Editto di Worms

(1521) L’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V emana un decreto a Worms, in Germania, etichettando il critico ecclesiastico Martin Lutero come eretico e vietando i suoi scritti. Ma il documento ha l’effetto opposto, elevando la statura del dissidente all’interno della crescente Riforma protestante. Dopo che Martin Lutero pubblicò le sue 95 tesi, papa Leone X inizialmente pensò che la lite si sarebbe placata, ma nel giugno 1520 i suoi consiglieri lo convinsero a denunciare pubblicamente il monaco sfidante. La bolla papale Exsurge Domine (‘Alzati, Signore’) attaccò Lutero per 41 ‘errori’ specifici e minacciò di scomunicarlo a meno che non si ritrattasse entro 60 giorni. Papa Leone fece anche bruciare pubblicamente alcuni degli scritti problematici di Lutero. Ma Lutero rifiutò di obbedire e invece pubblicò i suoi trattati polemici attaccando il papato; poi bruciò pubblicamente una copia della bolla – atti di ribellione senza precedenti nella storia della Chiesa. Per questo fu successivamente convocato a comparire davanti a una dieta imperiale (assemblea deliberativa formale) convocata per esaminare la questione. La Dieta di Worms si tenne nel Giardino di Heylshof, presieduto dall’imperatore Carlo V. Dopo che Lutero espresse le sue opinioni, l’agente dell’imperatore, Johann Eck, lo definì eretico e furono avviate conferenze private per determinare il destino di Lutero. Ma prima che fosse presa una decisione, e sapendo di rischiare probabilmente la condanna e l’esecuzione, Lutero fuggì. Il 25 maggio 1521, l’imperatore Carlo V emanò un decreto formale, noto come l’Editto di Worms, in cui definì Lutero un ‘rivivente delle antiche e condanne eresie’ e un ‘inventore di nuove’. Il documento ordinò che i libri di Lutero venissero bruciati e i suoi beni confiscati. Lo separò dalla Chiesa, ordinò il suo arresto e proibiva a chiunque di ospitare o sostenere il latitante. Chiunque non abbia obbedito o non si sia opposto al decreto in qualsiasi modo, si affermava, ‘sarà colpevole del crimine di lesa maestà e incorrerà nella nostra grave indignazione così come in ciascuna delle punizioni sopra menzionate.’ Lutero, tuttavia, continuò a ostentare l’autorità del papa e a farla franca. Dopo aver trascorso un periodo in nascosto, tornò a Wittenberg dove si dedicò alla costruzione di una nuova chiesa basata sulle sue idee riformiste. Sposò anche una suora e la coppia ebbe sei figli. La chiesa di Lutero divenne la fede principale nella sua regione e la sua popolarità si diffuse. Di conseguenza, le autorità secolari conclusero che non sarebbe stato saggio tentare di far rispettare l’Editto di Worms. Il luteranesimo continuò a diffondersi in tutta l’Europa settentrionale e seminò i semi del dissenso per il calvinismo e altre forme di protestantesimo. Martin Lutero morì nel 1546 e fu sepolto sotto il pulpito della chiesa dove aveva affisso il suo famoso documento, le 95 Tesi. Related posts: Il Codice di Napoleone La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo

La lettera di Cristoforo Colombo

(1493) Durante il viaggio di ritorno del suo primo viaggio di scoperta verso il Nuovo Mondo, Cristoforo Colombo scrive una lettera descrivendo ciò che ha trovato. Crea sensazione in tutta Europa e fino al XIX secolo rimane il suo unico resoconto scritto in prima persona conosciuto degli eventi storici del 1492–93. Prima di tornare in Spagna dal suo viaggio inaugurale del 1492–93, l’esploratore genovese Cristóbal Colón (Cristoforo Colombo) redasse un rapporto datato 15 febbraio 1493 mentre si trovava a bordo della sua caravella, La Niña, al largo delle Isole Canarie. In esso descriveva ciò che aveva trovato durante il suo viaggio alla ricerca di una rotta oceanica per l’Asia. Colombo scrisse di aver attraversato l’Atlantico verso ovest, raggiungendo la prima isola il 33° giorno e altre isole successive. All’epoca pensava di trovarsi nelle Indie (orientali), descrivendo così gli abitanti nativi che aveva incontrato come ‘Indiani’. In realtà, stava descrivendo isole caraibiche oggi conosciute come isola di San Salvador alle Bahamas, così come Cuba, Haiti e Repubblica Dominicana; e la terraferma di cui sentì voci dagli indigeni non era Cathay (Cina) ma le Americhe. Poco dopo il ritorno di Colombo in Spagna, una versione stampata della lettera in spagnolo apparve a Barcellona. Un mese dopo, una traduzione latina di una versione quasi identica apparve a Roma, ampiamente distribuita dalla Chiesa. Il documento annunciava: ‘Ho scoperto molte isole abitate da numerose persone. Ne presi tutti per il nostro fortunatissimo re facendo proclamazione pubblica e srotolando il suo stendardo, senza che nessuno opponesse resistenza.’ La sua lettera forniva anche osservazioni sulla vulnerabilità dei nativi alla conquista, affermando che ‘sono privi di armi, che sono del tutto sconosciute a loro e per le quali non sono adattati; non per alcuna deformità corporea, perché sono ben costruite, ma perché sono timide e piene di terrore.’ L’esploratore portò indietro diversi indiani come prigionieri (solo otto su 25 sopravvissero al viaggio) per dimostrare com’erano quei popoli strani. Colombo dipingeva il Nuovo Mondo come un paradiso di creature esotiche e frutti, spezie e oro abbondanti, concludendo che il ricco territorio era a disposizione della Spagna e che i suoi abitanti potevano essere facilmente conquistati, schiavizzati e convertiti alla fede cristiana. Il suo racconto iniziale fu così interessante che la Corona lo equipaggiò rapidamente per un viaggio di ritorno con una flotta massiccia che partì il 24 settembre 1493. Dopo di ciò, fece altri due viaggi di ritorno. Poiché non è mai stata trovata una copia originale manoscritta della lettera di Colombo, gli storici si sono affidati alle molteplici versioni stampate del documento del 1493 per aiutarli a ricostruire la sua grande scoperta. Related posts: Documenti di Isaac Newton La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci Editto di Worms

I Quaderni di Leonardo da Vinci

(1478–1519) Per la maggior parte della sua vita successiva, l’uomo rinascimentale per eccellenza tiene un registro quotidiano dei suoi interessi e delle sue idee, ricco di illustrazioni e appunti accurati che mostrano di essere molto avanti rispetto al suo tempo. Ecco perché scrive furtivamente gran parte del testo attraverso un suo metodo segreto – il ‘codice da Vinci’. Leonardo di ser Piero da Vinci (1452–1519), il grande polimata rinascimentale italiano di tutti i polimate, possedeva una creatività sconfinata, una ‘curiosità insaziabile’ e una ‘febbrile immaginazione inventiva’. La sua mente esplose di intuizioni su neonati nel grembo materno, elicotteri e sottomarini, il funzionamento interno delle piante e infiniti altri fenomeni. Poiché da Vinci non voleva che le sue idee venissero rubate, dovette fare di straordinari sforzi per non offendere l’egemonia tirannica del suo tempo. Sapendo che una mossa ritenuta minacciosa per chi detiene il potere avrebbe potuto costargli caro, cercò di coprire almeno alcune delle sue tracce. Pur prendendo appunti e disegni approfonditi per registrare alcune delle sue attuali attività artistiche e filosofia naturale, da Vinci spesso celava le sue osservazioni con una caratteristica corsiva unica al contrario che aveva progettato per tenere fuori ladri, inquisitori e altri nemici. La sua particolare forma di ‘calligrafia a specchio’ poteva essere facilitata dal fatto di essere mancino, ma faceva impazzire gli intrusi. Il maestro iniziava a sviluppare le sue idee facendo schizzi rapidi su fogli sciolti, a volte utilizzando piccoli blocchi di carta che teneva nella cintura. In seguito disponeva le abbondanti note secondo il tema e le archiviava in ordine nei suoi quaderni. Dopo la morte di da Vinci, il suo storico allievo e compagno Francesco Melzi ricevette 50 dei quaderni contenenti 13.000 pagine e li portò a Milano. Alla morte di Melzi, molti dei documenti finirono infine per essere venduti e alcuni andarono persi. Molti furono legati. Divennero conosciuti come ‘Il Codice da Vinci’ (un codice è un libro rilegato composto da pagine separate). I quaderni di da Vinci finirono poi in diverse delle collezioni più importanti del mondo, come il Louvre, la British Library e la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Quest’ultimo possiede il quaderno più grande, il vasto Codex Atlanticus, composto da 1.119 fogli compilati da Vinci tra il 1478 e il 1519. L’unico grande progetto scientifico di proprietà privata, il Codex Leicester, fu acquistato da Bill Gates per 30,8 milioni di dollari nel 1994. Scritto su 72 fogli di lino sciolti tra il 1506 e il 1510, tratta principalmente di idrologia. Oltre a fornire indizi sulla mente che ha prodotto alcuni dei capolavori artistici più preziosi al mondo, i quaderni rappresentano la più grande rappresentazione scritta rimasta del genio di da Vinci in una vasta gamma di discipline. Related posts: Il Codice di Napoleone La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms

La Bibbia di Gutemberg

(Anni 1450) Sebbene le prime invenzioni siano avvenute molto prima in Cina e Corea, la genesi della stampa moderna tramite una stampa con caratteri mobili metallici è giustamente ricondotta alla pubblicazione della Bibbia da parte di Gutenberg, che cambiò la natura della produzione documentaria – e trasformò il mondo. La stampa a blocchi di legno fu inventata in Cina all’inizio del VI secolo, quando veniva inchiostrato un cartone intagliato e usato per stampare più copie di una pagina. I cinesi modificarono anche il metodo per creare caratteri individuali negli anni 1040, anche se il loro uso di tale tecnologia era limitato dalla necessità di creare le migliaia di caratteri individuali necessari per la scrittura cinese. La Corea fu il primo paese ad adottare la stampa xilografica cinese e il primo a ideare caratteri mobili in metallo per i singoli caratteri, cosa che fu realizzata per stampare il documento buddhista Jikji nel 1377. Ma le complessità delle lingue asiatiche rendevano l’uso dei caratteri mobili metallici più adatto alla pubblicazione di lingue alfabetiche occidentali. La grande svolta avvenne negli anni 1450, quando un fabbro e tipografo di Magonza, Germania, di nome Johannes Gutenberg (1398–1468), trascorse quattro anni perfezionando nuovi metodi di stampa per produrre un’edizione squisita della Vulgata, la versione della Bibbia in lingua latina del IV secolo. Lavorando con una squadra di almeno 20 assistenti macchiati d’inchiostro, Gutenberg sviluppò la sua tecnologia di stampa fine in gran parte da zero, sperimentando con diversi inchiostri, fogli e processi finché non trovò quello giusto. Invece degli inchiostri tradizionali a base d’acqua, scelse inchiostro a base d’olio di altissima qualità e ne perfezionò la produzione secondo gli standard più rigorosi. Il miglior giornale veniva portato dall’Italia. Attraverso tentativi ed errori, sviluppò una lega metallica speciale che si scioglieva a bassa temperatura ma rimaneva abbastanza resistente da resistere alla pressione in una pressa. Trovò il metodo giusto per creare lettere singole fondendole in uno stampo appositamente creato in sabbia, ideando anche modi per ordinare, conservare e mantenere il carattere in modo da poterlo usare ripetutamente con buon effetto. I suoi font erano progettati e realizzati con assoluta precisione, con 292 diversi blocchi di caratteri, inclusi fino a sei versioni della stessa lettera, realizzati a larghezze diverse per permettere ciascuno di essere compresso e adatto a uno spazio ristretto se necessario, fino al millimetro. La sua pressa da stampa in legno su misura, modellata su una pressa da vino, permetteva all’operatore di stampare le pagine a un ritmo molto più veloce rispetto a qualsiasi macchina da stampa a blocchi lignei e la qualità del prodotto finito era eccellente. Notevole per la regolarità dell’impronta a inchiostro, l’armonia della disposizione e altre qualità, la Bibbia di Gutenberg di 1.286 pagine (nota anche come la ‘Bibbia a 42 righe’, ‘Bibbia di Mazarino’ o ‘B42’) fu acclamata come un capolavoro. Gli studiosi oggi ritengono che siano state stampate tra 160 e 185 copie, di cui 48 sono sopravvissute. La Bibbia di Gutenberg ebbe un effetto profondo sulla stampa e alimentò una rivoluzione dell’informazione. Related posts: Il Codice di Napoleone La pietra di Rosetta I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms

La pietra di Rosetta

(1822) Dopo oltre un decennio di lavoro ossessivo nello studio dei misteriosi geroglifici sulla famosa Pietra di Rosetta, un giovane francese ha un’epifania che descrive in una lettera al capo della principale organizzazione accademica del paese. Ha decifrato il codice. All’età di 10 anni, Jean-François Champollion (1790–1832) rimase affascinato dalle storie della campagna egiziana di Napoleone, dalle piramidi e dagli strani geroglifici antichi che nessun europeo era riuscito a decifrare. Durante una visita a una mostra di antichità decorate con iscrizioni dall’aspetto strano, giurò che un giorno avrebbe risolto il mistero e le avrebbe decifrate. Negli anni 1810, Champollion seguì da vicino il rigoroso lavoro empirico del poliedrico inglese Thomas Young, che pubblicava le sue teorie sui geroglifici egiziani basate sul suo studio della Pietra di Rosetta. L’antica stele dei tempi dei faraoni era stata recuperata dai soldati francesi nel Delta del Nilo nel 1799. Ma i tentativi di decifrare la sua scrittura estesa, apparentemente scritta in tre lingue diverse, avevano ostacolato Young e tutti gli altri. Champollion era determinato a decifrare il codice. Il 14 settembre 1822, mentre si trovava a Parigi, Champollion compiette una svolta cruciale che rivelò la natura fonetica dei geroglifici. Proclamò ‘Je tiens l’affaire!’ (‘Ce l’ho!’), prima di svenire sul posto. Inviò immediatamente una lettera al segretario dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres francese riguardo alla sua scoperta. Il 27 settembre, Champollion lesse il documento di otto pagine davanti a una sala gremita all’Académie. ‘Ne sono certo,’ scrisse, che gli stessi segni geroglifici-fonetici usati per rappresentare i suoni dei nomi propri greci o romani sono impiegati anche nei testi geroglifici iscritti molto prima dell’arrivo dei greci in Egitto, e che in quel periodo precedente avevano già lo stesso suono rappresentativo o articolazioni dei cartatti incisi sotto i greci o i romani. Poco dopo, Champollion pubblicò i suoi risultati in un opuscolo di 44 pagine contenente quattro tavole illustrate. Il suo lavoro fu determinante nel mostrare che la Pietra di Rosetta, risalente al 196 a.C., aveva annunciato un decreto emesso per conto del re Tolomeo V, in tre lingue diverse. Il testo più basso era scritto in greco antico, quello centrale in alfabeto demotico (egiziano), e la versione superiore in geroglifici egiziani antichi. Poiché la pietra presentava essenzialmente lo stesso testo in tutti e tre gli alfabeti, e una delle lingue (greco antico) poteva essere compresa, questo era la chiave per decifrare due lingue dimenticate. Sulla base delle sue scoperte, Champollion divenne noto come il ‘Padre della Decifrazione dei Geroglifici.’ I suoi documenti originali sono esposti al Museo Champollion di Figeac, in Francia. Related posts: Il Codice di Napoleone La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms

Il Codice di Napoleone

(1804) Napoleone Bonaparte istituisce un codice civile completo che abolisce il feudalesimo, promuove la tolleranza religiosa e attua altre riforme liberali in tutta Europa. Basandosi sul diritto romano e sui principi della Rivoluzione francese, si rivela uno dei codici legali più influenti della storia mondiale. Il comandante militare francese e leader politico Napoleone Bonaparte (1769–1821) dominò gli affari europei dal 1799 al 1815, servendo per gran parte di quel periodo come sovrano supremo di un vasto e in crescita di un impero vasto e in crescita. Il suo stile ambizioso, pratico e l’attenzione ai dettagli si estendevano a una profonda riforma del sistema giuridico francese, che sotto l’ ancien régime aveva da tempo sofferto di una serie di problemi, tra cui un numero eccessivo di tribunali basati sul privilegio con giurisdizioni sovrapposte che conducevano procedimenti lenti e estremamente costosi per produrre ingiustizie dilaganti. Per rimediare alla situazione, Napoleone nominò una commissione di esperti che trascorsero più di due anni a discutere l’argomento. Napoleone stesso partecipò a molte delle riunioni e stupì i giuristi con la sua profonda conoscenza del diritto romano antico e la sua capacità di portare a termine le cose. Il risultato fu un ampio nuovo codice civile francese (Code civil des français), noto come Codice Napoleonico o Code Napoléon, che entrò in vigore il 21 marzo 1804, poco prima che il sovrano fosse proclamato Imperatore di Francia. Modellata sulla codifica del diritto romano e di altri esempi di Giustiniano nel VI secolo, la struttura completa di Napoleone era altamente razionale e priva di contenuti religiosi. Incorporava inoltre le idee della Rivoluzione francese su libertà, uguaglianza e fraternità in un chiaro francese vernacolare. In linea con la Rivoluzione, i residui del feudalesimo e dei privilegi reali sembrarono essere stati aboliti. Il Codice richiedeva che, affinché le leggi fossero applicate correttamente, dovessero prima essere debitamente promulgate e promulgate. Le leggi segrete furono abolite.  Le leggi ex post facto sono state invalidate. E furono necessarie procedure per rendere l’applicazione delle leggi giusta ed equa. Non tutto ciò che riguarda il Codice rappresentava però un passo avanti, poiché l’atto di Napoleone rafforzò anche il potere patriarcale facendo del marito il sovrano della casa, con supremazia sulla moglie e sui figli minori; e la sua abolizione del divorzio di comune consenso rappresentò in realtà una significativa regressione per le donne francesi. (Nonostante la rivolta a Saint-Domingue, nel 1802 aveva già restaurato la terribile schiavitù nera nelle colonie francesi.) Ma Napoleone fu contento che le sue nuove leggi fossero state diffuse in tutto l’impero, e disse verso la fine della sua vita: ‘Waterloo cancellerà la memoria delle mie quaranta vittorie; ma ciò che nulla può cancellare è il mio Codice Civile. Che vivrà per sempre.’ Una copia originale del Codice Napoleonenico è conservata presso lo Historisches Museum der Pfalz a Spira, Germania. Related posts: La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms

La Dichiarazione di Indipendenza

(1776) Redatta nel linguaggio dell’Illuminismo da Thomas Jefferson tra l’11 e il 28 giugno 1776, la Dichiarazione d’Indipendenza dissolve formalmente il controllo politico della Gran Bretagna sulle colonie americane, promuovendo una carta rivoluzionaria volta a unire gli americani sotto la bandiera della libertà e del consenso dei governati. Quando nell’ aprile 1775 iniziò il conflitto armato tra bande di espatriati americani ribelli e soldati britannici, i ribelli si opponevano apparentemente a presunte incursioni contro i loro diritti come sudditi della corona britannica. Ma mentre la ribellione si trasformava nella Guerra d’Indipendenza, i delegati del Congresso Continentale si riunirono a Filadelfia per creare una carta per il loro movimento. A metà giugno 1776, un piccolo comitato fu incaricato di redigere una dichiarazione politica motivazionale che spiegasse la decisione delle colonie di dichiarare formalmente la propria indipendenza. Thomas Jefferson della Virginia, un talentuoso designer e polimata che si era guadagnato la reputazione di voce eloquente per la causa patriottica dopo la pubblicazione di ‘A Summary View of the Rights of British America’ (1774) e ‘Declaration of the Causes and Necessity of Taking Arms’ (1775), redasse il documento che sarebbe diventato la Dichiarazione d’Indipendenza. Il linguaggio era inteso a galvanizzare il sostegno alla causa. La bozza di Jefferson era composta da un’introduzione, un preambolo, un corpo (diviso in due sezioni) e una conclusione. L’introduzione affermava di fatto che era diventato ‘necessario per un solo popolo sciogliere le bande politiche’ per la Gran Bretagna, e quindi dovevano ‘dichiarare le cause’. Sebbene il corpo del documento delineasse una lista di risentimenti contro la corona britannica, il preambolo include il suo passaggio più famoso: Riteniamo queste verità evidenti; che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili; tra questi ci sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che per garantire questi diritti, vengono istituiti Governi tra gli Uomini, traendo i loro giusti poteri dal consenso dei governati, che ogni volta che una Forma di Governo diventa distruttiva per questi scopi, è diritto del Popolo alterarla o abolirla, e di istituire un nuovo Governo. Il Congresso adottò la Dichiarazione d’Indipendenza a Filadelfia il 2 luglio e la dichiarò formalmente il 4 luglio, data celebrata come la nascita dell’indipendenza americana. Come prima dichiarazione formale di un popolo di una nazione che afferma il proprio diritto di scegliere il proprio governo, la Dichiarazione d’Indipendenza divenne una pietra miliare significativa nella storia della democrazia. Oltre alla sua importanza nel destino della nascente nazione americana, esercitò anche un’enorme influenza al di fuori degli Stati Uniti, in particolare in Francia durante la Rivoluzione francese. Insieme alla Costituzione e alla Carta dei Diritti, la Dichiarazione d’Indipendenza è considerata il primo dei tre documenti fondativi essenziali del governo degli Stati Uniti – e quello che si rivela più difficile da rispettare. Related posts: La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci La lettera di Cristoforo Colombo Editto di Worms

Documenti di Isaac Newton

(1660–1727) Lo scienziato più influente della storia lascia una delle più grandi collezioni al mondo di preziosi manoscritti originali accademici, ma per secoli l’accesso ad alcuni di questi articoli è stato limitato a causa delle idee non ortodosse di Newton su certi argomenti. Sir Isaac Newton (1642–1727) fu di gran lunga il più grande scienziato, matematico e filosofo naturale dell’Illuminismo. Conosciuto soprattutto per la sua descrizione matematica della gravitazione universale, ma anche venerato per i suoi risultati in calcolo sottile, meccanica classica, ottica, colore e innumerevoli altri domini, Newton è accreditato di così tante importanti scoperte e invenzioni che probabilmente è considerato lo studioso più influente nella storia della scienza. Tuttavia, molti dei suoi scritti meno noti si addentrarono in altