newton era strettamente legato all’Università di Cambridge, dove fu studente e detentore della Cattedra Lucasiana di Matematica. Non sorprende quindi che la maggior parte dei suoi manoscritti matematici e scientifici sia stata lasciata in eredità alla Biblioteca dell’Università di Cambridge da uno dei suoi parenti nel 1872. Un’altra importante collezione di manoscritti scientifici di Sir Isaac Newton fu donata all’università nel 2000. La timidezza e la censura di lunga data che circondano i giornali di Newton sembrano stare cambiando nell’era digitale. Un enorme archivio di opere classiche di Newton è pubblicato online dall’Università di Cambridge. E un’altra iniziativa web, il Newton Project con sede presso la Sussex University, si è dedicata a pubblicare integralmente un’edizione online di tutti gli scritti di Newton. Finora, il progetto ha trascritto 6,4 milioni di parole. Sta inoltre rendendo disponibili traduzioni dei suoi testi latini più importanti. I documenti Newton continuano a crescere. Ora i lettori potranno acquisire una comprensione più completa di una delle menti più straordinarie della storia. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La lettera di Cristoforo Colombo La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci Editto di Worms
Napoli: Il centro storico

Inserito nel 1995, il centro storico di Napoli risale alla fondazione greca di Parthenope, che venne in seguito rifondata come Neapolis (città nuova). Molte culture dal Mediterraneo hanno lasciato la loro impronta nella città rendendola un microcosmo. La storia di questa città, in cui a tratti sembra il tempo si sia fermato, risale all’insediamento greco del V secolo a.C. Sotto la chiesa di San Lorenzo Maggiore riposano i resti di un mercato dell’antica Napoli. All’interno del Duomo, attraverso la cappella del Tesoro di San Gennaro, si accede all’antica basilica paleocristiana di Santa Restituta, che con le sue antiche colonne e un battistero ornato da mosaici testimonia la precoce propagazione della fede cristiana in questa regione. Le chiese e i sontuosi palazzi in stile gotico, manierista e neoclassico della città furono edificati a partire dal XIII secolo, sotto il dominio della famiglia Angiò. La basilica di Santa Chiara, consacrata nel 1340, fu usata come chiesa sepolcrale dagli angioini. Castel Nuovo, residenza dei re e vicerè di Napoli, risale al XIII secolo. Tra il 1600 e il 1602 venne edificato il palazzo reale, nuova residenza delle dinastie della Corona d’Aragona e dei Borbone. La chiesa del Gesù nuovo è un magnifico esempiodel Barocco napoletano del XVI secolo. CASTEL NUOVO E CASTEL DELL’OVO Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino,è un capolavoro del Rinascimento napoletano. Tra le due torri difensive (torre di mezzo e la torre di guardia), Alfonso V d’Aragona fece costruire una sontuosa porta ad arco di trionfo, opera di Francesco Laurana. Castel dell’Ovo sorge sull’isolotto di tufo di Megaride, propaggine naturale del monte Echia. Il nome deriverebbe da una leggenda secondo la quale il poeta latino Virgilio avrebbe nascosto nelle segrete dell’edificio un uovo che manteneva in piedi l’intera fortezza. PIAZZA DEL PLEBISCITO E PALAZZO REALE Sulla centrale Piazza del Plebiscito si affacciano alcuni degli edifici storici più importanti di Napoli: il Palazzo Reale, la basilica di San Francesco di Paola, il Palazzo della Prefettura e Palazzo Salerno. Nel XVII secolo, il Palazzo Reale sostituì Castel Nuovo nel ruolo di residenza dei vicerè. Al suo interno, sono ancora visibili mobili e dipinti dell’epoca della casa reale dei Borbone di Napoli. GALLERIA UMBERTO I La volta trasparente in vetro e ferro della Galleria Umberto I a Napoli, progettata da Paolo Boubèe, riesce ad armonizzarsi perfettamente con la struttura in muratura. Negli otto pennacchi della cupola, otto figure femminili in rame sostengono lampadari, mentre gli ampi ventagli posti nelle testate dei bracci recano complesse scene in stucco. SANTA CHIARA E GESU’ NUOVO Presso le mura occidentali di Napoli sorgono la basilica e il convento di Santa Chiara, un complesso religioso costruito tra il 1310 e il 1340 sopra antiche terme romane del I secolo d.C. Il grandioso chiostro maiolicato, o delle Clarisse, è opera di Domenico Antonio Vaccaro, realizzata nel 1739. La ricca decorazione marmorea degli interni della chiesa di Gesù Nuovo è di Cosimo Fanzago (1591-1678). I bombardamenti della II Guerra Mondiale hanno causato gravi danni all’edificio. Una bomba cadde proprio sul soffitto della navata centrale, ma rimase inesplosa. Oggi l’ordigno è esposto all’interno della chiesa, come prova del miracolo. SAN DOMENICO MAGGIORE, SAN PAOLO MAGGIORE E CATTEDRALE La chiesa di San Domenico Maggiore, in origine costruita in stile gotico (1283-1324), divenne la casa madre dei Domenicani nel Regno di Napoli e la chiesa della nobilità aragonese. Nella sagrstia, su un ballatoio, sono presenti 45 feretri con le spoglie imbalsamate dei nobili. La basilica di San Paolo Maggiore fu costruita sui resti del Tempio dei Dioscuri. Nel 1943, nel corso di un bombardamento aereo, il tetto e l’area del transetto crollarono quasi del tutto. Il pavimento di maiolica è del 1724, opera di Donato Massa. Nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, nota anche come Duomo di Napoli o Duomo di San Gennaro, si conservano le reliquie del Santo (in particolare il suo sangue in alcune ampolle). Related posts: Meraviglie del mondo Roma: Il centro storico I segreti della Divina Commedia Le Brigate rosse Città del Vaticano
Città del Vaticano

Nel 1377, dopo l’esilio ad Avignone, i papi, che fino ad allora avevano risieduto nel Palazzo del Laterano, fecero del Vaticano la loro residenza permanente. A partire dal XV secolo venne ulteriormente esteso il complesso, che riunisce e conserva, con le sue chiese, palazzi e giardini, un incredibile numero di tesori artistici. La Basilica di San Pietro si erge sopra i resti di una precedente chiesa, consacrata nel 325 e costruita sopra la presunta tomba dell’apostolo Pietro. La sua costruzione ebbe inizio nel 1506, su progetto di Bramante, e a essa lavorarono Michelangelo e altri artisti del Rinascimento: la decorazione interna della basilica, tra le più grandi del Cristianesimo, comprende una straordinaria varietà di altari, mosaici e sculture. La magnifica cupola, con i suoi 119 metri di altezza e 42 di diametro, fu concepita da Michelangelo, il cui genio artistico ha creato anche uno dei più grandi tesori dell’arte mondiale, i magistrali affreschi della volta della Cappella Sistina. Fatta edificare da papa Sisto IV tra il 1473 e il 1483, la cappella (nella quale dal 1492 vengono celebrati i conclavi) ospita anche l’affresco del Giudizio Universale, sempre di Michelangelo. Di fronte alla basilica di San Pietro si apre l’omonima piazza, disegnata da Gian Lorenzo Bernini. Le 284 colonne che la circondano, poste su quattro file, sono costruite in modo tale che posizionandosi al centro della piazza si veda un’unica fila di colonne. LA BASILICA DI SAN PIETRO Il 18 aprile 1506, papa Giulio II pose la prima pietra della nuova basilica di San Pietro. Con una superficie totale che supera i 15.000 metri quadrati e la capacità di ospitare circa 20.000 fedeli, è stata la più grande chiesa cristiana del mondo fino agli inizi degli anni 90 del XX secolo, quando a Yamoussoukro (in Costa d’Avorio) è stata edificata la basilica di Nostra Signora della pace, identica a San Pietro. Gli architetti e gli artisti più famosi dell’epoca, Bernini, Bramante, Carlo Maderno, Michelangelo, Raffaello e Antonio da Sangallo presero parte alla costruzione di San Pietro. Il progetto originale di Bramante, prevedeva di “innalzare il Pantheon sulla basilica di Costantino”, cioè si voleva creare un edificio centrale con cupola, che sorgesse sulla pianta della chiesa precedente, risalente al 325 e che, all’epoca del ritorno del papato dal suo esilio avignonese nel 1377, aveva già più di 1000 anni di storia alle spalle e correva il serio pericolo di crollare. Nel suo interno si possono ammirare la Cattedra di San Pietro, un grande trono in bronzo, simbolo del magistero papale. In realtà, la magnifica opera barocca di Gian Lorenzo Bernini è un reliquiario al cui interno è conservata la sedia lignea che la tradizione identifica come quella si San Pietro in qualità di primo vescovo di Roma. Nonostante le sue dimensioni, la Cupola di San Pietro sembra fluttuare nell’aria. L’opera più famosa di Bernini all’interno della chiesa è lo spettacolare baldacchino in bronzo massiccio che copra l’altare maggiore della basilica. Le Grotte Vaticane, che si estendono sotto parte della navata centrale della basilica, sono una ramificata necropoli, composta da nicchie, corridoi e cappelle, dove si trovano diverse tombe dei primi cristiani, oltre a quelle di re e di vari papi, come quella di Pio XI. Piazza San Pietro svolge la funzione di una sala periptera per la basilica. Le due ali di colonne che conferiscono la forma ellittica alla spianata originale, rappresentano, secondo Bernini, braccia maternamente aperte che ricevono i Cattolici. L’obelisco eretto al centro è definito testimone muto, poichè San Pietro fu crocifisso proprio in quel punto. LA CAPPELLA SISTINA La Cappella Sistina, odierna sede del conclave, deve la sua fama agli affreschi, opera di Michelangelo, che ornano la volta e la parete dietro l’altare, con scene tratte dalla Genesi e del Giudizio Universale, oltre a santi e profeti. Michelangelo, 25 anni dopo aver terminato la volta, iniziò a decorare la parete dietro l’altare, creando l’enorme complesso pittorico del Giudizio Universale, al cui centro vi solo le figure di Cristo, energico e terrificante, e la Vergine, che intercede presso di lui per i peccatori. SAN PAOLO FUORI LE MURA E SAN GIOVANNI IN LATERANO Secondo la tradizione, la basilica di San Paolo Fuori le Mura è il luogo dove l’apostolo Paolo fu sepolto dopo aver subito il martirio. Nel XIX secolo è stato rinvenuto il cosiddetto sarcofago dogmatico (ora ai Musei Vaticani), uno dei più importanti esempi di scultura a soggetto cristiano risalente all’epoca costantiniana. L’arcibasilica papale di San Giovanni in Laterano è la cattedrale della diocesi di Roma e appartiene alla Santa Sede. Di fronte ad essa si trova la Scala Santa, che secondo la tradizione cattolica, sarebbe la scala salita da Gesù, per raggiungere l’aula dove avrebbe subito l’interrogatorio di Ponzio Pilato prima della crocifissione. SANTA MARIA MAGGIORE La basilica papale di Santa Maria Maggiore, che sorge sull’Esquilino, ha conservato la primitiva struttura paleocristiana, seppure arricchita da successive aggiunte. La statua di Pio IX, il papa del dogma dell’Immacolata concezione, è opera di Ignazio Jacometti ed è stata collocata nell’ipogeo per volontà di Leone XIII. Related posts: L’isola di Pasqua Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica Roma: Il centro storico Napoli: Il centro storico
Roma: Il centro storico

CENTRO STORICO DI ROMA La prima zona dichiarata Patrimonio dell’Umanità è stato il centro storico all’interno delle Mura Aureliane, dove si trovano i monumenti più significativi dell’antichità. In un successivo ampliamento, del 1984, sono stati inclusi nella lista dell’Unesco anche i beni della Santa Sede nella Città del Vaticano e, nel 1990, le sue proprietà extraterritoriali, tra le quali vi è la basilica di San Paolo Fuori le Mura. Sono numerosi i monumenti e gli edifici che ci raccontano l’età di splendore dell’Impero romano, come il Foro romano con l’Arco di Costantino o di Massenzio e la casa delle Vestali, i Fori Imperiali con la Colonna Traiana o il Palatino con i resti dei palazzi imperiali. Il Colosseo, inaugurato nell’80 d.C., è un gigantesco anfiteatro con un perimetro di oltre 500 metri. Il famoso Pantheon, costruito intorno al 120 d.C. Nel periodo successivo alla caduta dell’Impero romano, l’Urbe divenne il centro della cristianità. I papi iniziarono ad ampliare la città e realizzarono, con la collaborazione dei più famosi artisti della loro epoca (Michelangelo, Raffaello e Bernini tra i tanti), magnifiche chiese e splendidi palazzi in stile rinascimentale e barocco, che racchiudono straordinari capolavori dell’arte. CAMPIDOGLIO E FORO ROMANO La Piazza del Campidoglio, che sorge sull’omonimo colle, fu progettata da Michelangelo con una pianta leggermente trapezoidale per sottolineare una prospettiva verso il Palazzo Senatorio. Al centro vi è la statua equestre dell’Imperatore Marco Aurelio. Il Foro romano vide le sue prime costruzioni intorno al VII secolo a.C. Quando venne dato l’avvio all’edificazione di edifici adibiti alla vita politica, giudiziaria, religiosa, commerciale e soprattutto sociale della città. Tra le rovine sono presenti numerosi templi, basiliche, tribune e archivi. IL COLOSSEO E L’ARCO DI COSTANTINO Il Colosseo è il più grande e importante anfiteatro romano del mondo. E’ in grado di contenere tra i 50.000 e i 75.000 spettatori ed è stato edificato in epoca Flavia, nel 72 d.C., sotto il regno di Vespasiano e inaugurato da Tito nell’80. L’Arco di Trionfo di Costantino venne eretto nel IV secolo per commemorare la vittoria di Costantino I il grande su Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio (312). Alcuni suoi elementi decorativi provenivano da monumenti anteriori, come il caso dei medaglioni (i cosidetti tondi adrianei). IL PALATINO Secondo il mito, Romolo e Remo fondarono Roma sul colle Palatino. Oggi è un grande museo a cielo aperto, dove è possibile visitare la Domus Aurea o lo Stadio di Domiziano. Sul Palatino si trovano anche le rovine della Domus Augusta, residenza del primo imperatore di Roma, con i suoi affreschi in ottimo stato di conservazione; tra essi colpiscono in particolare quelli della Stanza delle Maschere. MURA AURELIANE E VIA APPIA La via appia, una delle principali strade dell’Impero romano, collegava Roma con il porto di Brindisi, porta di accesso al Mediterraneo Orientale e al Vicino Oriente. Attraversa il Parco degli Acquedotti, dove si trova l’acquedotto Claudio, uno dei più importanti dell’antica Roma. Per realizzare le mura difensive dell’Urbe, note come Mura Aureliane, con la Piramide di Cestia in primo piano, l’Imperatore Aureliano dovette fare a meno dell’esercito, impegnato lungo le frontiere. PIAZZA DEL POPOLO Nella porta nord delle Mura Aureliane sorge Piazza del Popolo, realizzata in stile neoclassico, presieduta dalle chiese gemelle, Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto. Il nome della piazza deriva dal latino populus, ovvero pioppo, perchè secondo la tradizione nella zona sorgeva un boschetto di questi alberi. PIAZZA DI SPAGNA La famosa piazza di Spagna deve il suo nome al Palazzo di Spagna, sede dell’ambasciata spagnola presso la Santa Sede. Una magnifica scalinata unisce la piazza alla chiesa di Trinità dei Monti. Ai duoi piedi si trova la celebre Fontana della Barcaccia, in stile barocco, scolpita da Pietro Bernini e dal figlio, il più noto Gian Lorenzo. LA FONTANA DI TREVI La Fontana di Trevi e la più grande e la più famosa tra le monumentali fontane barocche di Roma. Disegnata da Nicola Salvi e terminata da Giovanni Pannini, la fontana è adagiata su un lato di Palazzo Poli, e si trova nel punto finale dell’Aqua Virgo, uno degli acquedotti più antichi che forniscono acqua alla città. PIAZZA COLONNA La colonna di Marco Aurelio, eretta per celebrare le vittorie dell’Imperatore nelle Guerre Marcomanniche, sorge ancora nel suo sito originale, l’odierna Piazza Colonna. Sula lato est si apre la Galleria Alberto Sordi (ex Galleria Colonna), realizzata nel 1914 in stile modernista, mentre sul lato nord della piazza si trova Palazzo Chigi. PALAZZO BARBERINI, PALAZZO COLONNA, PALAZZO DORIA-PAMPHILJ Palazzo Colonna è uno dei più antichi palazzi privati di Roma. La sua costruzione, iniziata nel XIV secolo, si è protratta per 5 secoli e ciò ha comportato la sovrapposizione di diversi stili architettonici. Il palazzo appartiene alla nobile famiglia dei Colonna. Il Trionfo della Divina Provvidenza, affresco opera di Pietro da Cortona, orna il soffitto del grande salone al piano nobile di Palazzo Barberini. Progettato dall’Architetto Carlo Maderno, dopo la morte di questi, nel 1629, la direzione dei lavori fu affidata a Gian Lorenzo Bernini. Nella Galleria Doria Panphilj, cuore espositivo dell’omonimo palazzo, è conservata la maggior parte della collezione privata della famiglia dalla quale prende il nome. La storia del Doria-Panphilj è il risultato di alleanza multiple tra famiglie aristocratiche di ogni parte d’Italia. CHIESA DI SANT’IGNAZIO DI LOYOLA IN CAMPO MARZIO La chiesa barocca di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, dedicata al fondatore della Compagnia di Gesù, fu edificata a partire dal 1626 e terminata nel 1722. Il suo interno appare più alto di quanto non sia in realtà, grazie alla quadrature di Andrea Pozzo, che sul soffitto realizzò affreschi in pittura prospettica, con architetture illusorie. SANTA MARIA SOPRA MINERVA Per le sue bellissime volte azzurro-indaco, è forse l’unica chiesa gotica in una Roma dove dominano il Romanico e il Barocco. La basilica, che custodisce le spoglie di Santa Caterina da Siena e di Beato Angelico,
Agatha Christie

Nella prima guerra mondiale è volontaria della Croce Rossa britannica e da questa esperienza prende spunto per i suoi romanzi di narrativa poliziesca. Altra fonte di ispirazione, per molti dei suoi libri più famosi, come Assassinio sul Nilo e Assassinio sull’Orient Express, sono i viaggi in tutto il Medio Oriente. Ma i suoi misteri non sono solo contenuti nei suoi libri. Ci sono voci di una crisi di nervi, di un’inspiegabile scomparsa e di un divorzio astioso, reso ancora più doloroso per la morte della sua amata madre. Nonostante tutto, Agatha Christie, una donna timida, intelligente e complessa, è diventata l’autrice più venduta di tutti i tempi, insieme a Shakespeare, con oltre due miliardi di libri in tutto il mondo, tradotti in oltre quarantacinque lingue. Eppure, nonostante la sua fama, la vera Agatha Christie rimane misteriosa come uno dei personaggi dei suoi romanzi. Agatha Christie nasce il 15 settembre 1890 a Torquay, Inghilterra. Rimane orfana di padre, un americano, quando ha solo dieci anni e viene cresciuta dalla madre e dalla nonna. Nel corso dell’adolescenza frequenta l’alta società fino al matrimonio, nel 1914, con Archie Christie, che diventa uno dei primi piloti di Royal Flying Corps operanti nel corso della prima guerra mondiale. Comincia a scrivere biografie romanzate sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott; queste sue prime opere, però, vengono ignorate sia dalla critica che dal pubblico. Il suo primo successo risale al 1926, Dalle nove alle dieci. Vive un periodo negativo, tra la morte della madre e l’abbandono del marito, di cui mantiene il cognome; in questo periodo scompare, cominciando ad essere ricercata per tutto il paese per poi essere ritrovata ad Harrogate, nell’Inghilterra del Nord. Negli anni seguenti scrive nonostante una forte depressione. Il periodo di crisi termina quando, durante un viaggio in treno per Bagdad, trova l’ispirazione per scrivere Assassinio sull’Orient Express. In questa occasione si innamora di Max Mallowan, che sposa nel 1930. Nel 1947 la regina Mary le chiede, come regalo di compleanno per i suoi ottant’anni, di comporre una commedia in suo onore. Nel 1971 viene nominata Dama dell’Impero Britannico, che corrisponde alla massima onorificenza concessa alle donne di quei tempi in Gran Bretagna. Muore nel 1976, all’età di 85 anni, e viene sepolta nel cimitero del villaggio di Cholsey nel Oxfordshire. Related posts: Andrea Camilleri J.K.Rowling Stephen King
Stephen King

Scrittore statunitense (n. Portland, Maine, 1947). Specializzato in romanzi e racconti horror, la sua prolifica carriera è cominciata nel 1974 con il romanzo Carrie, per poi affermarsi con The Shining nel 1977 e continuare con una grande produzione di scritti che ha fatto di K. uno degli autori più popolari del suo tempo, popolarità raggiunta anche grazie alla sua attività di sceneggiatore, produttore e attore cinematografico. Appena terminati gli studi, individuò nella scrittura la propria vocazione e trascorse alcuni anni pubblicando racconti su varie riviste e dedicandosi nel frattempo all’insegnamento. Nel 1974 fu pubblicato il romanzo Carrie che con il successo ottenuto (tale che B. De Palma ne trasse nel 1976 un film) gli permise di diventare uno scrittore di professione. Da quel momento, la popolarità di K. è cresciuta rapidamente sino a fare della sua opera un eccezionale caso editoriale, cinematografico e televisivo. Nella ricchissima produzione di romanzi e racconti, nella quale è stata vista un’efficace espressione delle paure profonde proprie dell’uomo contemporaneo, si ricordano: The Shining (1977; da cui il film di S. Kubrick, 1980); The dead zone (1979; da cui il film di D. Cronenberg,1983); Misery (1987; da cui il film di R. Reiner, 1990); The green mile (1996; da cui il film di F. Darabont, 1999); Dreamcatcher (2001; da cui il film di L. Kasdan, 2003). In seguito, nonostante la sua attività di sceneggiatore, produttore e attore cinematografico e televisivo sia divenuta sempre più intensa, K. ha parallelamente proseguito quella di scrittore: oltre a The Colorado kid (2005), Cell (2006), Lisey’s story (2006) e Blaze, pubblicata sotto lo pseudonimo di Richard Bachman (2007), tra le sue opere più recenti vanno segnalati i romanzi Duma key (2008), che si snoda intorno alle allucinazioni di un uomo sopravvissuto a un incidente stradale, e The dome (2009), progetto editoriale di vasta portata iniziato già negli anni ’70, ambientato nella classica cittadina del Maine, dove una misteriosa cupola cala isolando i suoi abitanti, scatenando così l’eterna lotta tra il bene e il male. Nel 2008 è stata edita l’antologia Just after sunset (trad. it. Al crepuscolo, 2008), raccolta di 13 racconti inediti in cui K. esplora nuovamente i limiti della realtà dalla prospettiva dell’inarrestabile deriva mentale dei suoi personaggi; è del 2010 la pubblicazione del romanzo Blockade Billy, ambientato nel mondo del baseball, e della raccolta di racconti Full dark, no stars (2010), che ruotano attorno al tema della violenza sulle donne, mentre in 11/22/63 (2011), data dell’assassinio di J.F. Kennedy, lo scrittore compie una sorta di viaggio nel tempo per salvare il presidente americano. Tra le sue opere più recenti vanno citate: The wind through the keyhole (2012; trad. it. La leggenda del vento, 2012), ottavo romanzo della saga della Torre Neral; Doctor Sleep (2013; trad. it. 2014), sequel di Shining; entrambe nel 2014, Mr. Mercedes (trad. it. 2014) e Revival (trad. it. 2015); Finders keepers (2015; trad. it. Chi perde paga, 2015); The bazaar of bad dreams (2015; trad. it. 2016); End of watch (2016; trad. it. Fine turno, 2016); Sleeping beauties (con O. King, 2017; trad. it. 2017); Gwendy’s button box (con R. Chizmar, 2017; trad. it. 2018); The outsider (2018); Elevation (2018; trad. it. 2019); The institute (2019; trad. it. 2019); If it bleeds (2020; trad. it. Se scorre il sangue, 2020); Later (2021; trad. it. 2021); Billy Summers (2021; trad. it. 2021); Gwendy’s final task (con R. Chizmar, 2021; trad. it. 2022); Fairy tale (2022; trad. it. 2022); Holly (2023; trad. it. 2023). Related posts: Andrea Camilleri J.K.Rowling Agatha Christie
The Queen

The history of… IntroIl tempo dietro le quinte Può essere divertente, a volte, osservare il tempo che cambia.Agli inizi degli anni 70 sono davvero molte le persone che sembrano provare un gusto particolare nel farsi gioco di un gruppo chiamato Queen.Alcuni, certo, avvistano un sicuro, genuino talento, ma la massa vota a favore di un concetto davvero semplice: i Queen sono pieni di promesse, ma non riusciranno a mantenerle.Due album, tuttavia, continuano a scalare le classifiche e un terzo (Sheer Heart Attack) si annuncia agguerrito fin dal suo titolo.Freddie Mercury, stravagante e talentuoso cantante, ha sempre creduto nelle reali possibilità di successo del suo gruppo. I risultati di Queen II sembrano, in fondo, dargli ragione, ma non si tratta soltanto di vendite e classifiche.Nel 1974 un punto di svolta gira su se stesso e un nuovo singolo con ben due lati A si presenta sul palcoscenico del rock.“Killer Queen” abbandona lo stilema heavy-metal che ha accompagnato il primo percorso dei quattro, stravolgendolo in nome di un miscuglio irriverente di Beach Boys, novelli Beatles e music-hall da primo dopoguerra. Divertente e raffinato quanto irritante e presuntuoso. La formula magica è, così, trovata. La band, quindi, può permettersi di sorridere, strafottente a tutti gli sforzi verbali dei tanti detrattori.Ed è proprio da un “sorriso” – ironia della vita – che la storia dei Queen ha inizio. Un sorriso, prima di tutto… Scartando i regali per il suo settimo compleanno, Brian Harold May (Hampton, 19/07/1947) non riesce a credere ai suoi occhi: una chitarra spagnola a sei corde, la sua prima chitarra.Passano otto anni, ma la voglia di sognare del ragazzo rimane intatta. Il quindicenne Brian vuole proseguire gli studi per diventare astronomo e, così, si iscrive alla Hampton Grammar School. Tra un manuale e l’altro, tuttavia, c’è tempo per ascoltare i Crickets e gli Everly Brothers perché, in fondo, la sua passione per la musica non si è mai indebolita.Brian è un adolescente molto dotato e, non avendo i soldi per comprarsi una chitarra elettrica, decide di costruirsene una su misura. Diciotto mesi dopo, quasi tutti i musicisti della scuola osservano meravigliati una chitarra scintillante di nome Red Special che, se suonata con una moneta da sei pence, produce un suono unico nel suo genere.Elettrizzato, il diciassettenne Brian May sente che è arrivato il momento di mettere su una band e, insieme al cantante/armonicista Tim Staffell, fonda i 1984. Il gruppo propone il suo r&b in giro per piccoli locali, ma la buona tecnica di Brian provoca stupore. Nel maggio 1967, all’Imperial College, i 1984 aprono il concerto di Jimi Hendrix e, a dicembre, partecipano all’evento “Christmas On Earth”, insieme a Traffic, Pink Floyd e T-Rex.Sono semplici soddisfazioni, perché il gruppo si scioglie, all’alba del nuovo anno, per divergenze artistiche tra i giovani componenti.Brian May decide, così, di ributtarsi nell’astronomia visto che, nel frattempo, è stato accettato dall’Imperial College di Londra.Tim Staffell, tuttavia, non ci sta e convince il chitarrista a riprovarci. Nella bacheca del college si può leggere quest’annuncio: “Cercasi batterista stile Ginger Baker/Mitch Mitchell”. Quando Roger Meddows Taylor (King’s Lynn, 26/07/1949) si trasferisce in Cornovaglia con tutta la sua famiglia, inizia, per la prima volta, ad appassionarsi alla musica.Ragazzino di appena otto anni, Roger strimpella un rudimentale ukulele, suonando con alcuni amici tipici brani skiffle e maturando un angelico timbro vocale che lo porta, successivamente, a vincere una borsa di studio come corista presso la Cathedral School di Truro.Nel 1965 Taylor – che, nel frattempo, si è appassionato alle percussioni – diventa il batterista/cantante dei Reaction che, a metà strada tra Dylan e Cream, sono l’attrazione fissa in vari locali della zona. Nell’estate del 1967, tuttavia, Roger viene ammesso alla London Hospital Medical School e decide di lasciare la vecchia band al suo destino, fortemente intenzionato a crearne un’altra.“Cercasi batterista stile Ginger Baker…”.Quando Brian May e Tim Staffell si presentano all’appuntamento a Shepherd’s Bush e suonano qualche pezzo accompagnati dai bonghi di Taylor, si convincono subito che lo slanciato biondino è l’uomo che stanno cercando. La prima apparizione pubblica dei neonati Smile è già di quelle importanti: il 26 ottobre 1968 la “progressive-rock band” di May, Taylor e Staffell apre il concerto dei Pink Floyd, ancora una volta all’Imperial College.Il gruppo si prende molto sul serio e, nel maggio 1969, firma un contratto con la Mercury Records che prevede la pubblicazione di un singolo.“Earth/Step On Me” viene pubblicato ad agosto solo negli Stati Uniti, ma non ottiene il successo sperato da tutti, scoraggiando la casa discografica, che non investirà più sul futuro del gruppo. I sogni di gloria degli Smile vanno, così, in fumo e Tim Staffell, stanco e depresso, decide di abbandonare i due compagni. L’unico conforto che resta a Brian e Roger è un nuovo amico, studente d’arte, che apprezza moltissimo la loro musica, incitandoli continuamente con idee spettacolari e stravaganti. A soli otto anni Farookh Bulsara (Zanzibar, 5/09/1946) deve abbandonare la tranquillità dell’isola di Zanzibar per ritrovarsi, sulla scia degli spostamenti di suo padre, a settanta chilometri da Bombay, dove inizia a frequentare i corsi del collegio inglese St.Peter.Il piccolo ha un precoce talento artistico e si appassiona particolarmente alle arti figurative e alla musica, cantando in un gruppo attivo solo in ambito scolastico. Terminate le lezioni, Farookh decide di abbandonare il collegio per tornare a vivere con i genitori a Zanzibar, ma, dopo la rivoluzione africana nell’isola, i Bulsara sono costretti nuovamente a trasferirsi, questa volta in Gran Bretagna.Nel settembre 1966, il ventenne Freddie (così chiamato dagli amici) viene ammesso all’Ealing College of Art e stringe amicizia con Tim Staffell che lo fa entrare nel giro degli Smile. Incuriosito, il ragazzo acquista una chitarra elettrica di seconda mano e inizia a comporre canzoni personali che, dall’estate 1969, propone al suo nuovo gruppo, gli Ibex.Mentre la band mescola i Beatles con gli Yes, Freddie studia ogni giorno pose sempre più teatrali e trasgressive, fermamente convinto di voler diventare una stella del rock and roll. Gli Ibex, tuttavia, non fanno altro che suonare su e giù per la Gran Bretagna in piccoli club e pub e, alla fine, decidono di trasferirsi a Liverpool. Freddie non è d’accordo,
J.K.Rowling

J. K. Rowling nasce a Yate il 31 luglio del 1965 ed è cresciuta a Chepstow per poi trasferirsi a Exter dove ha frequentato l’università e si è laureata in francese e Lettere Classiche. Si è successivamente trasferita a Londra per lavorare per Amnesty International come ricercatrice e segretaria bilingue. È in questo periodo che in un viaggio in treno è nato il personaggio di Harry Potter e successivamente gli altri protagonisti della celebre saga. Si narra che abbia impiegato 5 anni per la stesura del romanzo ma si tratta di una narrazione sbagliata: in questo lasso di tempo lei ha creato l’intera struttura della saga tracciando l’intera opera composta da vari volumi. Per un periodo si trasferisce in Portogallo, ad Oporto, dove insegna lingua inglese. Qui sposa il giornalista Jorge Arantes, il 16 ottobre 1992, dal quale nasce la figlia Jessica, il 27 luglio 1993. Dopo poco però comprende che la vita con Arantes non può proseguire, si separa da lui e torna a Edimburgo con la figlia, con l’idea di vivere con la sorella. Da questo momento in poi la vita della scrittrice si tinge di depressione causata da una situazione finanziaria complessa che la vede senza lavoro con un affitto da pagare e con i soli assegni della disoccupazione in grado di sostenere a stento lei e la figlia. È il 1995 quando J.K. Rowling termina il manoscritto di Harry Potter e la Pietra filosofale ma nonostante riesca a trovare un agente che la aiuti, nessuno sembra voler pubblicare il suo libro definito “troppo lungo”. Dopo vari tentativi la casa editrice Bloomsbury accetta il suo lavoro e il libro esce il 25 giugno 1997. Tra le richieste editoriali ci fu quello di mettere come nome dell’autrice uno pseudonimo poiché la casa editrice credeva che il pubblico degli adolescenti non avrebbe accettato di buon occhio una scrittrice donna: nasce così J.K. Rowling. La pubblicazione ebbe un enorme successo in tutto il mondo: tutti volevano leggere le avventure di Harry Potter. Seguirono così: Harry Potter e la camera dei segreti (1998), Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (1999), con il quale la Rowling (primo caso nella storia) vince lo Smarties Prize tre volte di fila; Harry Potter e il calice di fuoco (2000), con il quale l’autrice venne eletta “autore dell’anno” ai British Book Awards e vincitrice del Premio Hugo. Nel 2001 Rowling si sposò con Neil Murray e con lui ebbe due figli: Mackenzie Jean Rowling Murray e David Gordon Rowling Murray. Harry Potter e l’Ordine della Fenice (2003) ebbe ben due riconoscimenti della American Library Association, l’Oppenheim Toy Portfolio Platinum Seal. Il sesto libro della saga, Harry Potter e il principe mezzosangue (2005), vince il “Book of the Year” ai British Book Awards. Quello di J.K Rowling è un vero e proprio caso editoriale, quando pubblica il settimo e ultimo libro della serie Harry Potter e i Doni della Morte, nel luglio 2007, vengono fatti eventi in tutte le librerie registrando la vendita di 20 copie al secondo in Gran Bretagna con ben 11 milioni di copie in 24 ore (solo in Gran Bretagna e USA) e 72 milioni in tutto il mondo nel primo fine settimana, facendo diventare l’ultimo capitolo della saga il libro più venduto nella storia dell’editoria. Related posts: Andrea Camilleri Stephen King Agatha Christie
Benito Mussolini
BENITO MUSSOLINI (1883 – 1945) Quando nasce, domenica 29 luglio 1883, a Dovia, frazione del comune di Predappio, provincia di Forlì, primogenito della maestra elementare Rosa Maltoni e del fabbroferraio Alessandro Mussolini, è suo padre anarchico e rivoluzionario dichiarato, che sceglie per lui il nome di Benito (da Benito Suarez “libertador” del Messico). Conseguito il diploma di maestro elementare dopo una carriera scolastica costellata di espulsioni e indiscipline di vario genere, nel 1902 ottiene un posto da maestro a Pieve Saliceto, grazie alla raccomandazione del sindaco socialista di Gualtieri. Qui commemora Garibaldi, sostituendosi all’oratore ufficiale che, all’ultimo momento, ha disertato: un successo travolgente, che gli fa capire di essere un oratore nato. Quello stesso anno emigra in Svizzera dove lavora come muratore, alternando comizi incendiari. Scioperi e arresti da parte della polizia. Collabora all’Avvenire del lavoratore, studia francese e tedesco. Nel 1905 rientra in Italia: come renitente alla leva è passibile di arresto, ma l’amnistia in occasione della nascita del principe ereditario Umberto di Savoia gli evita la galera. Trova un posto di insegnante di francese a Oneglia e vi fonda il settimanale anarco-socialista “La lima”. Considera il parlamento come luogo di corruzione, di mercimonio, di ozio a spese del contribuente. Nel 1909 è a Trento, territorio austriaco, direttore del settimanale “L’avvenire del lavoratore”. Cesare Battisti ne apprezza le capacità giornalistiche e lo assume come capo redattore nel suo quotidiano “Il popolo”. Arresti, condanne ed infine l’espulsione da parte delle autorità austriache, torna a Forlì dove fonda il settimanale “La lotta di classe” ed inizia a scrivere sull’ “Avanti!” e sono proprio questi articoli a dargli notorietà, per il loro piglio rivoluzionario, in contrapposizione al riformismo di Turati r dei Treves. Frattanto ha iniziato la sua convivenza con Rachele Guidi, figlia della nuova compagna del padre, rimasto vedovo nel 1905. Dall’unione nasce, nel 1910 Edda. Seguiranno Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria. E’ il periodo dei processi, delle condanne per vilipendio alle Forze Armate, istigazione a delinquere e incitamento all’odio di classe. Mussolini alterna galere e amnistie. Con Pietro Nenni fa saltare i treni per boicottare la guerra in Libia: 5 mesi in cella di isolamento. Nel luglio 1912, durante il 13° congresso del partito a Reggio Emilia, pronuncia un violentissimo discorso di 20 minuti contro i riformisti e vince. Turati e la Kuliscioff vengono messi in minoranza e Mussolini viene nominato direttore dell’”Avanti!”. Cestina i pezzi di Treves, attacca i sindacalisti rivoluzionari per l’abuso degli scioperi generali. Intanto il giornale passa da 28 mila a 94 mila copie. Ancora un anno e cambia completamente bandiera. Nel 1914 abbandona il Marxismo, l’internazionalismo proletario, il neutralismo (E’ appena scoppiata la 1° guerra mondiale. Viene espulso dal partito ed il 15 novembre fonda il Popolo d’Italia e contemporaneamente i Far (fasci di azione rivoluzionaria). Si schierano con lui i sindacalisti rivoluzionari, i futuristi, i nazionalisti di Enrico Corradini. Il 2 settembre si arruola, caporale dei bersaglieri, 11° reggimento, Friuli. Gravemente ferito nel febbraio 1917 torna a Milano, dove abbandona definitivamente il socialismo. Da questo momento in poi inizia la sua travolgente ascesa. 25 marzo 1919 fondazione dei Fasci di combattimento; inizio della guerra civile; seguito di crisi di governo; grande successo elettorale il 15 maggio 1921. 8 novembre 1921: all’Augusteo di Roma il movimento si trasforma in Pnf (Partito nazionale fascista); luglio 1922: fallimento della serie di scioperi generali indetti dalla CGIL: ovunque i fascisti sostituiscono i lavoratori in sciopero; il 28 ottobre 1922: marcia su Roma e incarico del Re a Mussolini per la formazione del governo; 6 aprile 1924: il “listone” filofascista conquista la maggioranza assoluta grazie alla nuova legge maggioritaria; assassinio di Matteotti; i deputati dell’opposizione abbandonano il parlamento: momentanea crisi personale di Mussolini; intervento dei ras delle camicie nere per convincerlo a sfidare il paese; discorso del 3 gennaio 1925 “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, ione sono il capo”. E’ fatta. Una serie improvvida di attentati alla sua persona spinge il Pnf a proporre e far approvare dalla camera le leggi liberticide: istituzione del tribunale speciale, introduzione della pena di morte, soppressione di tutti i partiti, confino per gli oppositori. Ormai nessuno lo ferma più. Con il discorso di Pesaro blocca l’inflazione, grazie a Italo Balbo crea la più aeronautica del mondo, da inizio alle bonifiche agricole. Il “Sunday express” lo definisce “la dinamo umana”. Il decennio 1926/1936 è una serie continua di innovazioni, creazioni di enti e istituti tutt’ora esistenti (IRI, INPS Contratti Collettivi di Lavoro), riforme popolari e successi internazionali. Dicembre 1934: inventa l’incidente ai pozzi di Ual-Ual, in Somalia. E’ arrivato il momento della vendetta per la sconfitta di Adua del 1898. Ottobre 1935: l’Italia attacca l’Etiopia e conquista il suo impero (maggio 1936). Nasce, in Mussolini, l’odio per le potenze occidentali che hanno votato le sanzioni contro l’Italia, per la Società delle Nazioni (l’Onu di allora), per la lobby ebraica internazionale che si è opposta all’impresa africana. Non li perdona, perchè considera l’Etiopia il suo capolavoro. Rompe la secolare amicizia dell’Italia con la Gran Bretagna e si avvicina alla Germania di Hitler. Conseguenza immediata: il nostro intervento militare, il 18 novembre 1936,a fianco dei nazisti, nella guerra di Spagna. Conseguenza definitiva: lasse Roma- Berlino in funzione antifrancese e antinglese. Poichè l’espansione dell’Italia è sui mari, si profila inevitabile lo scontro con la Gran Bretagna, che controlla il Canale di Suez, Gibilterra e Malta. Mussolini lo prevede non prima del 1943, ma Hitler brucia i tempi. Dapprima, tresca con Stalin per spartirsi la Polonia, ma anch’egli sottovaluta l’Inghilterra. E scoppia la 2° guerra mondiale, nella quale l’Italia entrerà il 10 giugno 1940, perchè a Mussolini “servono un migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” (dai “Diari” di Galeazzo Ciano). Il 28 ottobre la divisione Julia muove dall’Albania “per spezzare le reni alla Grecia”. Sarà la più tragica e beffarda debacle per il nostro esercito. Il 10 aprile 1941 gli inglesi entrano in Addis Abeba. Mussolini ha perduto l’impero. Il 22 giugno dichiara guerra alla Russia, attaccata nella notte, da 3
Pietro Nenni
PIETRO NENNI (1891 – 1979) Ovvero come una grande amicizia di gioventù possa trasformarsi in una inimicizia profonda, ma senza mai dimenticare un briciolo di umanità. Ci riferiamo all’amicizia che unì, praticamente fino alla 1° guerra mondiale, Mussolini e Nenni, quest’ultimo faentino e repubblicano, mentre il primo era forlivese e socialista. Al di la della simpatia personale, c’erano le battaglie comuni, come quella contro la guerra di Libia che portò entrambi in carcere. Uniti anche nell’interventismo del 1914 e del volontariato in guerra del 1915, i due si divisero allorchè Mussolini abbandonò il Psi e la direzione dell’Avanti! Per fondare il Popolo d’Italia e poi il fascismo. Nello stesso tempo Nenni trasmigrava dai repubblicani ai socialisti, prendendo il posto che, in quest’ultimo schieramento, aveva ricoperto il suo ex amico Benito, al punto da diventare a sua volta direttore dell’Avanti! Dal 1923 al 1925, anno in cui il giornale fu chiuso d’autorità. Nenni fugge in Francia dove diventa uno dei massimi esponenti del fuoruscitismo. E’ tra i fondatori della Lega Italiana dei diritti dell’uomo (LIDU), poi della Concentrazione antifascista italiana, costituita a Parigi il 6 dicembre 1926 principalmente da Modigliani, Nenni e i repubblicani. La Concentrazione, anche per contrasti interni e rivalità personali, si scioglie nel 1934. A quel punto, Nenni e i massimalisti vanno per conto loro e firmano quel patto di unità d’azione con il Pcd’I guidato da Togliatti che durerà fino al 1956 me si chiamerà socialcomunismo, del quale Nenni e Togliatti sono in effetti i padri fondatori. Dal 1936 al 1939 combatte in Spagna con le Brigate internazionali, quindi si nasconde in Francia dove viene arrestato dai tedeschi e solo per intervento di Mussolini, viene portato in Italia anziché deportato ad Auschwitz. Il Duce ordina che non gli sia torto un capello e lo fa confinare a Ponza. Dopo il 25 luglio del 1943, Nenni diventa segretario generale del Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria) e partecipa ai governi del Sud, mentre lascia a Pertini la resa dei conti con Mussolini. Il patto con i comunisti si sublima nel Fronte Popolare, battuto alle elezioni del 1948. Da quel momento Nenni diventa uno stalinista convinto, ma si ravvederà 3 anni dopo, quando Kruscev, al XX congresso del Pcus, svelerà le malefatte dello zar rosso. Segretario generale del Psi (che nel frattempo dopo la fondazione del Psdi di Saragat ha ripreso il suo antico nome), vara nel 1969 il centrosinistra riavvicinandosi alla Dc ed entrando nei governi democristiani di sinistra. Negli ultimi anni Nenni si ritira dalla politica lasciando il timone del partito al giovane “delfino” Bettino Craxi. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Alcide De Gasperi
Giacomo Matteotti
GIACOMO MATTEOTTI (1885 – 1924) La vittima più illustre della violenza fascista nasce a Fratta Polesine nel 1885, due anni dopo Benito Mussolini, da una famiglia di antiche e solide tradizioni socialiste. Eletto deputato nel 1919, dopo il congresso di Livorno del 1921, quando il Psi si scinde in 2 tronconi, da una parte il Psu (partito socialista unitario) e dall’altra il Pcd’I (partito comunista d’Italia), Matteotti diventa il segretario nazionale del primo. Intransigente democratico e inflessibile avversario dell’ex compagno Mussolini, non perde occasione per denunciarne lo scivolamento verso la dittatura. Il 30 maggio 1924, al termine di una minuziosa indagine corredata di fatti precisi, pronuncia alla Camera lo storico discorso con cui accusa i fascisti di avere compiuto intimidazioni, violenze e brogli durante le elezioni politiche del 6 aprile, allorchè il “listone” formato da fascisti, popolari e liberali ha avuto la maggioranza assoluta, e ne chiede l’invalidazione. La mattina del 10 giugno è sequestrato sotto casa dai componenti della cosiddetta “Ceka” fascista, una squadraccia capitanata da Amerigo Dumini e al servizio, per i lavori sporchi, del ministero dell’Interno. Matteotti non tornerà più, massacrato di botte viene sepolto in una boscaglia in località Quartarella. E’ stata una disgrazia, dirà al processo Dumini, volevamo solo manganellarlo e ci è morto fra le mani. Ma si trattava di una menzogna, come dimostrerà molti anni dopo uno dei più accaniti accusatori di Mussolini, Carlo Silvestri, dopo avere pagato, con il licenziamento dal Corriere della sera e la condanna ad anni di confino, la sua battaglia antifascista. Una menzogna, però, detta non per coprire Mussolini, ma per coprire un complotto il cui scopo era stato proprio quello di gettare ai piedi del capo del fascismo un cadavere ingombrante e scomodo come quello del segretario pel partito socialista. Fu lo stesso Mussolini a far arrestare Dumini, prima ancora che venisse ritrovato il cadavere di Matteotti. La magistratura lo condannerà ad una pena mite: 5 anni per omicidio preterintenzionale. Nel 1945 sarà nuovamente arrestato e condannato all’ergastolo, ma non meno stranamente rilasciato nel 1956. La scomparsa di Matteotti, nonostante la decisione di Mussolini di far arrestare i suoi rapitori, non fermò la dura reazione dell’opposizione, che, guidati da Giovanni Amendola, diedero vita al cosiddetto Aventino. Il 16 agosto di quel 1924, i cani di alcuni cacciatori fanno scoprire il cadavere di Matteotti alla Quartarella. Esplode su scala mondiale la crisi del fascismo e quella personale di Mussolini. La stampa estera condivide il pensiero che il mandante sia stato Mussolini in persona, per i più compassionevoli il duce ha ordinato “dategli una lezione”, per i più intransigenti (Amendola su suo settimanale “Il mondo”) l’ordine è stato “ammazzatelo”! Mussolini è schiacciato dalle accuse e dai contraccolpi negativi che provengono dall’estero. Sta per mollare, quando i ras del fascismo, capeggiati da Farinacci e da Italo Balbo, compiono il famoso “passo” esortando a reagire, altrimenti provvederanno da soli anche senza di lui. E’ così che si arriva la celebre discorso alla Camera di Mussolini del 3 gennaio 1925, nel quale il Duce afferma che, se il fascismo è un’associazione a delinquere, egli ne è il capo e si dichiara pronto ad assumersi la responsabilità storica, morale e politica di questo delitto. Di fronte ad una simile, sfacciata reazione, l’opposizione ammutolisce. Mussolini ripresosi dalla crisi, rifiuta di sciogliere il MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) e il Gran Consiglio del fascismo, come chiedevano ad alta voce l’opposizione e la stampa internazionale, anzi ritorce le richieste contro gli avversari, proponendo alla maggioranza parlamentare lo scioglimento di tutti i partiti al di fuori del Pnf, e il bavaglio ai giornali che per sette mesi lo hanno messo in croce. E’ l’inizio della dittatura. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Alcide De Gasperi
Antonio Gramsci
ANTONIO GRAMSCI (1891 – 1937) Nato ad Ales (Sassari) nel 1891, morto a Roma nell’aprile 1937, la più nobile e tragica figura del comunismo italiano era studente di letteratura a Torino quando, nel 1913, decise di aderire al Psi diventandone segretario provinciale appena quattro anni dopo. Nel 1919 fondò il settimanale (divenuto poi quotidiano) Ordine Nuovo assieme a Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca, sostenendo la necessità di creare un partito operaio rivoluzionario e armato sul modello bolscevico. Il 21 gennaio 1921, durante il congresso socialista di Livorno, si staccò dal partito fondando, insieme ad Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci e altri, il P.C.d’I. (Partito Comunista d’Italia, poi Pci) ed entrando a far parte del comitato centrale. Nel 1924 venne eletto segretario generale e si recò più volte a Mosca dove, secondo un’accreditata tesi, si fece l’opinione che la rivoluzione bolscevica avesse tradito i sogni e le speranze di Marx. Nel 1926, durante il suo rientro in Italia, fu arrestato nonostante l’immunità parlamentare. Tronerà libero, soltanto per morire in una clinica 11 anni dopo. E proprio dal quel misterioso arresto del 1926 iniziarono gli atroci dubbi sul comportamento dei suoi compagni di partito. “Esiste un tribunale più crudele di quello fascista”: a scrivere queste parole, nei suoi celebri “Quaderni dal carcere”, con un chiaro riferimento ai suoi compagni, è proprio Antonio Gramsci, dopo la condanna a 20 anni e 4 mesi di reclusione per insurrezione armata comminatagli dal Tribunale speciale fascista e dopo essersi trovato praticamente isolato, nel carcere di Turi, dai suoi stessi compagni di sventura, gli altri comunisti condannati assieme a lui. Isolato perchè aveva osato criticare Stalin e prendere le difese di Trotzkij e di Zinoviev, avanguardia dell’opposizione interna al Pcus che sarà spietatamente soppressa durante le “grandi purghe” del 1937 (400 mila comunisti, tra militanti, dirigenti e altissimi gerarchi, uccisi per ordine di Stalin). La ‘questione Gramsci’ è stata una spina nel fianco dei comunisti italiani. Secondo lo storico Tamburrano, Togliatti (che era al sicuro a Mosca, forte della sua carica di numero due del Comintern, l’organismo che sovrintendeva alle attività di tutti i partiti comunisti del mondo) non solo abbandonò Gramsci al suo destino, ma addirittura si adoperò perchè gli venisse comminata una condanna tale da toglierlo di mezzo per sempre. Perchè? Perchè voleva essere lui, Togliatti, a primeggiare, a diventare il Migliore, come poi verrà chiamato, e Gramsci, con la sua intelligenza gli dava ombra. Così, gli fece scrivere in carcere dal suo portaborse Grieco, una lettera nella quale lo esaltava come un capo, anzi “il capo”. Quella lettera, ovviamente intercettata dalla censura carceraria, fu consegnata al giudice istruttore del processo, Macis, il quale mostrandola a Gramsci, gli disse: “i suoi amici evidentemente desiderano che lei resti per lungo tempo in galera, qui infatti c’è la prova che il capo dell’insurrezione era proprio lei”. Bisogna tener presente che Gramsci aveva impostato la sua difesa definendosi un semplice deputato comunista e un collaboratore dell’Unità, negando di essere un alto dirigente del partito e sostenendo in tal modo di non poter essere condannato per avere promosso un’insurrezione armata contro i poteri dello stato. Ma c’è di peggio. Proprio durante il processo, nell’ottobre 1927, uscì Lo Stato Operaio, rivista dei comunisti italiani in esilio a Parigi, un articolo di Togliatti che definiva Gramsci “un capo della classe operaia”. Inevitabile fu la condanna da parte del tribunale fascista. Nel 1933, a seguito di un grave peggioramento delle condizioni di salute di Gramsci, i parenti ottennero di farlo visitare da un famoso clinico, il Professore Arcangeli, il quale stilò un referto drammatico. Anche per l’interessamento di alcuni alti magistrati, sembrava imminente la scarcerazione condizionata di Gramsci, allorchè il referto fu pubblicato con grande evidenza dal quotidiano comunista francese Humanitè, seguito dalle accuse contro la ferocia dei fascisti che “stavano letteralmente uccidendo Gramsci”. Tale pubblicazione ebbe l’effetto di mandare all’aria ogni trattativa. Ma chi aveva fornito quel documento all’Humanitè? Era stato un losco figuro del Comintern, stretto collaboratore di Togliatti, distintosi tristemente in seguito, a Mosca, come epuratore dei comunisti dissidenti. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Alcide De Gasperi
Alcide De Gasperi
ALCIDE DE GASPERI (1881 – 1954) Fu l’uomo politico che portò al potere i cattolici in Italia dopo la fine del potere temporale della chiesa. Nato suddito austriaco (a Pieve Tesino vicino Trento) nel 1881, si affermò giovanissimo in politica e nel 1911 fu eletto deputato al parlamento di Vienna quale esponente dell’Unione popolare trentina. Al contrario del suo collega Cesare Battisti, evitò di arruolarsi volontario nell’esercito italiano e scmpò cosi alla condanna per alto tradimento e alla conseguente impiccagione. Comparso sulla scena politica italiana nell’immediato dopoguerra accanto a don Luigi Sturzo nel neonato Partito Popolare, fu eletto deputato alle elezioni del 1921 e nel 1924 succedette a Sturzo emigrato in America per fuggire dalle persecuzioni fasciste. Ora Mussolini, se voleva l’appoggio dei cattolici, doveva trattare con questo duro trentino, impresa difficile ma non impossibile, data la favorevole disposizione di De Gasperi a un’intesa con i fascisti in funzione antisocialista. Ma il delitto Matteotti fece cambiare idea a De Gasperi che diventò uno dei più accesi aventiniani. Tramontata ogni speranza di coinvolgere i popolari nelle responsabilità del regime, ha inizio la persecuzione anche nei confronti di De Gasperi. Nel 1926 è dichiarato decaduto dal mandato parlamentare, nel 1927 è arrestato per tentativo di espatrio clandestino e condannato a 16 mesi di carcere. Scarcerato trova occupazione come bibliotecario in Vaticano, dove in gran segreto tiene le fila dell’opposizione cattolica, finchè, con il 25 luglio 1943, può uscire allo scoperto per ricostituire il Partito Popolare, sotto la nuova denominazione di Democrazia Cristiana. Segretario del partito dal 1944 al 1946, poi capo del governo dal 1946 al 1953, De Gasperi è un vero protagonista della storia d’Italia negli anni più drammatici del dopoguerra. E’ lui che si assume la responsabilità di proclamarsi capo provvisorio dello stato, all’indomani del referendum del 2 giugno 1946, prima ancora che si sappia se la Repubblica aveva vinto sulla Monarchia. E’ lui che affronta i Socilacomunisti nelle fatali elezioni del 18 aprile 1948, portando la Dc alla maggioranza assoluta. E’ lui che decide di ancorare il destino dell’Italia a quello della futura Unione Europea, con il piano De Gasperi-Schumann-Adenauer. De Gasperi muore, nel 1954, durante una vacanza a Sella di Valsugana. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci
Gabriele D’Annunzio
GABRIELE D’ANNUNZIO (1863 – 1938) Da Gabriele D’Annunzio, da taluni considerato il massimo poeta italiano del secolo, i fascisti copiarono non pochi atteggiamenti: un certo gusto estetizzante per la violenza, il grido di guerra “Eia Eia Alalà”, il detto dei suoi legionari “Il comandante ha sempre ragione”, trasformato dai fascisti in “il Duce ha sempre ragione”.Nato a Pescara nel 1863, D’Annunzio fu poeta e scrittore precocissimo. La sua prima raccolta di versi “Primo vere” è del 1879. Due anni dopo, appena diciottenne, si trasferisce a Roma ponendosi subito in mostra come articolista e autore di cronache mondane per il Giornale d’Italia e diventando un disputato re dei salotti mondani. In 10 anni, tra il 1890 e il 1900, sforna una serie di romanzi di successo, di tragedie messe in scena dalle maggiori compagnie d’Italia e rappresentate in tutta Europa. Nel 1910, inseguito da amanti e creditori, si trasferisce in Francia ad Arcachon, per rientrare in Italia e prendere parte da protagonista al movimento interventista. Con i suoi articoli e i suoi istintivi e irresistibili discorsi alle folle, spinge il paese verso la 1° guerra mondiale. Guerra alla quale partecipò molto attivamente rischiando più volte la vita, riportando gravi ferite e partecipando a imprese rischiosissime e leggendarie come la beffa di Buccari e il volo su Vienna. Deputato liberale, pluridecorato e venerato dai reduci, allorchè, nel 1919, la Conferenza della pace, a Versailles, concede all’Italia l’annessione dell’Istria e della Dalmazia ma le nega quella di Fiume, lancia la parola d’ordine della “vittoria mutilata” e inizia ad arruolare volontari per l’occupazione militare della città. Nell’impresa riceve un forte aiuto da Mussolini, dal suo giornale e dai fasci di combattimento, appena costituiti a Milano. Il 12 settembre 1919, i legionari sfondano le sbarre di confine e occupano Fiume, instaurandovi la Reggenza del Quarnaro, con la relativa Carta Costituzionale, redatta da Alceste De Ambris, il sindacalista rivoluzionario che da D’Annunzio è nominato suo capo di gabinetto. Ma il 12 novembre 1920, con il Trattato di Rapallo, il governo italiano di Francesco Saverio Nitti e le potenze europee stabiliscono che Fiume sia dichiarata città libera. D’Annunzio reagisce definendo Nitti “cagoia” con riferimento oltraggioso alla famiglia regnante dei Savoia. Tuttavia non se la sente di aprire il fuoco contro i marinai italiani e i bersaglieri che, ubbidendo all’ordine del governo Giolitti, succeduto a Nitti, vanno a “liberare” Fiume, la cui avventura si conclude nel Natale 1920. Mentre gran parte dei legionari confluisce nello squadrismo fascista, D’Annunzio si ritira sul lago di Garda, a Gardone, nella villa di Gargnacco, subito ribattezzata “il Vittoriale”, dove fa montare nel bosco la prua dell’incrociatore Puglia in disarmo e vi raccoglie altri cimeli di guerra, tra cui l’aereo del volo su Vienna. D’Annunzio muore nel 1938, lasciando in eredità allo stato la Fondazione Il Vittoriale degli italiani, tuttora una delle più importanti istituzioni culturali del paese, mentre la villa è meta di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci
Benedetto Croce
BENEDETTO CROCE (1866 – 1952) E’ già uno dei massimi filosofi italiani e un grande storico quando, dopo un iniziale appoggio concesso a Mussolini con i suoi editoriali sul Giornale d’Italia, il pensatore, nato a Pescasseroli, accetta, dopo il delitto Matteotti (1924), l’invito di Giovanni Amendola, deputato e direttore de Il Mondo, a redigere il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” in risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti”, poi diventati Il Manifesto Croce e Il Manifesto Gentile. Mentre quest’ultimo era un atto di incondizionata adesione all’operato di Mussolini, Il Manifesto Croce, poneva i paletti alla pervasione del fascismo nella vita politica e culturale italiana. Gli intellettuali, scrive Croce, hanno il dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale. Croce proclama che la letteratura, l’arte e la scienza non possono essere contaminate dalla politica, pronuncia una dura condanna contro ogni forma di limitazione della libertà di stampa, ricorda che la tradizione risorgimentale vuole il trionfo della libertà e non il culto di un partito, ne tanto meno di un uomo. Avendo rifiutato di impegnarsi in prima persona in attività politiche contrarie al regime, Croce viene lasciato vivere e lavorare sia come cattedratico che come consulente dell’editore Laterza di Bari, presso il quale pubblica la rivista La critica, che ha spesso contenuti non certo favorevoli al regime e che Croce dirige ininterrottamente dal 1903 al 1944. Croce torna a occuparsi di politica nel 1944, quando accetta la nomina a Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Badoglio. Nel 1946 è deputato della Costituente e nel 1947, in occasione dell’adesione italiana al Trattato di Pace di Parigi, pronuncia un memorabile discorso in cui, oppostosi alle clausole imposteci dagli Alleati, afferma: “Questa guerra l’abbiamo perduta tutti, fascisti e antifascisti”. Il succo del suo insegnamento politico può racchiudersi in queste parole: la libertà viene prima di ogni altra cosa, persino prima della democrazia, ed è legittimo ribellarsi a un potere che, pur voluto dal popolo, si faccia tirannide. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci
Galeazzo Ciano
GALEAZZO CIANO (1903 – 1944) Irriverente, provocatorio, impulsivo, è stato una delle figure più generose, e al tempo stesso la più tragica del Ventennio, se solo si pensa che fu messo a morte nonostante fosse il genero di Mussolini. Nasce a Livorno nel 1903, figlio di Costanzo, ufficiale della marina militare e futuro eroe della 1° guerra mondiale, nonché stimato e fedelissimo collaboratore del Duce. Iscrittosi a Roma alla facoltà di giurisprudenza, inizia a collaborare ai giornali come critico tatrale. A 23 anni vince un concorso in diplomazia e inizia la carriera con un incarico a Buenos Aires, seguito da un trasferimento a Pechino. A combinare il suo matrimonio con la ventenne Edda Mussolini è Arnaldo, fratello del Duce e succedutogli alla direzione del Popolo d’Italia. Si giunge alle nozze il 24 aprile 1930 in pompa magna, presente tutta la Roma che conta. Ora Galeazzo è destinato veramente a fare carriera ed il primo passo è l’incarico di Console generale a Shangai. Qui la coppia vive i tre anni sicuramente più felici e sereni. Alla fine del 1931 nasce il primogenito Fabrizio, cui seguiranno Carolina e Marzio. Durante la guerra civile in Cina, il presidente della Società delle Nazioni, l’inglese Eric Drummond, conferisce a Ciano il prestigioso e difficile incarico di presidente della commissione internazionale di controllo. Ad appena 29 anni, Ciano porta a termine brillantemente l’incarico. Ed è a questo punto che il Duce lo richiama a Roma, affidandogli l’incarico di capo ufficio stampa del governo. La travolgente carriera politica lo porterà a ministro degli Esteri nel 1936. Ciano è ormai considerato da tutti il delfino del Duce e gli si attribuisce maggiore influenza sulle vicende politiche, specie sulla politica estera, di quanta in effetti ne abbia. Certamente ha voce in capitolo nell’intervento italiano in Spagna e nella decisione di occupare l’Albania. Ma nulla può, malgrado la sua ostilità verso Hitler e il nazismo, per scongiurare la fatale alleanza tra Italia e Germania, che Ciano fa di tutto per contrastare. Da quel momento i suoi diari (quaderni nei quali ogni giorno annotava eventi , dialoghi e sensazioni) diventano l’atto di accusa più tremendo contro il nazifascismo e le sue responsabilità nella catastrofe della guerra. Una pagina memorabile dei diari rimane quella relativa all’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, quando Mussolini chiama Ciano e gli dice: “Mi serve un migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”. Ecco un’altra pagina di Ciano, tratta dall’introduzione ai diari: “Da Salisburgo in poi la politica di Berlino verso di noi non è stata che una rete di menzogne, di intrighi e di inganni. Siamo sempre stati trattati non come soci, ma come servi. Soltanto la turpe viltà di Mussolini poteva, senza reazione, sopportare e fingere di non vedere”. Della forza dirompente di quei diari Ciano ne è consapevole e lo sono anche i tedeschi che fanno di tutto per venirne in possesso dopo l’8 settembre 1943, allorchè Ciano viene arrestato in Germania e tradotto nella fortezza degli Scalzi a Verona. I diari però vennero posti in sicurezza in Svizzera da Edda e venduti, dopo la fine della guerra, a un editore americano. Per processare i membri del Gran Consiglio, il governo di Salò aveva varato una legge retroattiva, che prevedeva la pena di morte per coloro che avevano semplicemente esercitato un loro diritto costituzionale. E Ciano, al famoso processo di Verona, viene condannato a morte assieme ai pochi, tra quelli che il 25 luglio 1943 avevano votato a favore della destituzione del Duce; De Bono, Gottardi, Pareschi e Marinelli. Per tentare in extremis di salvare il marito, Edda scrive al padre: “Duce ho atteso fino ad oggi che mi dimostrassi un minimo sentimento di umanità e di giustizia. Ora Basta. Se entro tre giorni Galeazzo non sarà in Svizzera, secondo le modalità che ho fatto conoscere ai tedeschi, tutto ciò che so, con prove alla mano, sarà usato in forma spietata. In caso contrario, e qualora tutti noi Ciano saremo lasciati vivere tranquilli, non sentirete più parlare di noi. Edda Ciano”. Ma neppure queste parole di una figlia ad un padre possono più influire sugli eventi. Mentre Edda riesce a fuggire in Svizzera con i figli e i diari, Ciano viene fucilato alle 9.20 del 11 gennaio 19414 a Verona. Poichè non era morto sul colpo, il comandante del plotone, Nino Furlotti, aveva dovuto sparargli due colpi di pistola alla tempia destra. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci
Giuseppe Bottai
GIUSEPPE BOTTAI (1895 – 1959) Nato a Roma è uno dei massimi gerarchi del Ventennio, protagonista del “fascismo dal volto umano” passato alla storia come “fascismo critico”. Laureato in Legge a pieni voti, ha tutte le carte in regola per fondare, nel 1919, il Fascio di combattimento di Roma e partecipare da protagonista alla costituzione del Pnf nel 1921, anno in cui viene eletto alla Camera diventando segretario del gruppo parlamentare fascista. Nel 1923 fonda la rivista Critica Fascista con il programma di liquidare lo squadrismo e di ottenere il consenso della borghesia moderata. Da Ministro delle Corporazioni è l’artefice, nel 1929, della legge sul Consiglio nazionale delle Corporazioni, la famosa Carta del Lavoro: in teoria la legge doveva segnare l’inizio della terza via tra capitalismo e comunismo. Essa venne boicottata dai grandi capitalisti, che voglio si l’assistenzialismo statale, ma pretendono al tempo stesso libertà di scorrerie finanziarie e nessun controllo dirigistico. Facendo eleggere dei presidenti fantoccio alla testa delle Corporazioni dei lavoratori, vanificano la Carta ed infine nel 1932 ottengono il suo siluramento; Bottai viene nominato presidente dell’INPS (sua creatura). Allo scoppio della guerra va volontario in Grecia e qui, toccando con le spaventose carenze dell’apparato militare del regime, matura la sua definitiva crisi personale. Nel febbraio 1943 è silurato, in occasione del famoso rimpasto di ministeriale, assieme a Ciano, Grandi e Pavolini. Bottai, convinto che il male della nazione si nasconda nella persona di Mussolini, prende parte, da protagonista, alla congiura di Grandi e del re che porta alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943. Ma a quel punto Bottai ha fatto le sue scelte: la conversione alla fede cattolica e la necessità di espiare, arruolandosi come soldato semplicenella Legione Straniera per contribuire alla sconfitta del nazismo. Torna a Roma nel 1948. Scrive un libro: “20 anni e un giorno”. Molti partiti democratici lo corteggiano, ma lui non risponde. Muore a Roma nel 1959, appartato, malato e povero. Il suo Diario 1935-45 è fondamentale per capire il fascismo, uscirà postumo, nel 1982. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci
Italo Balbo
ITALO BALBO (1896 – 1940) Bello, alto, occhi neri e capelli al vento, pizzo alla d’Artagnan, idolo delle ragazze e terrore dei comunisti, Italo Balbo è l’unico gerarca che del tu a Mussolini in pubblico. Nato a Quartesana (Ferrara) nel 1896, repubblicano iscritto alla massoneria, giornalista dal 1911 e volontario nella 1° guerra mondiale, pluridecorato ufficiale degli alpini, laurea in scienze politiche nel 1920, Balbo fonda, quello stesso anno, il Fascio di azione rivoluzionaria di Ferrara e nel biennio 1921-22 guida le spedizioni punitive in tutta l’Emilia. Inesorabile e spietato nella repressione degli scioperi, quando Mussolini nel 1922 arriva in visita a Ferrara, gli fa trovare in piazza 30 mila persone. Al futuro Duce non resta che nominarlo quadrumviro della marcia su Roma affidandogli il comando militare della “rivoluzione fascista”: è lui il vero capo delle camicie nere di tutta Italia. Ma nel 1924 è costretto a dimettersi perchè coinvolto nell’assassinio di Don Minzoni, prete di Argenta bastonato a morte dai fascisti. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, sul finire di quel tragico 1924, è lui a promuovere il pronunciamento dei consoli generali della Milizia, al fine di togliere Mussolini dall’inerzia in cui è caduto, e spronarlo ad assumere tutti i poteri con il famoso discorso del 3 gennaio 1925. Ministro dal 1926 dell’Aeronautica, scopre definitivamente la vera passione della sua vita: conquistare i cieli. Pone le basi per la creazione di una grande arma aerea e organizza i mitici raid. Del 1930 è la trasvolata del Pacifico, fino a Rio de Janeiro dei Savoia-Marchetti. Del 1933 la trasvolata dell’Atlantico, con 100 aviatori e 34 idrovolanti in formazione, da Orbetello a Chicago e da qui a New York, dove Balbo e gli aviatori italiani vengono accolti dalla folla in delirio sulla Quinta Strada. Al rientro a Roma, Mussolini lo nomina maresciallo dell’Aria e, subito dopo lo silura, inviandolo in Libia come governatore. E’ un ribelle indomabile, ipercritico verso gli eccessi del regime. Disprezza Achille Starace, segretario del partito, che ha abolito il “lei” ed ha imposto, assieme al saluto romano, il “sabato fascista” (tutti obbligati a fare ginnastica). Da Tripoli torna a Roma solo per le riunioni del Gran consiglio, fino a quella che, nel 1938, vara le leggi razziali, durante la quale si scaglia contro Mussolini, urla ai gerarchi: “vi impiccheranno tutti ai lampioni” e diffida tutti a torcere un capello agli ebrei di Ferrara, la sua città. Ironia della storia , saranno proprio gli ebrei di Ferrara i primi a cadere sotto le raffiche dei fascisti di Salò, nel novembre 1943, a titolo di vendetta per l’assassinio del segretario federale Igino Ghisellini. Ma a quell’epoca Balbo era morto già da tempo. Assolutamente contrario all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania, si trova il fatale 10 giugno 1940 alla testa di 14 divisioni e di 200.000 uomini, in massima parte libici, ma teme le mitragliatrici inglesi. Il telegramma cifrato di Badoglio, che ordina di attaccare frontalmente, il 25 luglio, le truppe di Montgomery, schierate al confine egiziano, arriva il 28 luglio, ma Balbo non lo leggerà mai. Quel giorno gli inglesi hanno bombardato Tobruk e lui si è levato in volo assieme all’amico giornalista Quilici (padre del più famoso Folco), per affrontarli. Al rientro la nostra contraerea scambia il suo aereo per un aereo britannico e apre il fuoco. Non è un complotto, come i maligni a lungo ipotizzeranno. E’ una disgrazia. Oggi i resti mortali di Balbo riposano nel cimitero degli eroi dei cieli a Orbetello. A roma , viale Italo Balbo è tornato però a chiamarsi viale Castro Pretorio. A Chicago, la 7° Avenue è ancor oggi Italo Balbo Avenue. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci
Pietro Badoglio
PIETRO BADOGLIO (1871 – 1956) Nel bene e nel male, è stato il militare italiano più famoso e più discusso del XX secolo. A cominciare da quella disastrosa ritirata di Caporetto, durante la 1° guerra mondiale, che travolse il XXVII Corpo d’Armata affidato proprio al suo comando: 40 mila tra morti, feriti e giustiziati per diserzione. Ma Luigi Cadorna, il comandante supremo, scaricò tutta la colpa sui soldati (errore ingeneroso che spingerà Vittorio Emanuele III a sollevarlo dall’incarico, preferendogli Armando Diaz), e Badoglio se la cavò per il rotto della cuffia. Nel 1919 fu nominato capo di stato maggiore dell’esercito, incarico che lo avrebbe portato a stroncare con la forza il fascismo qualora lo stato di assedio proclamato dal capo del governo Facta, fosse stato firmato dal Re. Pur non nutrendo la benchè minima simpatia per quegli scatenati dei fascisti, si schierò subito disciplinatamente al fianco di Mussolini, il che gli valse la nomina a capo di stato maggiore generale, carica che conserverà fino al 1940. Nonostante sa perfettamente che abbiamo solo 19 divisioni veramente efficienti, manchiamo di armamenti moderni e di un’aviazione da guerra, si guarda bene dal dissuadere il Duce dai suoi propositi bellici e, meno che mai, dal dare le dimissioni quando Mussolini, sconsideratamente, decide di entrare in guerra il 10 giugno 1940. Anzi, il 28 ottobre di quell’anno, pur di emergere sempre e comunque, accetta di comandare la sciagurata spedizione militare con la quale avremo dovuto “spezzare le reni alla Grecia”. Ed è soltanto dopo il fallimento della spedizione che finalmente Mussolini lo manda in pensione, sostituendolo con il maresciallo Ugo Cavallero. Badoglio però alla pensione non si rassegna e il 25 luglio 1943, caduto il fascismo e arrestato Mussolini, accetta la nomina a capo del governo e controfirma l’ipocrito appello al popolo contenente la sciagurata frase “la guerra continua”. Hanno inizio così i famosi 45 giorni di Badoglio contrassegnati da durissimi bombardamenti degli alleati contro le nostre principali città. Dopo la precipitosa fuga da Roma a seguito della notizia della resa, diffusa dagli americani l’8 settembre 1943, Badoglio stabilisce la sede del suo governo a Brindisi, dove si è rifugiato anche il Re. E’ costretto a lasciare il governo a Ivanoe Bonomi e ai rappresentanti dei vecchi partiti e da quel momento fino alla morte, sopraggiunta nel suo paese Grazzano Monferrato in provincia di Asti nel 1956, vivrà giocando a bocce, circondato da un freddo rispetto. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Italo Balbo Antonio Gramsci
Giovanni Amendola
GIOVANNI AMENDOLA (1882 – 1926) Giornalista e uomo politico, impersonò la irriducibile opposizione al fascismo dal versante della destra liberale e intransigente. Nato a Napoli nel 1882 , laureato in filosofia abbracciò lo spiritualismo di Hegel, poi di Croce. A partire dal 1914 divenne editorialista principe del Corriere della sera di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919 nel partito liberale, entrò nel governo Nitti come sottosegretario, fondando poi insieme a lui, nel giugno 1922, il partito democratico italiano, formato da politici antifascisti. Nel 1920 fonda a Roma il settimanale Il Mondo e accetta il ministero delle Colonie nel governo Fecta del 1922, dichiarandosi ostile sia a Giolitti e alla sua politica di compromessi, sia ai socialisti sia ai fascisti, di cui non tollera la violenza. Mussolini, nel suo discorso di Napoli del 27 ottobre 1922 che da l’avvio alla marcia su Roma, ne chiede l’allontanamento dal governo. Già aspro oppositore sia del primo governo Mussolini sia della legge Acerbo, dopo l’assassinio di Matteotti (10 giugno 1924), diventa il più implacabile accusatore di Mussolini. Il suo giornale va a ruba nelle edicole. Il presidente del consiglio viene apertamente chiamato “assassino”. E’ lui l’ideatore3 e l’animatore dell’”Aventino”che inizia il 18 giugno 1924, otto giorni dopo la scomparsa di Matteotti, allorchè 180 deputati, guidati da Giovanni Amendola, abbandonano Montecitorio, ritirandosi, come disse Filippo Turati “nell’Aventino delle coscienze”, a imitazione dei plebei dell’antica Roma che si erano ritirati nell’omonimo colle per resistere alla prepotenza dei patrizi. L’Aventino dura qualche mese, poi per non perdere lo stipendio e prebende varie , quasi tutti rientrano a Montecitorio a costo di prendere le botte dai fascisti. Amendola non rientra né si arrende, spingendo anzi Benedetto Croce a varare il famoso “Manifesto degli intellettuali antifascisti”. E’ troppo. Già più volte aggredito subisce a Roma, sotto la redazione del suo giornale, un sanguinoso pestaggio che lo portò alla morte nell’ospedale di Cannes. Suo figlio Giorgio sarà il più implacabile esponente della resistenza a Roma, tra i promotori, tra l’altro, della strage di via Rasella, e rimarrà un duro comunista fino alla morte. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Pietro Badoglio Italo Balbo Antonio Gramsci
Giovanni Agnelli
GIOVANNI AGNELLI (1866 – 1945) Fondatore della FIAT, Giovanni Agnelli, nonno dell’avvocato Gianni Agnelli, nacque a Villar Perosa nel 1866. Con Cini, Volpi di Misurata, Pirelli, Donegani, Falck, Borletti, Marzotto, Caproni e Marinotti fu, durante il ventennio, uno dei “padroni del vapore”, allineato apparentemente al fascismo e personalmente devoto alla figura di Mussolini in cambio del potere vero all’interno delle corporazioni. Furono infatti questi grandi industriali, attraverso il loro smisurato potere economico, a svilire di fatto l’idea corporativa che voleva sullo stesso piano datori di lavoro e prestatori d’opera, piazzando uomini alla testa delle corporazioni dei lavoratori e facendo cosi il bello e cattivo tempo (tradizione mai venuta meno in Italia: soldi e facilitazioni dallo Stato in cambio della pace sociale e assunzioni di personale spesso superflue). Come proprietario de La Stampa, nomina direttori i personaggi che gli vengono via via segnalati dal Duce (Curzio Malaparte, poi Augusto Turati) e con la stessa disinvoltura li caccia non appena cadono in disgrazia. L’accoglienza che il Duce riceve a Torino il 14 maggio 1939, allorchè acclamato da 50.000 operai e affiancato dal Senatore Agnelli in divisa fascista, inaugura il nuovo stabilimento Mirafiori. Una enorme scritta “Dux” sovrasta il moderno complesso. Quando le cose si mettono peggio, durante la guerra civile , Agnelli cede la presidenza al suo abile dirigente Vittorio Valletta, che si destreggerà magistralmente tra tedeschi e partigiani, riuscendo a salvare la fabbrica e i posti di lavoro. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Amendola Pietro Badoglio Italo Balbo Antonio Gramsci
Giacomo Acerbo
GIACOMO ACERBO (1888 – 1969) Acerbo è entrato nella storia d’Italia per aver dato il nome ad una legge che introdusse per la prima volta, nel meccanismo delle elezioni politiche, il principio maggioritario (lo stesso che vige oggi). Giacomo Acerbo nasce a Loreto Aprutino, in Abruzzo, nel 1888. Nella prima guerra mondiale si guadagna 3 medaglie d’argento al valor militare. Apprezzato studioso di economia agricola, dal movimento nazionalista approda tra i primi al fascismo, fondando le squadre fasciste d’Abruzzo e partecipando alla marcia su Roma. La legge che porta il suo nome prevede l’abolizione del sistema proporzionale ed un premio di ben 2/3 dei Seggi della Camera al partito di maggioranza relativa. Dopo una drammatica discussione in Parlamento, dove l’opposizione di sinistra sosteneva che per ottenere il premio si doveva avere almeno il 40% dei suffragi, mentre per Acerbo doveva bastare il 25%, Mussolini pose la fiducia ottenendo il consenso della maggioranza. Viene cosi spianata la via del potere al partito fascista. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Italo Balbo Antonio Gramsci
La fine del regime
Del Gran Consiglio del Fascismo, organo consultivo del capo del governo istituito nel 1922, facevano parte i quadrunviri della marcia su roma (nel ’43 solo 2 superstiti De Bono e De Vecchi), i presidenti della Camera e del Senato, i ministri, il comandante della Milizia, il presidente del Tribunale speciale, il presidente dell’Accademia d’Italia, i presidenti delle Confederazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, infine i membri speciali triennali. Il Gran Consiglio si riuniva solo quando lo decideva il Duce: nel 1943 a chiedergli di convocarlo fu Roberto Farinacci, il massimo rappresentante dell’estremismo fascista, ricevuto da Mussolini il 16 luglio assieme ad altri 12 tra i massimi gerarchi del partito. La 187° seduta del Gran Consiglio ebbe inizio alle 17.15 di sabato 24 luglio 1943. Mussolini conosceva l’ordine del giorno di sfiducia nei suoi confronti che Grandi (Presidente della Camera) aveva preparato e che non lasciava adito a equivoci, specialmente nella sua parte conclusiva, la dove recitava: “… invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re affinchè egli voglia, per l’onore e la salvezza della Patria, assumere, con l’effettivo comando delle Forze Armate, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”. Tutti parlarono a lungo, chi con passione, chi con paura. Dopo 9 ore di tensione. Alle 2 di notte Mussolini mise ai voti l’O.d.g. Grandi. Diciannove i si, sette i no, due gli astenuti. Dichiarando chiusa la seduta, Mussolini disse: “voi avete provocato la crisi del regime”. Mussolini fu arrestato dai carabinieri, per ordine del re, il pomeriggio del 25 luglio, portato all’Isola di Ponza, poi alla Maddalena ed infine sul Gran Sasso, qui liberato dei tedeschi il 12 settembre e, a partire dal 15, per volontà dello stesso Hitler, posto a capo dell’effimera Repubblica Sociale Italiana. Quanto ai membri del Gran Consiglio che votarono l’O.d.g. Grandi, quelli sui quali i fascisti poterono mettere le mani (Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi) furono processati a Verona, condannati a morte e fucilati l’11 gennaio 1944. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma I Patti Lateranensi La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge
L’antisemitismo diventa Legge
Sulla scia di Hitler l’antisemitismo è legge anche in Italia Dal “Manifesto della razza” al regio decreto del 17 novembre 1938 La prima pronuncia contro gli ebrei appare in Italia il 14 luglio1938 su “Il giornale d’Italia”, allora il più importante quotidiano della capitale, che pubblica il “Manifesto della razza” redatto da un gruppo di studiosi fascisti. Il Manifesto consiste il 10 enunciazioni: la 9 dice “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Il 26 luglio il segretario del Pnf Achille Starace riceve gli autori del Manifesto, personaggi di primo piano nelle università, e pone l’accento sulle due principali applicazioni del Manifesto: nelle colonie bisognerà preservare la razza italiana da ogni ibridismo e contaminazione; in Italia si dovranno eliminare gli ebrei dal corpo etnico della nazione. E’ con queste parole che il regime fascista sputa il rospo. Sono anni ormai che gli ebrei vengono perseguitati in Germania e a migliaia sono fuggiti dal terzo Reich trovando ospitalità anche in Italia dove, fino ad allora, nulla lasciava presagire una scelta antisemita. Cosa spinse Mussolini a compierla? Più che per compiacere l’alleato Hitler, fu il dispetto per l’ostilità nei confronti dell’Italia fascista manifestata nei circoli ebraici internazionali, soprattutto inglesi ed americani. Pochi giorni dopo la pubblicazione del Manifesto, Mussolini preannunziò a Giuseppe Bottai, Ministro dell’Educazione Nazionale, nei confronti degli ebrei, soluzioni graduali, tendenti ad escluderli dall’esercito, dalla magistratura, dalla scuola. E Bottai, imparentato con una famiglia ebrea, diventò il più zelante esecutore dell’antisemitismo nella scuola. Il 3 agosto 1938 vietò l’iscrizione degli ebrei stranieri nella scuola italiana: la prima misura razzista. Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo si riunì per approvare la Dichiarazione sulla razza. Essa, tra l’altro, proibiva i matrimoni tra cittadini italiani e appartenenti a tutte le razze non ariane e decretava l’espulsione degli ebrei stranieri compresi coloro che avevano ottenuto la cittadinanza italiana dal 1 gennaio 1919 (violando il principio della non retroattività delle leggi). Inoltre gli ebrei non potevano avere aziende con 100 o più dipendenti, possedere oltre 50 ettari di terra, prestare servizio militare e lavorare negli impieghi pubblici. Tra i Gerarchi del Gran Consiglio, l’unico a pronunciarsi contro l’approvazione fu Italo Balbo. Tutti gli altri approvarono le indicazioni del Gran Consiglio, che poi il Regio decreto legge del 17 novembre 1938 trasformò in legge dello stato. Degli 8566 ebrei italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre del 1943, ne sarebbero tornati 1009. Malgrado questa tragica realtà, i tedeschi continuavano a protestare che la politica razziale in Italia è stata una burla e una truffa. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma I Patti Lateranensi La stampa italiana La fine del regime
La stampa italiana
Prima della marcia su Roma, il ruolo della stampa era stato in genere di appoggio al fascismo. L’industria siderurgica, (in primis l’Ansaldo con la famiglia Perrone) controllava 14 quotidiani e finanziava il Popolo d’Italia. Al Corriere, Luigi Albertini, entrato nella proprietà, avevasterzato in favore di Mussolini. Così pure, a la Stampa, il neoproprietario Giovanni Agnelli. C’erano poi 20 quotidiani cattolici, tra cui il Popolo, diretto da don Sturzo, più amici che nemici. Largo credito al fascismo anche da parte del Giornale d’Italia, diretto dal senatore Bergamini, e dal Secolo, diretto ma Mario Missiroli. Dura invece era l’opposizione liberal-democratica di Giovanni Amendola, sulle pagine del settimanale Il Mondo, da lui diretto a Roma. E ben poco spazio rimaneva per l’Avanti!, continuamente assalito dalle squadre fasciste e incendiato ben tre volte. La stampa italiana disertò la battaglia per la democrazia in favore del fascismo per amore dell’ordine e sicura che, dopo l’entrata dei fascisti nel governo, la situazione si sarebbe normalizzata. Mai calcolo si rivelò più errato. Già il 1923 fu caratterizzato da assalti e incendi di giornali di opposizione e da aggessioni a giornalisti antifascisti. Il 5 luglio fu varato un grave Decreto Legge contro la libertà di stampa: i direttori responsabili dei giornali dovevano ottenere il “riconoscimento” del prefetto. Inoltre il sequestro dei giornali avrebbe potuto essere effettuato “dalla pubblica sicurezza”, senza l’intervento della magistratura. Dopo l’assassinio Matteotti, nel 1924, Albertini, seguito da Alfredo frassati, direttore de La Stampa, e dai più autorevoli direttori e cronisti, iniziarono una campagna tesa a costringere Mussolini a dimettersi. Le vendite del Corriere raggiunsero le 800.000 copie e Mussolini non potè astenersi dal reagire. Da quel momento ebbero inizio le manovre per mettere a tacere Corriere e La stampa. Albertini fu diffidato dal Prefetto, poi i Crespi lo costrinsero a vendere a peso d’oro la sua quota di proprietà e a togliere il disturbo. Frassati diede le dimissioni. Il Sindacato fascista dei giornalisti conquistò la maggioranza nella Fnsi (Federazione Italiana della Stampa) e un fascista doc, Ermanno Amicucci, ne diventa il segretario. Il cerchio si chiuse con il decreto legge 31 dicembre 1925 che istituiva la censura e il Ministero della Stampa e Propaganda con il compito di indirizzare i giornali a favore del governo. All’opposizione restavano Amendola, poi ucciso a bastonate da una squadra fascista, e alcuni giornali di partito, soppressi con un’apposita legge dopo il fallito attentato di Bologna al Duce del 31 ottobre 1926. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma I Patti Lateranensi L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime
I Patti Lateranensi
L’11 febbraio 1929, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, Benito Mussolini, capo del governo italiano, e il Cardinale Pietro Gasparri, plenipotenziario di Papa Pio XI, firmavano due documenti: un trattato e un concordato. Con il primo si concludeva un capitolo di storia, con il secondo si apriva un vero patto di alleanza tra Italia e Chiesa. La trattativa, che andò avanti per tre anni, stava a cuore sia a Mussolini (cui premeva che la chiesa non frapponesse ostacoli alle organizzazioni nelle quali il regime si riprometteva di irrigimentare gli italiani) sia al Papa, cui erano stati promessi allettanti risarcimenti. I meno interessati erano i Savoia, che avevano posto fine con le cannonate (breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870) al potere temporale dei Papi. Questa era appunto la questione romana e Mussolini la risolse così: il Papa rinunciava definitivamente a rivendicare il possesso dei territori già appartenuti allo Stato della Chiesa e sottratti a essa con l’impresa dei Mille e con il conseguente plebiscito per l’annessione al Regno di Sardegna. Inoltre riconosceva Roma come capitale del Regno d’Italia. In cambio l’Italia concedeva alla Chiesa una serie di riconoscimenti e di privilegi, tra i quali: la religione cattolica come religione di stato, pur nella libertà per gli altri culti; l’introduzione del crocifisso e dell’ora di religione obbligatoria nelle scuole; l’assegnazione di una “congrua remunerazione” da parte dello stato ai parroci, per la loro attività di ufficiali di stato civile; il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso; pieni diritti politici e civili al clero regolare e secolare; pagamento da parte dello Stato alla Chiesa, in riparazione dell’offesa arrecata con l’occupazione militare di Roma del 1870, di una indennità di lire 1 miliardo e 750 milioni. Pio XI benedisse il tutto e definì Mussolini “l’uomo che la provvidenza ci ha fatto incontrare”. I Patti Lateranensi furono per Mussolini un colpo da maestro. Travasato nella Costituzione repubblicana del 1948, è stato revisionato nel 1984 dopo una trattativa con l’allora capo del governo Bettino Craxi e il plenipotenziario di Giovanni Paolo II, Cardinale Agostino Casaroli. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime
La marcia su Roma
Alla fine del 1921 il quadro politico, il quadro politico in Italia è questo: c’è un centro liberale (Nitti, Giolitti), debole, ma appoggiato dai cattolici del Ppi di De Gasperi e Sturzo; c’è una sinistra aggressiva e violenta, ma divisa. E’ in questo quadro che Mussolini firma con Turati il “patto di pacificazione” con i socialisti e poi scatena le “squadre” contro i comunisti e le Camere del Lavoro, emanazione del sindacato CGL controllato dal PcdI. Tutto ciò finisce per vincere le esitazioni degli Industriali e Agrari, che prendono ad appoggiare il partito fascista. I governi cadono uno dopo l’altro e l’1 agosto 1922 si forma il secondo governo Facta. La risposta di Mussolini è la convocazione a Roma della direzione del Pnf, durante la quale annuncia la marcia sulla capitale. E sarà una marcia armata. Si forma il quadrumvirato: Michele Bianchi, Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi. Nella notte del 28 ottobre le colonne armate delle camicie nere si muovono da tutta Italia dirette a Roma con treni e camion. Il quadrumvirato dirige le operazioni dal quartier generale , istallatosi all’hotel Brufani di Perugia. Alle 5 del mattino il Consiglio dei Ministri delibera lo stato di assedio ed il passaggio dei poteri all’esercito, ma il Re rifiuta di firmare il decreto. Il governo si dimette. Il Re incarica Salandra, offrendo un posto di ministro a Mussolini. Secco il rifiuto. La mattina del 29 ottobre , il generale Cittadini, per ordine del Re, invia al futuro Duce il famoso telegramma contenente l’incarico a formare il governo. Alle 20.30 Mussolini sale sul treno per Roma, il 30 è dal Re: ha già in tasca la lista dei ministri. Per se, oltre la presidenza del Consiglio, ha tenuto gli Esteri e gli Interni. Il 16 novembre la Camera voterà la fiducia: 316 si e pieni poteri in materia amministrativa ed economica. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci I Patti Lateranensi La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime
La nascita dei Fasci
Milano 23 Marzo 1919, in Piazza San Sepolcro la prima adunata nazionale dei vari Fasci di combattimento, sorti in tutta Italia per contrastare l’avanzata socialista. Mussolini non è che un giovane giornalista di successo, ha 36 anni ed è direttore di quel giornale da lui stesso fondato, ‘Il popolo d’Italia’ che ha avuto una funzione determinante proprio nella formazione dei Fasci. E’ dunque soprattutto un giornalista tornato a fare politica (considerati i suoi trascorsi da dirigente del partito socialista) il Mussolini che, la mattina di domenica 23 marzo 1919, nei saloni del 1° piano di Piazza San Sepolcro 9 a Milano, ottenuto in affitto dal Circolo dell’alleanza industriale e commerciale, arringa i circa 200 convenuti da ogni parte d’Italia, illustrando i 3 punti fondamentali del suo programma: 1) opposizione contro l’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e rinuncia da parte dell’Italia a qualsiasi velleità imperialistica; rivendicazione di Fiume e della Dalmazia che le grandi potenze riunite a Versailles per il trattato di pace, vorrebbero negarci; consegna gratuita delle terre incolte a cooperative di contadini formate da ex combattenti disoccupati Presiede la riunione il capitano degli arditi Ferruccio Vecchi, davanti ad una incredibile mistura di “cani sciolti” compattati dalla voglia di menare le mani: sindacalisti rivoluzionari, alcuni socialisti, alcuni anarchici, il gruppetto dei futuristi guidati da Marinetti, pochissimi i liberali, i borghesi e gli agrari, non vi è neanche un nazionalista perchè in quella riunione prevale la pregiudiziale repubblicana, mentre i nazionalisti sono monarchici. Benito Mussolini da vita al movimento politico che di li a 3 anni conquisterà il potere in Italia. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La marcia su Roma I Patti Lateranensi La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime
Rolling Stones

The history of… “The world’s greatest rock ‘n’ roll band”. Forse, per una volta, la (auto)definizione più abusata è anche quella giusta. I Rolling Stones non sono soltanto un miracolo di longevità: sono la quintessenza di un intero genere – il rock – che hanno contribuito a forgiare e rendere immortale, ripartendo proprio dalle sue radici – i ritmi tribali, il blues, il jazz – e coniando un sound potente e decisivo per le generazioni successive. Una simbiosi completa, che non si limita all’aspetto musicale. Nessuno meglio di loro, infatti, ha incarnato il modus vivendi, la frenesia e gli eccessi del rock. Una fiamma che continua a riaccendersi puntualmente a ogni nuova tournée, rinnovando un incantesimo che troppi dischi mediocri degli ultimi anni rischiavano di spezzare. Brutti, sporchi e cattivi I Rolling Stones esordirono nell’arena del rock in piena era beat, come l’alternativa “brutta sporca e cattiva” ai Beatles. Ne nacque subito la più scontata delle contrapposizioni: i garbati e simpatici sudditi di Sua Maestà contro i teppisti insolenti della suburbia londinese; i baronetti del conformismo pop contro le anime dannate del rock. Un contrasto tanto artefatto (per la fortuna dei discografici) quanto mendace, se si pensa ad esempio che i Beatles erano i veri figli della working class, mentre gli Stones scaturivano dalle velleità artistiche dei rampolli irrequieti della borghesia londinese. Entrambi, poi, condividevano ambienti e gusti musicali: fu Harrison a contattare la Decca per il primo provino degli Stones, mentre i Beatles regalarono ai futuri rivali il primo singolo; entrambi scivolarono negli eccessi e nelle droghe, inseguirono le sorgenti della musica americana, la psichedelia e l’utopia hippie, la contestazione e la stardom. Eppure, quello tra il quartetto di Liverpool e il quintetto di Londra resterà per sempre il più celebre dualismo della storia del rock. La musica dei Rolling Stones affondava le radici nel blues inquieto di Robert Johnson, John Lee Hooker, Bo Diddley, e in un sano “rollare” di marca Presley & Holly; ma fu il modo in cui si avvicinarono a questo tipo di musicalità a provocare l’iniziale sdegno dei perbenisti. Rock “stradaiolo”, in tutto e per tutto: nella melodia, nel look, e nel loro stesso stile di vita. Uno stile sublimato dalla stessa figura del frontman, Mick Jagger, satiro sguaiato e lascivo, capace di esprimere tutte le nevrosi e le lusinghe del rocker, in una rivisitazione animalesca della figura del crooner soul. PUBBLICITÀ Provocatori per natura e per divertimento, i Rolling Stones esaltarono il loro spirito basilare fino a farlo divenire un autentico fatto di costume, ribellandosi agli stilemi imperanti, impomatati di tradizionalismo e bigottismo. Infarcivano i loro testi di un depravato senso di giovanilismo, riuscendo a essere perfettamente credibili in quelle storie ribollenti di eccessi, perché molte volte i personaggi principali di quelle storie erano loro stessi. Il loro era un linguaggio diretto, senza molti abbellimenti stilistici, ma in quelle parole si riconoscevano tutti quei giovani che si sentivano imprigionati nell’asfittica società dell’epoca. Il parlare di esperienze sessuali ai limiti (e al di là) della pornografia, il teppismo urbano, i lucidi e drammatici racconti di vita avvelenata in squallide camere ospedaliere, o ancora, e più semplicemente, il raccontarsi all’insegna del divertimento, con la sfrenata bramosia di farlo ora, adesso e subito, non erano altro che l’invocazione di chi voleva evadere dal grigiore quotidiano. La musica stoned non è mai stata particolarmente elegante dal punto tecnico, era una costruzione sonora poggiante su riff ripetuti all’infinito: pochi accordi e scarsa attenzione verso certe spettacolarità tecnico/strumentali. Eppure ogni strumento era un piccolo show: la batteria marziale e slanciata di Watts, la chitarra ruggente e sinuosa di Richards, il cantato black lussurioso di Jagger, il basso cavernoso di Wyman; in più, nella prima fase, il genio eclettico di Jones, capace di esplorare i suoni dell’organo, del dulcimer, del sitar e dei flauti dolci. Lascereste che vostra figlia uscisse con uno degli Stones? (Andrew Loog Oldham) Heart of Stones Il primo nucleo della band si costituisce a Londra agli inizi degli anni 60, quando il cantante Michael Phillip “Mick” Jagger (1943, Dartford, Gran Bretagna) e il chitarrista Keith Richards (1943, Dartford, Gran Bretagna), compagni di scuola fin dalle elementari e già insieme sotto lo pseudonimo di Nanker & Phelge, formano con Dick Taylor, Bob Beckwith e Allen Etherington i Little Boy Blue And The Blue Boys, uno dei tanti gruppi ispirati al blues di Chicago. All’organico si aggiunge subito il polistrumentista Brian Jones (Lewis Brian Hopkins-Jones, 1942, Cheltenham, Gran Bretagna). Jagger e Richards sostituiscono gli altri tre con il chitarrista Geoff Bradford, il pianista Ian Stewart e i batteristi Tony Chapman e Mick Avory (quest’ultimo poi confluito nei Kinks). Brian Jones – Rolling StonesNella prima fase della storia, l’anima degli Stones è Brian Jones. Dotato di un prodigioso talento per la musica (fin da ragazzino sapeva già suonare di tutto, dall’organo al sassofono, e coltivava una passione sfrenata per gli spartiti jazz di Charlie Parker), Jones vantava anche il curioso primato di aver concepito ben sei figli da altrettante ragazze nell’arco di un decennio (il primo a quindici anni). Inguaribile provocatore e anticonformista, capelli lunghi e sguardo impertinente, incarnava in tutto e per tutto la figura del rocker dannato, cresciuto “on the road”. Il debutto della band avviene il 12 luglio 1962 in uno dei templi del rock: il Marquee di Londra. Nel frattempo, si uniscono al nucleo originario Bill Wyman (William Perks, 1936, Londra), ex-bassista dei Cliftons, e Charlie Watts (1941, Islington, Gran Bretagna), batterista della Blues Incorporated di Alexis Korner. Ribattezzatisi The Rolling Stones (da una celebre canzone di Muddy Waters), attirano l’attenzione del manager Andrew Loog Oldham, che procura loro un contratto con la Decca ed estromette dalla formazione Stewart, che diventerà road manager del gruppo e membro aggiunto. Sarà proprio Oldham a coniare il celebre slogan “Lascereste che vostra figlia uscisse con uno degli Stones?”. La musica dei Rolling Stones è impudente e selvaggia come la loro immagine. E attinge alle sorgenti blues del rock’n’roll. Il primo singolo, “Come On” (1963), è la cover
Genesis

The history of… Siamo a metà degli anni 60, la Charterhouse è una prestigiosa scuola privata nei dintorni di Londra, una di quelle istituzioni tutte disciplina e “sani principi” dove i ragazzi imparano a cavarsela nel “modo inglese”. Il nucleo originario dei Genesis nasce qui, dove le agiate famiglie di Peter Gabriel, Anthony Banks, Anthony Phillips e Michael Rutherford li spediscono a svolgere i loro studi superiori. Gabriel e Banks cominciano a strimpellare al piano della scuola e comporre canzoni, e ben presto quei ragazzi iniziano a vedere nella musica il loro futuro. Dopo qualche tentativo con gruppetti distinti, si formano i Genesis.La prima svolta arriva con Jonathan King, un cantante e produttore pop inglese piuttosto affermato nella seconda metà dei 60, a sua volta ex allievo della Charterhouse, il quale prende in simpatia i Genesis e li porta a firmare il loro primo contratto, veramente assurdo per dei ragazzini di 16 anni, di cinque anni con opzione per altri cinque (durata poi drasticamente ridotta per intervento dei genitori), e a incidere il loro primo album, From Genesis To Revelation, un concept basato sul Vecchio Testamento, su suggerimento dello stesso King. Decisamente il tutto è un passo troppo lungo per degli ancora ingenui studenti, che all’epoca sono Peter Gabriel (voce), Anthony Phillips (chitarra), John Silver e in due pezzi Cris Stewart (batteria), Anthony Banks (tastiere), e Michael Rutherford (basso e chitarra). Il disco è a tratti classicheggiante a tratti pop per la pesante influenza di King, ha qualche lato interessante, conoscendo gli sviluppi futuri, ma è a dir poco acerbo. E’ fatto di molte canzoni brevissime e semplici, ma infarcite di arrangiamenti pomposi con archi e tromboni, tutt’altra cosa rispetto a quello che verrà. Il disco esce per la Decca nel marzo del 1969, e viene pressoché ignorato da tutti. King perde interesse nei Genesis con l’aumentare della complessità delle loro composizioni e il gruppo si ritrova solo, ma non senza entusiasmo. Rifiutando aiuti economici significativi dalle famiglie, si arrabatta a sopravvivere. Il periodo per i ragazzi è economicamente tragico (qualcuno che è loro vicino all’epoca dirà: “Avevo l’impressione che saltassero i pasti”) e con l’ingresso del nuovo batterista John Mayhew le magre entrate dei primi concerti si rivelano una boccata di ossigeno.E’ proprio in questa fase che attraverso piccoli aggiustamenti e un enorme lavoro, provando e riprovando, i Genesis mettono a punto quello che sarà uno dei loro punti di forza, ovvero la performance dal vivo, non tanto con atteggiamenti spavaldi da rockstar, quanto imparando a creare un’atmosfera capace di coinvolgere il pubblico gradualmente per farlo entrare nella loro musica, che è quello che realmente vogliono con più intensità. I giovanissimi Genesis (all’epoca tutti intorno ai vent’anni) non si fidano praticamente di nessuno nell’ambiente finché non fanno il colpo grosso entrando nel cuore di Tony Stratton-Smith, padre-padrone della Charisma, una giovane ma già importante etichetta progressive, che nel giro di un paio di settimane li mette sotto contratto e, dunque, in condizione di registrare un nuovo album. Trespass (ottobre 1970) è un disco per molti versi ancora di transizione, ma è un enorme salto rispetto al precedente. Si incominciano a vedere sostanziose tracce della personalità del gruppo. Nell’album si distinguono “Visions Of Angels”, per l’epicità da “gran finale” classico che ritroveremo in composizioni degli album successivi, “Stagnation” per la morbidezza acustica, “The Knife”, che si discosta molto dal resto, per la forza d’impatto “rock” con il suo attacco violento e la forte carica ritmica, e sarà la chiusura di tutti i concerti a venire dell’era Gabriel.Subito dopo le registrazioni, Antony Phillips, uno dei principali compositori del gruppo (“The Knife” è sua), lascia: “Eravamo solo un pugno di perfezionisti. (…) La musica era diventata la fonte della mia più profonda sofferenza”. L’abbandono dell’amico è un brutto colpo, ma, come accade nelle migliori storie, il gruppo riesce a cogliere l’occasione per fare invece un decisivo balzo in avanti, decidendo di cambiare anche il batterista. Attraverso un annuncio sul Melody Maker, viene reclutato ai tamburi Phil Collins. Egli ha già una lunghissima esperienza nel mondo dello spettacolo, essendoci dentro fin da bambino come attore in pubblicità televisive e in teatro dapprima, nel rock poi come membro di alcuni gruppi sempre sul punto di farcela e poi regolarmente crollati. Dopo poco tempo, contattano un chitarrista-compositore in cerca di un gruppo che ha messo un annuncio sulla stessa rivista. E’ Steve Hackett, il quale, dopo aver ascoltato Trespass e assistito a un concerto, resta favorevolmente colpito. Furbescamente fa andare i Genesis direttamente a casa sua, in mezzo a tutti “i suoi aggeggi” e li impressiona al punto che, senza sentire nessun altro, decidono di prenderlo. Il primo impatto per il giovanissimo Steve non è affatto facile. La perfezione sonora che i Genesis vogliono raggiungere sul palco è ben lontana dal realizzarsi a causa dei limiti alla strumentazione, e i concerti sono spesso funestati da problemi tecnici, ma ciononostante la cosa lentamente ingrana e il gruppo comincia a crescere. Arriva così nel gennaio ’71 una tournée collettiva della Charisma, organizzata da Stratton-Smith per lanciare i suoi gruppi più promettenti: Van Der Graaf Generator, Lindisfarne e naturalmente Genesis. I nostri sono ovviamente l’ultima ruota del carro. Attraverso le nove date del tour, però, le cose cambiano e i Genesis esplodono, relegando gli altri al ruolo di inseguitori incapaci di tener loro dietro, come ammette lo stesso Peter Hammill: “Ognuno cercava di far meglio degli altri ogni sera, ma a un tratto diventò impossibile far meglio di loro”. Nel giugno ’71, durante un concerto, Peter Gabriel saltando dal palco sul pubblico (una cosa che riprenderà con meno violenza nella sua carriera solista) si frattura una gamba, provocando l’interruzione della tournée, così i nostri si dedicano a composizioni e prove, il che torna loro molto utile sia per affiatarsi con i due nuovi membri sia in vista dell’imminente album successivo. Nursery Cryme esce nel novembre ’71, ed è un disco fondamentale per i Genesis, perché per la prima volta emerge chiaramente lo standard del gruppo in fatto di composizione e articolazione dei pezzi, si definisce “lo stile
The Beatles

The history of… A passeggio per Abbey Road Londra, 8 agosto 1969. Ci sono quattro uomini che stanno attraversando una strada, camminando in fila indiana su un attraversamento pedonale a forma di zebra. Si chiamano John, Ringo, Paul e George e hanno messo in piedi da un po’ di tempo una band. Al fotografo di questa band sono stati concessi appena dieci minuti per immortalare una camminata e un preciso istante nella storia della musica rock. Qualche giorno in più e si terrà a Woodstock un festival cruciale, seguito a ruota dalle incendiarie esibizioni dell’Isola di Wight. Un altro gruppo britannico, i Rolling Stones, sta elettrizzando i propri fan con il singolo “Honky Tonk Woman”. A luglio, è uscito un singolo, “Give Peace A Chance”, che ha messo in moto la gigantesca macchina dell’utopia e della pace di un supergruppo con il dio della chitarra elettrica Eric Clapton e il folle del rullante Keith Moon. A formarlo, il sodalizio artistico-sessuale tra l’avanguardista del Sol Levante Yoko Ono e il primo uomo dell’attraversamento pedonale, John. L’8 agosto del 1969, John è alla testa dei suoi, vestito completamente di bianco, con lunghi capelli castani e inconfondibili occhiali tondeggianti. Sembra un profeta, un Gesù Cristo dei suoi tempi. In effetti lo è. Più famoso addirittura. È seguito dal secondo uomo, Ringo, vestito interamente di nero, come un becchino del charleston. C’è infatti una leggenda fiorita negli anni a seguire, che vede il terzo uomo, Paul, sostituito da un sosia, un bassista e chitarrista mancino perfettamente identico. Sarà questo sosia, quasi un anno dopo, ad annunciare pubblicamente la definitiva rottura del giocattolo psichedelico. Tra le cause emerse negli anni, la presenza della stessa Ono, la morte del collante naturale Brian Epstein, le divergenze artistiche sempre più marcate tra John il profeta e Paul il sosia. La targa di un Wolkswagen “Beetle” parcheggiato lungo il marciapiede recita: LMW 28IF. Vedova Linda McCartney, 28 anni se lui fosse ancora vivo. Di morte si parlerà appena un giorno dopo, quando la setta di Charles Manson massacrerà l’attrice Sharon Tate. Al ritmo dell’inno “Helter Skelter”, scritta in particolare proprio da Paul McCartney. Infine, il gravedigger, l’uomo che scaverà a breve la fossa, George. George ha iniziato a scrivere canzoni sempre più belle, come “Something” e “Here Comes The Sun”, abbandonando il ruolo di semplice chitarrista taciturno, introverso e scarsamente dedito alle luci della ribalta. Un motivo in più per uno scioglimento che ha fatto tremare l’intero panorama della musica popolare. L’attraversamento pedonale a forma di zebra è stato sgombrato, Paul, John, Ringo e George sono stati sepolti sotto il peso della loro stessa leggenda. The Quarrymen: crescere a Liverpool… John Lennon e Paul McCartney incrociano le proprie giovani esistenze all’inizio di luglio dell’anno 1957. Avviene a una festa organizzata dalla chiesa di San Pietro, a Woolton, sobborgo di Liverpool. John Lennon ha sedici anni e milita in un gruppo di musica skiffle chiamato The Quarrymen. McCartney di anni ne ha solo quattordici, ma sa già accordare una chitarra e conosce bene gli accordi. Viene immediatamente arruolato nei Quarrymen. John Winston Lennon nasce il 9 ottobre del 1940 in una Liverpool tempestata da continui bombardamenti aerei. Suo padre, Alfred “Freddie” Lennon, fa il marinaio e decide di imbarcarsi subito dopo la nascita del figlio. A casa non torna quasi mai, lasciando la crescita del piccolo John alla madre Julia Stanley e alle sue quattro sorelle maggiori. Julia però ama la vita mondana, trascorrendo molte serate nei pub di Liverpool, e questo la porta ad affidare John alla zia Mimi Smith, perché lo allevi. Successivamente, Freddie Lennon torna a Liverpool, apprendendo dalle labbra della moglie la fine del suo matrimonio. Decide quindi di portarsi il piccolo John in vacanza a Blackpool e quando Julia non lo vede tornare il giorno prestabilito, decide di andarselo a riprendere. A questo punto al giovane Lennon appare un traumatico interrogativo: stare con Freddie o con Julia. John sceglie la madre, ma viene immediatamente riportato dalla zia Mimi, più rigida e autoritaria, che lo farà crescere come una madre vera fino ai diciotto anni. Nella casa di zia Mimi e zio George, John cresce in maniera piuttosto agiata, nutrendo la sua acuta intelligenza, prima alla Dovedale Elementary School e poi alla Quarry Bank Grammar School. Il giovane Lennon legge Lewis Carroll e Edgar Allan Poe, immischiandosi in numerose risse e mantenendo un atteggiamento di scherno nei confronti delle autorità scolastiche. Nel settembre del 1955 esce il singolo “Rock Around The Clock” di Bill Haley, che trasporta a gran velocità il fuoco della nuova musica ai due lati dell’oceano. John rimane folgorato sulla via di Elvis Presley e Little Richard. A Liverpool deflagra la mania dello skiffle, mistura tra folk nero e galoppi country & western. Gli adolescenti di quindici anni come John iniziano a vestirsi come teddy boy, con pantaloni a tubo e giacche di velluto. Julia Lennon insegna al figlio qualche accordo al banjo, spingendolo a formare un gruppo con l’amico Pete Shotton: The Quarrymen. E qui si giunge al luglio del 1957, quindi all’inizio della storia. Ma ci sono Paul e George. James Paul McCartney nasce il 18 giugno del 1942 in una Liverpool ormai esentata dai continui bombardamenti notturni. Il piccolo viene sollevato dalle braccia del padre Jim per l’affetto della madre Mary Mohan. Jim McCartney fa il rappresentante di cotone, ma dopo la guerra il mercato scende drasticamente, obbligando la madre Mary a tornare al suo lavoro di infermiera. Il giovane Paul inizia a frequentare il Liverpool Institute, diventando subito un beniamino di compagni e docenti per il suo modo di fare estroso e brillante. Il suo carattere non viene scalfito nemmeno dalla morte della madre Mary nel 1956 per un tumore al seno. Il giovane Paul ha la fortuna di provenire comunque da una famiglia solida e dedita alla musica. Inizia a suonare la chitarra da mancino, imparando a memoria testi e accordi, tra cui quelli fondamentali del rock and roll, di Eddie Cochran o di Elvis Presley. Paul
I templari Pt.2

MISTERI TEMPLARI Nel corso degli anni si sono venute a creare moltissime leggende intorno ai Templari e quindi dire qual’ è la “linea di confine” (per citare un famoso programma televisivo) tra verità e leggenda risulta un compito difficilissimo. Io proverò a farlo, ma le conclusioni dovranno essere a vostra discrezione. Cominciamo dall’inizio: dall’origine del fantastico tesoro dei Templari. Certo, era formato anche da oro, monete, oggetti d’arte e quant’altro, ma c’era anche qualcos’altro, qualcosa di mistico e di antico. Bisogna partire dall’anno 70 D.C. quando sotto il regno dell’imperatore Tito, i romani assaltarono il Tempio di Salomone e lo saccheggiarono, uccidendo tutti quelli che trovarono al loro interno, e portando via, il tesoro là custodito. Ma alcuni sacerdoti, prima dell’assalto delle truppe romane, erano stati avvertiti del pericolo imminente, ed allora pensarono di nascondere quello che per il popolo ebraico vi era di più sacro nei sotterranei del Tempio, inaccessibili in quanto pieni di labirinti e di trappole. Lo stesso costruttore del Tempio era uno degli ingegneri più importanti dell’epoca e costruì sotto il Tempio la famosa stanza “Sancta Sanctorum” dove Salomone nascose il suo tesoro. Si dice che i romani non trovarono questa stanza e i sacerdoti fecero una specie di inventario su quello che c’era custodito. Il tesoro era composto da reliquie sacre di non poco conto, come l’Arca dell’Alleanza, la Vera Croce, la Sindone, il Graal, la Menorah (il candeliere a sette braccia completamente d’oro) suppellettili, vasi d’oro e di bronzo, pezzi di colonne, ma soprattutto tanti, tantissimi documenti, in papiro o in fogli di rame, antichissimi sui quali vi erano scritti dei segreti che era possibile rivelare solo a pochi eletti con informazioni di capitale importanza per capire profondamente delle dottrine cristiane ed ebraiche. Alcuni di questi sacerdoti riuscirono però a sfuggire alla strage perpetrata dalle truppe romane, proprio nascondendosi in questi sotterranei e poi, non potendo più rimanere in Palestina, partirono raggiungendo l’Europa, sparpagliandosi per il continente. Essi formarono nuclei familiari, che si tramandarono di padre in figlio quello che consideravano “il segreto del Tempio”. Per ogni famiglia, ad ogni primogenito veniva svelato, al momento della maggiore età, questo segreto, e solo a lui. Ovviamente queste famiglie erano di ceppo ebraico, ma con l’andare dei secoli ci fu una vera e propria “cristianizzazione” di questi nuclei, che rimasero comunque sempre in contatto, e formarono una specie di confraternita che venne chiamata “Rex Deus”. Questa organizzazione si portò dietro il segreto per secoli, finché non colse l’occasione di tornare in TerraSanta a riprendersi ciò che era loro con la prima Crociata, quella di Goffredo di Buglione. I Templari infatti, oltre a svolgere con diligenza il loro scopo di difesa dei pellegrini (i tributi pagati in sangue ne sono una prova schiacciante), iniziarono anche il recupero di questi reperti e a dimostrarlo sarebbero gli scavi da essi cominciati nella spianata del Tempio di Salomone, dove venne aperto un pozzo di oltre 20 metri di profondità. A questo punto tutto si tinge di giallo e la leggenda entra in campo. Fatto sta che di misteri non spiegati ce ne sono tantissimi! Un esempio? Le Cattedrali Gotiche. In tutta la Francia sorsero, in brevissimo tempo (tra il 1200 e il 1250), chiese particolari, in uno stile che fino ad allora era sconosciuto: le grandi cattedrali in stile gotico. Una dopo l’altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. Uno stile incredibile, quello gotico, tutto proteso verso l’alto, con un sistema di spinte e controspinte straordinario, una tecnica costruttiva che a quel tempo era veramente rivoluzionaria. Come avranno fatto i Templari a progettare e costruire queste cattedrali che, nonostante le loro migliaia di tonnellate di peso, sembrano leggerissime e tali da sfidare la legge di gravità? I piani di costruzione e tutti progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non sono mai stati trovati. Le opere murarie erano fatte con una maestria eccezionale. Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio, possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto verso l’alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est (cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e se unite insieme formano esattamente la costellazione della Vergine. Curioso no? Nella parte nord delle cattedrali ci sono molto spesso immagini di demoni e nella cattedrale di Amiens c’è addirittura un Pentalfa, cioè una stella a 5 punte rivolta verso il basso (uno dei simboli del demonio), che è una simbologia esorcizzatoria. Le cattedrali poi sono STRACOLME di segni e di messaggi che sono stati lasciati dai Templari, che soltanto in pochi sono in grado di comprendere, perché criptati. Questo è dovuto al fatto che i templari erano di vocazione giovannita, cioè cultori e interpreti del più ermetico dei quattro Vangeli, propensi a una lettura più simbolica che letteraria delle verità della fede. Quello che avevano da dire lo mettevano negli affreschi, nelle statue, nei bassorilievi e nelle stesse cattedrali, ci hanno lasciato un’infinità di segni che dobbiamo decifrare, anche se mi sembra molto improbabile, visto che oggi l’uomo guarda le cose con l’occhio della scienza, mentre prima si guardava con l’occhio della fede… un’interpretazione dei segni lasciati dai Templari è possibile solo con una visione non scientifica, ma religiosa. Le Cattedrali sono libri di pietra nei quali sono nascosti dei segreti di sapienza e conoscenza che gli antichi Templari hanno voluto tramandare ai posteri. Ma non una conoscenza sporca, per divenire i padroni del mondo, o per avere tutti per sé i segreti alchemici e di ricchezza, bensì una conoscenza pulita, soltanto per comprendere ciò che non poteva essere spiegato con un semplice dogma. Comunque, la domanda sorge spontanea, “Che fine ha fatto il formidabile tesoro dei Templari?”. Si premette che il
Le Brigate rosse

Milano 17 settembre 1970: in via Moretto da Brescia vengono fatti esplodere 2 bidoni davanti al garage di Giuseppe Leoni, direttore del personale della Sit-Siemens. Sulla porta del box compare una scritta: Brigate Rosse. E’ il primo attentato del gruppo terroristico che segnerà tragicamente, dal 1974 al 1988, la storia italiana. Gli inquirenti sottovalutano l’episodio, ritenendolo un banale atto teppistico con una rivendicazione politica di copertura. A formare il nucleo storico delle BR sono tre gruppi fondamentali: le frange sindacali più estremiste della Sit-Siemens, con in testa Mario Moretti e Corrado Alunni, alcuni ex studenti della facoltà di sociologia di Trento, capeggiati dai coniugi Renato Curcio e Margherita (Mara) Cagol, e dei fuoriusciti dal Pci di Reggio Emilia: Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene. Il 28 ottobre 1970 su Sinistra proletaria, otto giorni dopo aver annunciato la formale costituzione dellE Br, dichiararono: Cosa vogliamo? Vogliamo il potere! Perchè fino a che il potere lo avranno i padroni, la nostra condizione non potrà cambiare. Il loro slogan è: Lo stato borghese non si abbatte, si cambia. Come fare? Colpiscine uno per educarne cento., rispondono i brigatisti secondo i dettami di Mao e secondo una logica che conduce direttamente all’atto terroristico. Per tutto il 1970 e il 1971 le Br si distinguono così per una fase iniziale di sindacalismo violento, volto a colpire fisicamente in fabbrica avversari politici, soprattutto alla Pirelli di Milano. Per arrivare alla prima azione significativa bisogna aspettare il 3 marzo 1972 quando le Br rapiscono per alcune ore, sempre a Milano, il dirigente della Siemens Idalgo Macchiarini: sarà il primo ad essere fotografato dietro la stella a 5 punte. La polizia individua quasi subito, il 2 giugno, la base milanese di via Boiardo, assieme ad altri 5 covi. Gli arresti sono numerosi e tra questi anche figure di spicco come l’avvocato Giambattista Lazagna, medaglia d’argento partigiana a lungo militante del Pci. I Gap (Gruppi di azione proletaria), l’organizzazione rivoluzionaria fondata qualche anno prima dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, sembra in ginocchio. E’ la fine della prima fase del movimento, che si riorganizza in colonne e in brigate, con una direzione strategica e un comitato esecutivo centrali. La nuova strategia prende il nome di Propaganda Armata. Curcio & C. abbandonano Milano per trasferirsi a Torino, cuore del capitalismo italiano. Il 12 febbraio 1973 rapiscono il sindacalista Cisnal Bruno Labate che viene processato per 5 ore e poi incatenato, senza pantaloni, al cancello 1 dello stabilimento Fiat Mirafiori. Il 10 dicembre toccherà a Ettore Amwrio, capo del personale della Fiat-auto. Il processo durerà questa volta ben otto giorni. E’ soltanto però con il sequestro del giudice genovese Mario Sossi, il 18 aprile 1974, che si arriva al definitivo “salto di qualità”: dalla propaganda violenta in fabbrica si passa all’attacco al cuore dello stato e ai suoi simboli. Il giudice Sossi, soprannominato il “dottor Manette”, era stato il pm al processo per l’omicidio di Alessandro Floris, dove con la sua requisitoria ottenne la condanna all’ergastolo del bierre Mario Rossi e 180 anni complessivi di reclusione per gli altri imputati. Dopo questi fatti , la reazione delle forze dell’ordine si fa più decisa: il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa fa arrestare il 18 settembre i 2 leader del movimento Renato Curcio e Alberto Franceschini. Curcio verrà fatto evadere in giugno, da un commando guidato dalla moglie Mara Cagol e arrestato nuovamente agli inizi del 1976. La morte di Mara Cagol durante un conflitto a fuoco il 5 settembre 1975, segna la fine della troika che aveva guidato gli esori delle Br. La Corte d’Appello di Genova intanto aveva deciso di rilasciare otto componenti del movimento 22 ottobre, gruppo molto vicino alle Br e attivo nel capoluogo ligure, in cambio della liberazione del giudice Sossi. Il provvedimento venne però bloccato dal procuratore generale di Genova Francesco Coco, che per non dare un segno di debolezza da parte dello stato non vuole trattare con i terroristi, ma firma così la sua condanna a morte. Sossi viene liberato senza condizioni il 23 maggio 1974 e il giudice Coco verrà trucidato l’8 giugno 1976 assieme ai 2 agenti della scorta dalle nuove Br, guidate dopo l’arresto di Curcio dall’ala militarista di Mario Moretti, che fonda tra l’altro a Roma, insieme a Valerio Morucci e Adriana Faranda una importante colonna. E’ una nuova svolta: l’attacco al cuore dello stato prevede ora direttamente l’assassinio, per strada, dei presunti “nemici del popolo”. Pagherete caro, pagherete tutto, minacciano le Br nei loro comunicati. Dopo i giudici tocca ora ai giornalisti: tra l’1 e il 3 giugno 1977 vengono gambizzati con un colpo di pistola, rispettivamente Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX, Indro Montanelli, direttore del Giornale Nuovo, ed Emilio Rossi, direttore del TG1. Il 16 novembre viene ferito gravemente Carlo Casalegno vicedirettore della Stampa: morirà due settimane dopo. Il 28 aprile i colpi di P38 ammazzano invece Fulvio Croce, incaricato a Torino di designare gli avvocati d’ufficio del processo contro il nucleo storico Br, fermo ormai da 338 giorni, dopo i disordini del maggio 1976 (gli imputati, tra cui Curcio e Franceschini, in aula avevano manifestato il proprio appoggio all’uccisione di Coco. Nel 1978 le Br raggiungono il culmine della loro azione e della loro notorietà, anche internazionale. Mentre nel paese prosegue la loro strategia assassina (il 14 febbraio viene ammazzato il magistrato Riccardo De Palma), il 16 marzo rapiscono a Roma in via Fani, il presidente della DC Aldo Moro, massacrando i 5 uomini della scorta. Il cuore dello stato è raggiunto, ma per le Br, che perderanno ora ogni tipo di possibile consenso, è l’inizio della fine. L’idea di Moretti è quella di processare la Dc complice di quel “compromesso storico”, di quell’alleanza con il Pci che nascerà con il quarto governo Andreotti proprio il giorno del rapimento, e che per loro rappresenta il tradimento della causa comunista. Per 55 giorni l’Italia è sotto scacco. Le lettere del presidente della Dc dalla prigionia, nelle quali viene ventilata la possibilità di clamorose rivelazioni, mettono in allarme il mondo
History of Pink Floyd Ch.8

I nuovi Pink Floyd Il contratto prevedeva che dalla colonna sonora del film si traesse un album con le nuove composizioni, ma il materiale non era sufficiente per un disco che potesse soddisfare. Waters in quel periodo era ispirato dalla ritorsione militare inglese contro l’Argentina per il controllo delle Isole Falkland ed aveva scritto ed inciso nuove composizioni circa quel conflitto praticamente senza mai consultarsi con i compagni. Fu una deviazione decisiva dalla normale linea di condotta e, alla luce anche della recente uscita dal gruppo di Wright, parve che Waters avesse assunto l’assoluta responsabilità del gruppo. Nel maggio del 1983 esce The final cut e per i PINK FLOYD iniziò il periodo più turbolento della loro storia. Con The final cut si arrivò al punto che Waters non ne voleva neanche sapere del materiale presentato da ciascun altro, l’impressione fu che quella democrazia che aveva sempre caratterizzato l’interno del gruppo fosse ormai terminata. Waters stesso ammise che fu un periodo sgradevole dove la faceva da padrone il sentimento di riluttanza nei confronti del resto della band, in particolare David Gilmour che non volle mai sottomettersi alla sua autorità. Accettò solo di suonare rinunciando a tutti i crediti di produzione, solo per semplificarsi la vita. Tutto ciò garantì a Waters un potere che, oltre al suo smisurato ego, lo lasciava libero di agire come se i compagni fossero solo delle mani prese in prestito. La stessa copertina dell’album fu sotto il controllo artistico di Roger ed alla fine The final cut venne fuori come una specie di Requiem dedicato al padre, Eric Fletcher Waters e se non altro diede finalmente pace al suo fantasma. Fu l’album meno venduto del gruppo e non entrò neanche tra i primi 5 e Gilmour ci tenne a sottolineare che il materiale era molto scadente rispetto ai precedenti album data la mancanza dello sforzo unitario del gruppo. Non avendo alcuna intenzione di portare l’album in Tour, la band era ora in vacanza permanente. L’assenza del nome di Richard Wright dalla copertina e la mancata tournèe alimentò in maniera crescente la convinzione che i PINK FLOYD si fossero ormai sciolti e lo stesso nome dato al disco “Il taglio finale”, fu considerato come il segnale della definitiva uscita di Roger Waters dal gruppo. All’insaputa del grande pubblico, Roger Waters aveva tecnicamente dato le dimissioni alla fine del 1985. La EMI e la CBS Records furono avvertite tramite un comunicato che l’artista riteneva la Band esaurita e che non avrebbe più inciso dischi con Gilmour e Mason o chiunque altro con il nome PINK FLOYD, lasciando intendere che gli altri non possedessero le qualità per andare avanti da soli. Circa un anno dopo, ad un incontro di routine della Pink Floyd Music Ltd, venne a sapere che David Gilmour e Nick Mason avevano aperto un nuovo conto corrente dove far transitare le spese e gli incassi per quello che veniva definito come “il nuovo progetto PINK FLOYD”. Waters ne rimase profondamente offeso ed avviò un procedimento legale per determinare la natura del sodalizio dei Pink Floyd. Il 31 ottobre 1986 si aprì il processo, che nella speranza di Waters, avrebbe fatto valere la sua tesi: lui era l’autore della maggior parte delle canzoni del gruppo, dunque aveva il diritto di impedire agli altri lo sfruttamento del nome PINK FLOYD a fini commerciali. In pochi giorni tutti i quotidiani strillarono la notizia dello scioglimento del gruppo, ma Gilmour e Mason risposero tramite un comunicato stampa rilasciato dalla casa discografica “I Pink Floyd sono vivi ed in ottima salute e stanno registrando in Inghilterra”. Da parte sua, Gilmour affrontò di mala voglia l’azione legale: “Penso sia abbastanza inutile dopo aver passato moltissimi anni insieme raggiungendo grandi traguardi. E’ un peccato, certo, quando qualcuno vuole andarsene, ma ciascuno è libero di fare ciò che vuole e questa è una sua decisione. Quello che è triste e inutile in questa storia è cercare di impedire a qualcun altro di portare avanti i suoi legittimi progetti in campo artistico e commerciale.” Alla fine Roger Waters abbandonò l’azione legale e concesse a Gilmour di continuare ad usare il nome Pink Floyd. Gilmour e Mason, che avevano già cominciato a registrare nell’autunno del 1986, erano convinti di poter realizzare un nuovo album piuttosto che portare in giro uno show di Greatest Hits e questa si rivelò una mossa azzeccata dato che il disco che ne venne fuori ben presto divenne un Best Seller mondiale. A momentary lapse of reason uscì nel settembre 1987, fu prodotto da Bob Ezrin e fu il primo album in 14 anni a non seguire una strada “concettuale”. L’idea del “concept album” fu tentata per parecchio tempo, furono arruolati il poeta inglese Roger McGough e la compositrice canadese Carole Pope nella speranza di dare al materiale composto una forma unitaria, ma alla fine l’idea venne abbandonata in favore di un approccio più convenzionale con canzoni non legate tra loro tematicamente. Quanto a Richard Wright, l’idea di tornare a suonare (come membro ufficiale e non come session man) con il gruppo, piacque molto anche se successivamente per ragioni legali non potè essere reintegrato ufficialmente nei PINK FLOYD. Ovviamente dopo l’uscita dell’album non mancarono le velenose critiche di Waters, il quale accusò Gilmour di aver accredito un gran numero di musicisti per portare a termine l’opera. Gilmour s’infuriò ricordando a Waters che era talmente egoista che ogni volta, dopo l’uscita di un album, dimenticava l’importantissimo apporto creativo offerto non dando crediti a nessuno:l’importante era che il lavoro fosse portato a termine. Alcuni pezzi di Animals suonati quasi esclusivamente da Gilmour oppure un paio di brani di The Wall composti da Ezrin, ma alla fine l’intero lavoro era firmato esclusivamente da Roger Waters. Per completare il “rientro” in tutti i suoi aspetti, Gilmour mise in piedi una produzione sbalorditiva allo scopo di ricreare quello show che tanto li rese famosi. Con Mason investirono di tasca propria circa 3 milioni di dollari, ma trovare un promoter e un agente che se la sentissero di assumersi un rischio quasi pari al loro si rivelò più difficile del
Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze

Misteri analoghi a quelli finora raccontati costellarono persino la vita e la morte dei presidenti americani Abraham Lincoln (1809-1865) e John Fitzgerald Kennedy (1917-1963). Si racconta inoltre che Lincoln appaia sempre alla vigilia della morte di un altro presidente e pare, infatti, che sia apparso anche a John Kennedy il giorno prima di partire per Dallas, sua ultima fatale visita. Tantissime e straordinarie furono le coincidenze, che costellarono la vita e la morte di questi due presidenti. Troppe, per essere sbrigativamente attribuite al caso. Innanzitutto, Lincoln venne eletto presidente nel 1860. Kennedy, esattamente 100 anni dopo, nel 1960. Lincoln fu ucciso di venerdì, alla presenza della moglie. Anche Kennedy venne assassinato mentre era al fianco di sua moglie, e di venerdì. Ad entrambi i presidenti spararono, e tutti e due furono colpiti da dietro e alla nuca. Subito dopo l’attentato, ricevettero i primi soccorsi dalla propria moglie. Lincoln e Kennedy morirono senza riprendere conoscenza. Oltre ai particolari della morte in comune, ne esistono altri. La moglie del presidente Lincoln perse un figlio, mentre risiedeva alla Casa Bianca. La stessa cosa accadde alla moglie di Kennedy. Sia Lincoln che Kennedy avevano avuto 4 figli e, al momento della loro uccisione, solo 2 di questi erano vivi. Il vice di Lincoln si chiamava Johnson ed era nato nel 1808. Il vice di Kennedy si chiamava, pure, Johnson ed era nato nel 1908, a distanza di 100 anni esatti dall’altro. L’assassino di Lincoln si chiamava John Wilkes Bootk ed era nato nel 1839. L’assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald, era nato nel 1939, 100 anni dopo l’altro. E’, pure, perlomeno curioso osservare che la somma delle lettere che compongono nome e cognome dell’assassino di Lincoln dà 15 come totale e così è anche per l’assassino di Kennedy. Ma le coincidenze straordinarie non finiscono qui. John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald erano entrambi sudisti. Tutti e due i presidenti avevano condotto aspre battaglie per i diritti civili dei negri: Lincoln con il Proclama di Emancipazione e Kennedy con la legge sui Diritti Civili. Al momento dell’attentato Lincoln e Kennedy si trovavano assieme, oltre alle proprie mogli, ad una coppia di amici. Per quanto riguarda le coppie di amici, le donne rimasero illese, gli uomini furono feriti dagli attentatori (il maggiore Rathbone nel 1865 e il governatore Connally nel 1973). Il segretario di Lincoln si chiamava Kennedy e cercò di dissuadere il presidente dall’andare a teatro quella sera. La segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln e, anche lei, tentò di convincere il presidente a non andare a Dallas. Un altro fatto abbastanza singolare è che il marito della donna si chiamava Abraham, come Lincoln. Quando avvenne l’attentato, Kennedy stava attraversando le vie di Dallas su un’auto – guarda caso – di marca Lincoln, prodotta dal gruppo Ford. Booth assassinò Lincoln in un teatro e si rifugiò in un magazzino. Oswald sparò a Kennedy da un magazzino e si rifugiò in un teatro. Booth spirò 11 giorni dopo Abramo Lincoln, entrambi alle 7,20 del mattino. Oswald morì 48 ore dopo Kennedy, pure, alla stessa ora, le 13. A Lincoln successe Andrew Johnson e a Kennedy Lindon Johnson. Durante il loro ultimo anno di presidenza, sia Andrew sia Lindon Johnson furono travolti da uno scandalo politico, che impedì loro di candidarsi per un nuovo mandato. Alcuni studiosi attribuiscono ai numeri particolari poteri. Vi sono strabilianti casi di ciclicità storica. Mouèsan de la Villoret enuncia, al proposito, sette leggi. La prima afferma che esiste “…un rapporto costante fra il numero effettivo dei capi di uno Stato o dei principi di una dinastia e la somma delle cifre, sia della prima, che dell’ultima data o delle due riunite”. Studiando la dinastia dei Merovingi, Mouèsan de la Villoret scoprì che l’incoronazione di Clodione, primo re, si verificò nell’anno 427, che, sommato a sé stesso, (4+2+7) dà 13 e che anche quella dell’ultimo re, Childerico II, che avvenne nell’anno 670, (6+7) dà ancora 13. I re Merovingi furono 13. Un altro enunciato afferma che, capovolgendo la data iniziale di una monarchia, si ottiene l’anno della sua fine. Ad esempio, l’anno d’inizio dei Carolingi: il 789 invertito ci dà l’anno dell’estinzione della monarchia carolingia. Il dogato di Venezia ha inizio il 697; invertendo l’anno in questione si ottiene quello della sua fine: 1796. Il numero 3 influenzò, con insistenza, la vita del principe Bismark. Egli, infatti, servì 3 sovrani, combattè 3 guerre, fu l’artefice della stipulazione di 3 trattati di pace, rese possibile l’incontro di 3 inperatori e preparò la Triplice Alleanza. I simboli araldici del suo casato furono le foglie del trifoglio e 3 foglie di quercia col motto “In trinitate rebur”. Ebbe, ancora, 3 figli, 3 possedimenti e controllò 3 partiti: i conservatori, i liberali e gli ultramontani. In relazioni a certi cicli, che segnano eventi luttuosi, vi è un esempio molto illuminante ci viene dalla storia dei re d’Inghilterra. Sto parlando del “sabato nero” della monarchia inglese. Un sabato, il 18 marzo del 1702, morì Guglielmo II. Un sabato, l’1 agosto del 1704, trapassò la regina Anna. Anche di sabato, il 10 giugno 1727, morì Giorgio I° e, sempre di sabato, il 25 ottobre 1760, si spense Giorgio II°. Di sabato morì anche Giorgio III°, era il 30 gennaio 1820. Ancora di sabato, il 26 giugno 1830, morì Giorgio IV. Identica sorte toccò ad Eduardo VII, quando morì era sabato 7 maggio 1910. Related posts: Nostradamus, il profeta. Historia de Fidel Le Brigate rosse I templari Pt.2 I templari Pt.1
La fontana angelica

Nella città di Torino sembra che nulla sia stato lasciato al caso, nemmeno l’orientamento delle chiese, dei palazzi, il disegno delle piazze o addirittura le facciate di certe costruzioni patrizie: gli architetti si sono tramandati per secoli i significati nascosti dei simboli attraverso le loro opere. Per capire, o non capire ciò, dobbiamo rifarci alla Massoneria che custodisce ancora il segreto dei simboli e tornare a migliaia di anni fa quando Hiram costruì a Gerusalemme il tempio di Re Salomone. Hiram era il depositario dei segreti che provenivano da Kha, l’architetto dei faraoni, e prima di lui da Toth, che insegnò agli uomini linguaggio, scrittura e tecnologia. La Fontana Angelica di piazza Solferino è costruita secondo queste regole e al di là della sua architettura esteriore c’è tutta una tradizione massonica molto difficile da interpretare. Storicamente la fontana era stata richiesta al Comune dal grand’Ufficiale Pietro Bajnotti a ricordo dei propri genitori, e avrebbe dovuto essere collocata di fronte al Duomo. In chiave esoterica la scelta di spostarla dove si trova oggi fu sbagliata, perché la fontana ha perso l’orientamento verso est.Così come ci appare è composta da quattro gruppi di statue appoggiati a basi di granito: ai lati ci sono due gruppi femminili, la Primavera e l’Estate; al centro in posizione più alta si trovano due figure maschili che versano acqua da un otre, l’Autunno e l’Inverno. La Primavera è seduta su un mantello di fiori e con una mano accarezza un bimbo che lancia nell’aria uno stormo di rondini; alle loro spalle c’è un altro bambino che solleva il mantello dove è seduta la donna. L’Estate è sul lato destro appoggiata a fasci di spighe e vicino ha un bimbo che sorregge una ghirlanda piena di mele, pere ed uva. L’Autunno, giovane, è appoggiato alla chiglia di una nave e nasconde in una mano una rosa un po’ appassita; la figura è avvolta da una ghirlanda di melograni e sull’altro lato vi è un bambino che gioca con ananas, banane e pannocchie. L’Inverno è una figura barbuta e corrucciata, appoggiata ad un ceppo di quercia dai rami spogli e nodosi; la sua mano afferra l’otre a forma di ariete, poggiato ad un’aquila con una sola ala aperta. Sul lato posteriore si trova un bimbo sorridente con i capelli disposti a raggiera; un altro bimbo gli offre un grosso pesce, mentre un terzo gioca con una ghirlanda di pigne. Ma veniamo al significato nascosto dell’opera. L’Inverno guarda verso oriente e, insieme con l’Autunno, rappresenta i giganti Boaz e Jaquim, i due sostenitori delle colonne d’Ercole, i guardiani della soglia che immette sull’infinito. Boaz è la “parola di passo”, il primo grado dell’iniziazione che il neofita compie nel cammino per i trentatré scalini delle logge massoniche. Jaquim rappresenta la perfezione, la luce, la conoscenza, mentre Boaz le tenebre e l’ignoranza. La conoscenza è simboleggiata dall’acqua che i due personaggi versano dagli otri, mentre questi ultimi sono due simboli astrologici: l’acquario è l’età verso cui si avvicina l’umanità, e l’ariete il segno sotto il quale si trova l’Italia. Nel significato alchemico l’ariete è simbolo del vello d’oro, meta degli Argonauti, ma anche momento di trasformazione della materia verso la perfezione. Il bimbo con i capelli a raggiera è il frutto di ciò, è il Sole; quello con il pesce è il simbolo del Cristianesimo che si avvicina al suo maestro. Le due figure maschili rappresentano anche Osiride, la più antica divinità egizia, le figure femminili rappresentano Iside, sua sposa e sorella. Ma le due donne simboleggiano anche i due aspetti dell’amore, quello sacro (Primavera) e quello profano (Estate), e anche la Virtù contrapposta al Vizio. Un altro grande segreto è custodito nella disposizione dei blocchi di granito. Se si osserva la fontana a distanza, da posizione centrale, si nota che fra le due figure maschili si apre un varco rettangolare. E’ il cuore del mistero e rappresenta la soglia invalicabile per i profani, oltre la quale si entra in una dimensione sconosciuta, si accede a terre al di là delle colonne d’Ercole. E’ l’ingresso alla Caverna Luminosa in cui sono custoditi i misteri alchemici che regolano tutto il mondo. Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Stonehenge Tunguska Il triangolo delle Bermuda
Il triangolo delle Bermuda

Il Triangolo delle Bermuda (o Triangolo del diavolo) è un’area situata al largo della costa meridionale atlantica degli Stati Uniti. La zona triangolare è nota per un’alta incidenza di sparizioni inspiegabili di navi, piccole imbarcazioni e aerei. Bermuda, Miami e San Juan sono generalmente accettati come i vertici del triangolo. Alle ore 14 del 5 dicembre 1945 cinque aerei TBM Avengers della marina americana partirono dalla base di Fort Lauderdale (Florida) per un’esercitazione di tiro al bersaglio. La squadriglia puntò verso est, in direzione delle Bahamas, raggiunse il bersaglio, completò l’esercitazione e imboccò la strada del ritorno. O, almeno, credette di imboccarla. Alle 15.15, infatti la torre di controllo di Fort Lauderdale ricevette un messaggio dal comandante, il tenente Charles Taylor. “Chiamo la torre. Emergenza. A quanto sembra siamo fuori rotta. Non riusciamo a vedere la terra…” E ancora: “Non sappiamo la nostra posizione! Non sappiamo dove sia l’ovest… Qui non funziona più niente… Anche il mare non è dove dovrebbe essere!”. La base di Fort Lauderdale ricevette qualche altro confuso messaggio: “Tutte le mie bussole sono guaste”, “Non so dove ci troviamo”, “Nessuna terra è in vista”. Le comunicazioni, sempre più disturbate e contraddittorie, continuarono fino alle 16. Poi, più niente. Un apparecchio di ricognizione fu inviato immediatamente sulla zona dove gli aerei avrebbero dovuto trovarsi. Era un grosso Martin Mariner. L’apparecchio inviò un messaggio a proposito dei venti che soffiavano con intensità al di sopra dei 1800 metri. Furono le ultime parole del suo comandante, il tenente Kane. Anche il Martin Mariner interruppe ogni contatto con la base, senza alcuna apparente ragione. Trecentosette aeroplani, quattro cacciatorpedinieri, diciotto vedette della guardia costiera, centinaia di aerei e imbarcazioni private parteciparono alla più colossale ricerca della storia. Novecentottantacinque miglia quadrate di mare furono perlustrate palmo a palmo ma non fu rinvenuta nessuna traccia (macchie di olio, zattere di salvataggio, relitti galleggianti o altro) che potesse far pensare a un incidente. La commissione d’inchiesta che si occupò del caso non espresse un parere. Ascoltò cinquantasei testimonianze in quattordici giorni di udienze; esse vennero verbalizzate e il caso fu chiuso. Fu dopo questo incidente inesplicabile che si cominciò a collegare quel tratto di mare con altre sparizioni dall’apparenza inquietante avvenute in passato. Nel 1800 la U.S.S. Pickering sparì tra la Guadalupa e Delaware; nel 1814 la U.S.S. Wasp scomparve nei Caraibi; e poi il Grampus, la Maria Celeste, l’Atlanta. Un’infinità di navi o inghiottite dal nulla oppure ritrovate, come la Rosalie, completamente vuote, abbandonate senza apparente ragione dall’intero equipaggio. Dopo quel fatidico 5 dicembre, le sparizioni non accennarono a diminuire. Un jet passeggeri scomparve per 10 minuti dal radar del controllore di volo di Miami. L’aereo in seguito riapparve, atterrò senza problemi e tutti a bordo apparvero in buone condizioni, solo che tutti gli orologi erano indietro di 10 minuti. Quando il pilota venne interrogato, riferì che in quel lasso di tempo non era avvenuto nulla al di fuori dell’ordinario, ad eccezione del fatto che avevano volato attraverso una nebbia chiara. Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Stonehenge Tunguska La fontana angelica
Tunguska

E’ il 30 Giugno del 1908 quando alle 7:14 dell’ora locale un oggetto infuocato di imprecisata velocità, squarcia il sereno cielo siberiano e si schianta nella taiga. La sua potenza distruttrice genera un’esplosione pari a 12 megatoni (5 X 10 alla 16 J), vale a dire mille bombe di Hiroshima. Una forza invisibile schiaccia e abbatte tutti gli alberi in un raggio di 770 miglia, accanto al fiume Tunguska, abbattuti e rovesciati con le radici completamente fuori dal terreno. Le poche piante che si salvano, squarciate e bruciate, restano a disegnare un paesaggio spettrale. Le temperature sviluppate intorno ai dalla violenta esplosione (intorno ai 15000 gradi Kelvin) determinarono la distruzione di interi branchi di renne. All’ esplosione termica iniziale seguono violentissime onde d’ urto, una tempesta infuocata ed una pioggia nera che contaminò il territorio per centinaia di miglia. La scossa sismica che ne derivò fu registrata negli osservatori di Mosca, Parigi, Londra e perfino Washington, dall’ altra parte del globo. Una gigantesca colonna di fuoco si alzò nel terso cielo azzurro, raggiungendo un’ altezza tale da rendere visibile la sua luce accecante agli sbigottiti siberiani distanti centinaia di miglia. I bagliori furono visibili anche in Europa e Asia, tanto che un golfista Inglese scrisse sul Times di aver potuto quella sera tranquillamente leggere un libro a l’una di notte. Il boato dell’esplosione fu udito fino a 200 chilometri dall’ epicentro. l khan (sindaco) di Vanavara, l’unico villaggio nei pressi, a 80 km, mandò degli esploratori a vedere cosa fosse accaduto alle renne al pascolo in quella regione. Tornati, questi racconteranno storie di morte e distruzione tali che l’intera zona divenne in breve tempo tabù. Ma quale evento avrebbe generato una tale catastrofe? Le prime risposte a questa domanda arrivarono dopo ben 19 anni dalla data dell’evento, questo perchè nel frattempo la Russia stava attraversando una complicata situazione politica (la fine della guerra russo-nipponica, rivoluzioni, brigantaggio), e per questo motivo i fatti di Tunguska non rappresentarono una preoccupazione prioritaria. Ma a quanto pare i governi non furono gli unici a non dare importanza al fenomeno, tant’è che perfino nei giorni a ridosso della catastrofe nessuno ne parlò, furono spese solo poche righe su alcuni giornali locali. Uno di questi, il ‘Sibirskaya Zhizn’ proponeva una ipotesi meteorica del fenomeno. Fu prorpio leggendo tale quotidiano che il ricercatore scientifico Leonid Kulik, si mise a capo di una spedizione per conto dell’Accademia delle Scienze Russa, per far luce sull’accaduto. Una volta giunto sul posto, quello che si parò davanti agli occhi dell’incredulo Kulik fu uno scenario apocalittico, non vi era infatti più traccia della foresta che avrebbero dovuto trovarvi, vi erano solo arbusti divelti e carbonizzati nell’area di almeno 2200 km quadrati. Ma nonostante anni di ricerche e inutili scavi nelle torbiere del monte Stojkoviched, il drenaggio dei laghetti della Palude Sud, Kulik non riuscì mai a trovare nessuna traccia del cratere che il metorite di ferro-nichel alla base della sua teoria, avrebbe dovuto lasciare. Per spiegare l’assenza di tracce Kulik affermò che si sarebbe dovuto trattare non di un singolo meteorite, bensì di uno sciame,ma anche in questo caso non mancarono le smentite, infatti se così fosse stato, si sarebbero dovuti trovare almeno dei piccoli frammenti. Ma così non fu e con l’avvento della seconda guerra mondiale e della dittatura stalinista il mondo dimenticò l’enigma di Tunguska, almeno fino a quando lo scrittore di fantascienza e saggista sovietico ing. Alexander Kazantsev, propose attraverso una serie di articoli ed il libro “L’ospite dello spazio”, un ipotesi ufologica dell’impatto, molto singolare. Egli era fermamente convinto che data l’assenza di prove materiali di un impatto meteorico, quella dell’UFO crash fosse un ipotesi plausibile. Neanche a dirlo, nell’arco di breve tempo, numerose istituzioni tuonarono contro questa teorie giudicata assurda, e così l’Accademia delle Scienze russa decise di aprire nuove ed accurate indagini. Ma ancora una volta non fu trovato nulla di definitivo. Al fine di facilitare una più attenta analisi dei fatti, abbiamo ritenuto utile catalogare le numerose ipotesi affinchè possiate avere un quadro complessivo della casistica. 1) IPOTESI COMETARIA Nel 1978 l’astronomo cecoslovacco Lubor Kresak rilanciava l’ipotesi cometaria, asserendo che l’ordigo di Tunguska altro non era che un pezzo staccatosi dalla cometa Encke. Si sarebbe trattato dell’esplosione del nucleo radioattivo di una cometa.Ma ben presto approfonditi studi confutarono questa ipotesi. Il ritrovamento nel 1987 di un frammento si iridio sarà la prova che scarterà definitivamente tale teoria.. 2) IPOTESI METEORICA E ASTEROIDEA L’ipotesi che a tutt’oggi convince di più, sorretta da numerosi studiosi, sarebbe quella che identificherebbe l’oggetto in questione con un asteroide di natura rocciosa, grande come un grattacielo del peso di circa 1milione di tonnellate, ma poco compatto. La sua scarsa compattezza sarebbe stata alla base della sua esplosione a qualche centinaio di metri dalla superficie. Secondo questa teoria l’asteroide viaggiando ad una velocità di circa 15 km/s sarebbe penetrato all’interno dell’atmosfera terrestre e sottoposto alla resistenza dell’aria si sarebbe frantumato, a questo punto una volta decelerato si sarebbe riscaldato fino a raggiungere i 30.000 gradi Kelvin. L’enorme calore prodotto avrebbe provocato l’incendio della foresta e l’immane onda d’urto, stimata in termini di pressione intorno ad 1 tonnellata/mq, che avrebbe abbattuto gli alberi, e quant’altro si parò sul suo cammino, lasciando al suolo un’orma ‘a farfalla’ di 2150 kmq di terra devastata. L’enorme fungo sarebbe stato responsabile dell’esplosione captata dai sismografi e della segnalazione, sui magnetometri russi, di un momentaneo ‘secondo polo nord’, a Tunguska. Con questa ipotesi si spiegherebbe anche perchè alcune chiazze chiazze di vegetazione siano rimaste qua e là intatte. Merito delle nuvole a pecorelle, che avrebbero protetto alcuni sprazzi di terreno dal rogo irradiante, che si alimentava dell’azoto atmosferico, ossidato dalle alte temperature. Il ritrovamento nel 1987 di un frammento di iridio (metallo particolarmente presente nei meteoriti), sembrò essere una conferma delle ricerche dello studioso croato Korado Korlevic, che partecipò alla spedizione internazionale del 1990 ed autore del libro “Tunguska Risolto”. Oltre all’iridio, nella zona prossima all’epicentro, furono trovate anche delle piccole sferette vetrose, come documentò nel settembre
Stonehenge

In una della prime opere dedicate a Re Artù, la Vita Merlini (circa 1140) di Geoffrey di Monmouth, si parla di un complesso circolare composto da enormi pietre, la Chorea Gigantum (“Danza dei giganti”) che si trovava in Africa, poi era stato portato in Irlanda da un popolo di giganti. Qui era stato sistemato sul “Monte Killarus”, come monumento funebre per quattrocentosessanta nobili soldati di Aurelio Ambrosius uccisi dai Sassoni. Re Uther Pendragon tentò di trasportarlo in Inghilterra, ma l’impresa era superiore alle sue forze, così dovette rivolgersi al mago Merlino. Questi, con l’aiuto degli angeli, lo trasferì nella piana di Salisbury, dove esiste tuttora con il nome di Stonehenge. CERCHI CONCENTRICI Stonehenge è senza dubbio il luogo misterioso più conosciuto d’Europa. Il primo impatto è quantomeno deludente: la zona è circondata da una specie di fiera da strapaese, con venditori di souvenir, bibite e cartoline; ma basta riuscire a estraniarsi da quella gran bagarre per trovarsi avvolti dal fascino misterioso che permea l’intero ambiente. Massi oblunghi simili a colonne spesso sormontati da architravi del peso di parecchie tonnellate si levano tutt’intorno distribuiti in cerchi concentrici; l’effetto generale è quello di una magica arena in cui non è difficile immaginare antichi sacerdoti Druidi intenti a misteriose evocazioni. Dopo un’occhiata panoramica a 360 gradi, al visitatore non rimane che alzare gli occhi al cielo: è forse lì che si trova la risposta ai molti interrogativi sollevati dalla disposizione dei megaliti. E, difatti, pare che sia così. Abbandonata l’iniziale ipotesi che il complesso fosse una sorta di cattedrale elevata dai Druidi su un terreno magico e destinata ai sacrifici umani, la probabile funzione di Stonehenge è stata forse identificata all’inizio di questo secolo. IL COMPUTER DI PIETRA Gli studi dell’astronomo e scienziato Sir Norman Lockyer hanno portato alla datazione delle varie fasi del complesso. I megaliti sono stati eretti attorno al 2800 a.C., parzialmente distrutti, risistemati nel 1560 a.C. e, successivamente di nuovo abbattuti. Nel corso dei secoli, infatti, Stonehenge ha subìto vari attacchi, non ultimo quello dei sacerdoti cristiani che vi vedevano una sorta di tempio del demonio. Gli archi che compongono i vari cerchi concentrici sono rivolti verso il Sole e le costellazioni. A che scopo? Per poter studiare gli spostamenti di questi astri – spiega Lockyer – in base alle ombre proiettate dalle pietre e a certi allineamenti tra il Sole e gli archi che si verificano in alcuni giorni dell’anno. Secondo Gerald Hawkins, astronomo americano, Stonehenge altro non è che un gigantesco computer di pietra, che consente di effettuare complicati calcoli sul sorgere e tramontare del Sole, sui movimenti della Luna e sulle eclissi. Ma da dove derivano le conoscenze, indubbiamente assai approfondite, che hanno permesso una simile realizzazione? Euan Mac Kie, direttore del museo di Glasgow, sostiene che esisteva una sorta di scuola nei dintorni di Durington Walls ove i discepoli venivano iniziati ad antiche misteriose discipline. Quanto antiche? E chi era il loro iniziatore? Come al solito, la risposta è avvolta nel mistero. Intanto, incuranti delle conclusioni scientifiche e della sorveglianza della Polizia di Sua Maestà, ancor oggi membri dell’United Ancient Order of Druids , una setta fondata nel 1883, continuano a utilizzare quella che loro ritengono la “Cattedrale dei Druidi” per compiervi riti misteriosi. Nel 1986 è stata vietata la celebrazione del tradizionale “Festival di mezz’estate”, dopo violenti scontri tra la polizia e i partecipanti; se comunque sentite ugualmente il bisogno di diventare un Druido, scrivete alla Keltic Society and the College of Druidism (Kaer Eidyn, 4A Minto Street, Edinburgh EH9 1RG, Scozia). Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica
Rennes le chateau

Francia, 1892. La piccola chiesa del paese di Rennes-le-Chateau necessitava ormai da decenni di riparazioni, e il parroco, François Berenger Saunière, era riuscito a raccogliere faticosamente il denaro necessario. Per prima cosa il sacerdote si occupò dell’altare: la lastra di marmo che ne costituiva il piano venne staccata dal muro cui era cementata, e sollevata dalla colonna che la sosteneva. E, in una cavità al suo interno, Saunière ritrovò alcuni manoscritti del XIII secolo, dando inizio a un affaire ormai centenario. Fino al 1892, infatti, il parroco aveva dovuto arrabattarsi per far quadrare i conti della parrocchia; dopo il ritrovamento delle pergamene, qualcosa cambiò d’improvviso. Saunière le mostrò al vescovo di Carcassonne, poi chiese e ottenne il permesso e il denaro per recarsi a Parigi e fare esaminare i manoscritti da uno specialista. Nella capitale rimase per tre settimane, dove trascorse gran parte del tempo al Louvre e acquistò le riproduzioni di vari quadri, tra cui un dipinto di Nicholas Poussin intitolato Pastori d’Arcadia . Quest’ultima tela, realizzata intorno al 1640, rappresentava un sarcofago con l’iscrizione “Et in Arcadia Ego”; il sarcofago esisteva veramente a poca distanza da Rennes-le-Chateau, e sebbene, in teoria, Poussin non si fosse mai recato da quelle parti, anche il paesaggio dello sfondo del quadro sembrava coincidere con quello reale. Intanto i lavori alla parrocchia proseguivano; sotto l’impiantito fu rinvenuta una lapide di pietra; essa venne rimossa, ma solo Saunière ebbe modo di vedere cosa celava. Da quel momento il parroco cominciò a compiere lunghe esplorazioni nei luoghi circostanti, finchè , qualche tempo dopo, i lavori di restauro ripresero. Ma, questa volta, con grande spiegamento di mezzi: d’improvviso il denaro cominciò a scorrere a fiumi: il sacerdote sembrava ora possederne in quantità illimitata. Saunière acquistò molti terreni circostanti, costruì una passeggiata a semicerchio, e fece edificare una torre che chiamò Tour Magdala in onore di Maria Maddalena. Saunière pagò tutti i lavori di tasca sua, e continuò a disporre di grandi quantità di denaro fino alla sua morte (1917). Da dove veniva quell’improvvisa ricchezza? E perchè il sacerdote aveva voluto che sul portale della sua chiesa comparisse la dicitura “Terribilis est locus iste” , ovvero “Questo è un luogo terrificante”? IL TESORO MALEDETTO Per quasi settant’anni l’enigma dell’improvvisa ricchezza del parroco rimase relegato tra i misteri locali; poi, nel 1968, Gerard De Sede, esoterista e scrittore specializzato in saggi sui tesori nascosti, raccontò la storia di Saunière nell’intrigante volume Le Tresor Maudit (Il tesoro maledetto ). Secondo De Sede, il sacerdote aveva risolto un complicato codice che coinvolgeva, oltre alle pergamene, il quadro di Poussin, giungendo così al nascondiglio di un tesoro maledetto (le ragioni del sinistro attributo non sono perfettamente chiare, ma giustificano la frase “Terribilis est locus iste”) forse proveniente dal Tempio di Gerusalemme. Grazie al successo di Le Tresor Maudit, il nome di Rennes-le-Chateau balzò d’improvviso alla ribalta. Nel 1970, un giornalista inglese, Henry Lincoln, dopo essersi ulteriormente documentato sull’argomento, realizzò tre documentari per la BBC, The Lost Treasure of Jerusalem?, The Priest, the Painter, and the Devil, The Shadow of the Templars, che alimentarono l’interesse attorno al caso. Nel corso di alcune interviste con Gerard De Sede, Lincoln si convinse che questi faceva parte di una misteriosa consorteria, il Priorato di Sion , e che nel suo Tresor Maudit aveva volutamente disseminato una serie di indizi, affinché qualcun altro portasse avanti la ricerca. Partendo da questo presupposto, insieme ai colleghi Michael Baigent e Richard Leigh, Lincoln scrisse nel 1982 The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal): le sue sorprendenti conclusioni sono descritte nel paragrafo “Linea di sangue” alla voce Graal, cui vi rimandiamo. L’enorme successo del volume generò una Parte seconda , The Messianic Legacy ( L’eredità messianica , 1986), e una Parte terza , The Holy Place (1991), scritta dal solo Lincoln, che introduce una nuova, affascinante ipotesi. IL LUOGO SACRO Oltre ai segreti rivelati dai volumi precedenti, i documenti ritrovati a Rennes-le-Chateau ne avrebbero nascosto un altro ancora più inquietante, che neppure il parroco Saunière aveva scoperto. Partendo dalle pergamene e dal quadro di Poussin, decrittando codici segreti dapprima elementari e poi sempre più complessi, Lincoln avrebbe scoperto, tutto intorno a Rennes-le-Chateau, le coordinate di una vasta serie di luoghi sacri collegati tra loro da lunghi “leys”. Con la logica rigorosa (e, per i non addetti, assai poco coinvolgente) con cui si porta avanti un teorema di analisi matematica, Lincoln riesce a dimostrare come questi primi luoghi siano allineati ad altri, e questi ad altri ancora, fino a formare un pentacolo perfetto , un immensa stella a dieci punte perfettamente regolari con al centro il sito di Coustlaussa. Questo vasto territorio costituirebbe un immenso luogo sacro, un incredibile tempio alla Grande Madre elevato dagli stessi misteriosi costruttori del Neolitico che – in scala di gran lunga minore – avevano edificato Stonehenge, Avebury e altri siti megalitici d’Europa. Vero o falso? Dal punto di vista logico, la dimostrazione di Lincoln non fa una grinza; ci sarebbe solo da verificare se essa non potrebbe essere applicata a qualunque altro luogo della Terra (l’autore asserisce di no). Sta di fatto che le ipotesi sul Mistero di Rennes-le-Chateau continuano a moltiplicarsi: agli inizi degli anni Novanta i saggi sull’argomento (tra cui Rennes-le-Chateau, Capitale Secrète de la France) superavano abbondantemente la cinquantina, e il loro numero continua ad aumentare. In più, siccome sulla figura di Saunière sono state fatte molte illazioni anche negative (per esempio che avrebbe ricattato la Chiesa per non rendere pubbliche certe sue scoperte), è nata un associazione che ne difende la memoria (Les Amis de Berenger Saunière , 11, Rue Gutenberg, 06000 Nizza). Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica
Le piramidi di Giza

Le piramidi d’Egitto, i monumenti più misteriosi della Terra, vennero edificate (almeno secondo la maggior parte degli storici, perché come al solito, esistono teorie contrastanti) in un lasso di tempo relativamente breve, cioè dal 2800 al 2500 a.C. Delle trentacinque piramidi principali disseminate in Egitto la maggioranza si trova ai margini del deserto, a ovest del Nilo. Sorgono generalmente a gruppi; il più famoso è quello di Gizah, non lontano dal Cairo, costituito dalle tre immense costruzioni geometriche osservate dall’altrettanto enigmatica Sfinge. La Grande Piramide, nota anche come Piramide di Khufu o di Cheope (Cheope è il nome greco di Khufu) fu costruita tra il 2700 e il 2600 a.C., durante la IV dinastia; è la più grande del mondo; il lato di base misura 230 metri; l’altezza è di 150 metri. E’ composta da due milioni e trecentomila blocchi di granito, che pesano circa due tonnellate e mezzo l’uno; il suo peso totale è di cinque milioni e settecentocinquantamila tonnellate. All’interno è quasi completamente piena, ma stretti passaggi collegati con l’esterno da prese d’aria conducono a camere sotterranee. La prima esplorazione sistematica risale all’820 d.C., quando il califfo Abdullah Al Mamun, particolarmente appassionato delle scienze matematiche e della navigazione, decise di penetrarvi, convinto che al suo interno si trovasse una stanza segreta piena di carte geografiche e astronomiche lasciate da qualcuno di una civiltà precedente. Fu la sua équipe di scavo che, dopo aver rinunciato a trovare un’entrata segreta di cui si vociferava, perforò la parete esterna per trenta metri e raggiunse – quando ormai ogni speranza sembrava perduta – il corridoio noto come Passaggio Discendente . La ricerca di nuove aperture e passaggi continua ancora oggi; nell’ottobre 1987 è stata rinvenuta una nuova stanza contenente una “barca solare”. UN MONUMENTO IMPOSSIBILE Pur con tutte le moderne tecnologie che abbiamo a disposizione, opere come la piramide di Cheope potrebbero essere realizzate oggi solo con immense difficoltà, o addirittura – come asseriscono alcuni ingegneri – non potrebbero più venire realizzate. Come se la cavarono allora gli architetti del Faraone? Studiosi come Kurt Mendelssohn hanno elaborato interessanti teorie che coinvolgono rulli, carrucole, barconi, piani inclinati, e un numero enorme di operai (non schiavi, fa rilevare Mendelssohn, ma gruppi di lavoratori momentaneamente disoccupati che giungevano da ogni parte dell’Egitto durante le stagionali inondazioni). Se ne legge in ogni testo scolastico; sta di fatto che, quando si vede il risultato ottenuto, queste spiegazioni razionali non riescono a convincere. Ecco dunque perchè la Grande Piramide è diventata il simbolo del mistero, ed ecco perchè, nel corso dei secoli, è stata associata a molti culti e interpretata, di volta in volta, come un tempio magico, un osservatorio astronomico o il modello dell’Arca di Noè. IPOTESI FANTASIOSE La vera e propria mania per le piramidi esplose nel 1830. Un certo John Taylor, che non le aveva mai visitate ma che si basava su alcune misurazioni effettuate dal colonnello Howard Vyse, pubblicò un volume dal titolo The Great Pyramid: Why Was It Built and Who Built It? ( La Grande Piramide: chi l’ha costruita e perchè? ). Esaminando le sue misure Taylor credette di trovare una straordinaria serie di coincidenze matematiche tra il peso, il perimetro e l’altezza della piramide e (in proporzione) il peso della Terra, la sua distanza dal Sole e la lunghezza dell’anno solare. Altri autori, come Charles Piazzi Smith e Robert Menzies, affermano addirittura di aver letto nei rapporti tra le lunghezze dei corridoi della piramide alcune date fatidiche della storia del mondo. Da qui il passaggio ad altre ipotesi fantasiose è quasi immediato. Per alcuni le piramidi furono costruite dagli abitanti di Atlantide molti millenni prima della loro “data di nascita” ufficiale; si trattava di segnali studiati per resistere nei millenni e comunicare messaggi alle generazioni future; altri pensano che le piramidi siano state costruite dagli extraterrestri, o per lo meno facendo uso di apparecchiature extraterrestri; altri ancora ritengono che i popoli antichi possedessero il potere di rendere leggera la pietra grazie a poteri ESP. IL POTERE DELLA PIRAMIDE Volete risparmiare i soldi delle lamette da rasoio? Costruite una piccola piramide in scala con quella di Cheope e piazzateci dentro una lametta: vedrete che ritornerà affilatissima. Vi sentite stanchi e abbacchiati? Costruite una piramide in scala e ficcatela sotto il letto; vedrete che dormirete benissimo. Volete disidratare un frutto o imbalsamare il vostro gatto? Al solito, costruite una piramide in scala con quella di Cheope, infilate sotto la piramide Pera o Micio, e il gioco è fatto. Queste affermazioni sono tratte da un volume molto popolare qualche anno fa, Pyramid Power (Il potere della piramide ), il quale sostiene che i particolari rapporti tra il perimetro e l’altezza della Piramide di Cheope generano al suo interno – e all’interno dei modelli in scala – particolari effetti. Il libro ha creato una vera e propria schiera di piramidofili : a Napoli esisteva addirittura una bottega, la Neon Argo , specializzata nella costruzione di Piramidi Magiche. Related posts: L’isola di Pasqua La sfinge Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica
La lancia di Longino

Quella sera del Marzo 1938, nella Weltliche Schatzkammer (la Stanza del Tesoro) del palazzo dell’Hofburg, a Vienna, non c’erano guardie a sorvegliare i cimeli del Sacro Romano Impero appartenuti agli Asburgo. Adolf HITLER era libero di muoversi nella grande sala che aveva turbato i suoi sonni per più di un quarto di secolo. La Heilige Lance (“Lancia sacra”) che, secondo la leggenda, era stata usata dal pretoriano Longino per trafiggere il costato di Cristo crocifisso era, ormai, nelle sue mani. Quasi esitando, le mani del dittatore alzarono il coperchio di cristallo che chiudeva la bacheca, spostarono la rossa protezione di velluto, accarezzarono la punta dell’arma, ancora straordinariamente acuminata, poi, dopo un attimo di esitazione, la afferrarono e la levarono verso il cielo. Così, più o meno, andarono le cose quella notte del 1938. Con un atto chiamato Anschluss, Hitler aveva forzatamente annesso l’Austria alla Germania nazista; ora sarebbe stato facile portare in Germania la Heilige Lance, che, d’altra parte, vi era stata custodita fino a poco più di un secolo prima. Ma perchè, di tutti i TESORI dell’Hofburg, HITLER teneva particolarmente a quell’antica arma? Il fuehrer nazista era un fanatico cultore di cose magiche, ed era intimamente convinto che esistessero oggetti dotati di immensi poteri, il cui possesso o la cui conoscenza avrebbe permesso alla Germania di divenire la dominatrice del mondo. Tra questi oggetti c’era anche la Lancia di Longino, l’arma che, nelle narrazioni dedicate a Re Artù e al Graal, aveva inferto al “Re Pescatore” il “Colpo doloroso”, gettando l’Inghilterra nella desolazione. La Heilige Lance fu trasferita a Norimberga e collocata nella chiesa di Santa Caterina, dove il grande musicista Richard Wagner (a sua volta adepto di società iniziatiche) aveva ambientato uno dei brani più suggestivi dei Maestri Cantori. Ma la lancia non portò fortuna al fanatico dittatore. Dopo la sconfitta di Stalingrado, Hitler ordinò che essa fosse trasferita in un nascondiglio segreto a prova di bomba; fu scelta una galleria sotto l’antica fortezza di Norimberga, attrezzata come una camera blindata. Il 13 ottobre 1944 l’aviazione alleata sferrò un attacco definitivo sulla Germania; la Oberan Schmied Gasse (“Vicolo superiore dei fabbri”), in cui era celata l’entrata al tunnel con la camera blindata, venne completamente distrutta. Qualcuno notò delle strane aperture che conducevano al sottosuolo, e presto si diffuse la voce che nel terreno sottostante si trovava un misterioso bunker corazzato. Il 20 aprile 1945 gli alleati occuparono Norimberga; il suo borgomastro, Willy Lebel, che conosceva il nascondiglio della lancia, si suicidò, e qualcuno perquisì il suo appartamento per assicurarsi che non vi fossero elementi atti a condurre gli americani al bunker nascosto. Ma gli uomini dell’American Intelligence non rinunciarono alla ricerca: infatti, qualche mese prima, Churchill aveva parlato dell’”Importante necessità strategica” di recuperare l’arma. Alle 14 e10 del 30 Aprile 1943, lo stesso giorno in cui Hitler si suicidava a Berlino, la Heilige Lance venne recuperata dagli americani. Il Generale Patton ammise successivamente che, per qualche istante, fu tentato di tenerla: anche lui, infatti, era un conoscitore di cose occulte, ed era al corrente dei suoi presunti poteri. Poi prevalse il buon senso: la Heilige Lance fu restituita all’Austria, ed è ancora possibile ammirarla, dalle 9 alle 18 di ogni giorno esclusa la domenica, al suo posto nella Weltliche Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna. LA SPADA NEI GHIACCI Nel saggio Adolf HITLER and the Secrets of the Holy Lance, pubblicato a tiratura limitatissima da una piccola casa editrice di Stelle, Illinois (una città, incredibile ma vero, edificata da una settà convinta che i suoi appartenenti saranno gli unici a salvarsi dall’APOCALISSE), il Colonnello Howard A. Buechner e il Capitano Wilhelm Bernhardt asseriscono che Himmler fece realizzare segretamente da un artigiano giapponese un perfetto duplicato della “Lancia sacra”. Nel 1945 la falsa Heilige Lance fu spedita a Norimberga, ove subì le vicissitudini di cui avete appena letto, mentre quella vera fu trasportata da un sottomarino, l’U Boat 530, in un nascondiglio segretissimo tra le montagne del ghiacciaio Muhlig Hiffman, nell’Antartide. La lancia sarebbe stata recuperata da una misteriosa (e organizzatissima) setta denominata “Ordine dei Cavalieri della Lancia Sacra”, e ora riposerebbe in un nuovo nascondiglio, sorvegliata dai cavalieri, il cui obbiettivo è – per nostra tranquillità – quello di mantenere “la giustizia e la pace nel mondo”. Related posts: Il santo Graal La fontana angelica Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze I templari Pt.2 I templari Pt.1
La sfinge

Lo scrittore J. A. West, un appassionato studioso delle civiltà perdute, conobbe personalmente Schwaller de Lubicz, un eccezionale egittologo, teosofo ed esoterista prossimo anche alla cerchia di discepoli di Fulcinelli. In questo tipo di ambiente era diffusa la credenza che la Sfinge e la grande piramide di Giza fossero il prodotto di una civiltà di molto più antecedente a quella egiziana. Questo era dimostrabile dalle evidenti tracce di erosione che implicavano forzatamente una vita di almeno 5.000 – 10.000 anni più lunga di quanto riconosciuto dall’archeologia. Desideroso di verificare scientificamente queste affermazioni, West riuscì nel 1990 a organizzare una vera e propria spedizione scientifica sul posto. Ad essa, oltre che allo stesso West, presero parte il geologo Robert Schoch dell’università di Boston e il geofisico Thomas L. Dobecky e una equipè composta da un oceanologo, un architetto e altri due esperti in geologia. Sulla base di accurate indagini venne attestato che l’erosione del colosso, attribuita normalmente all’azione del vento e della sabbia, era dovuta invece a un altro elemento.- l’acqua. Usualmente si fa risalire la Sfinge, scavata direttamente nella roccia, e i due arcaici templi a essa connessi al 2.500 circa a.C. e la loro paternità è attribuita al faraone Chefren in base a una lapide recante il suo nome rinvenuta sul posto. Tenendo presente il clima estremamente secco dell’Egitto negli ultimi 5.000 – 6.000 anni e considerato il fatto che la Sfinge stessa è rimasta sepolta sotto il manto protettivo della sabbia per secoli e secoli, la sua accentuata erosione risulta un fatto inspiegabile alla geologia se non retrodatandone di parecchi millenni la costruzione, esattamente a quel periodo di forti precipitazioni che coincide con la fine dell’ultima glaciazione. Questo tipo particolare di erosione verticale è dovuta all’azione della pioggia nel corso dei millenni. Pur non potendo essere attribuita a un periodo di sommersione in acque marine – tesi cara a Fulcinelli – dimostra comunque inequivocabilmente la presenza di una antichissima civiltà, padrona di tecniche di estrazione e lavorazione della pietra incredibili per l’epoca con tutta la serie di considerazioni che ne conseguono. Sia West, sia Colin Wilson che Graham Hancoch, che hanno divulgato a livello mondiale queste scoperte e queste argomentazioni, ritengono, come Hapgood e molti altri del resto, che sia ormai innegabile l’esistenza di una civiltà mondiale da alcuni identificata con Atlantide presente almeno 10.000 anni prima di Cristo. Dopo il grande Diluvio dovuto allo spostamento dei poli, al conseguente scioglimento dei ghiacci e forse ad altre cause concomitanti, questa civiltà sarebbe scomparsa lasciando tuttavia alcuni nuclei di vita, affidati a ristrettissime cerchie sacerdotali, dispersi per il mondo. Queste colonie sopravvissute di Atlantide, divenuta preda dei ghiacci al Polo Sud o più tradizionalmente sommersa dalle acque dell’Atlantico, furono in grado di sopravvivere alla generale barbarie in cui cadde l’umanità e di riaccendere, millenni e millenni più tardi i fuochi delle nuove civiltà. Related posts: L’isola di Pasqua Le piramidi di Giza Tunguska Il triangolo delle Bermuda La fontana angelica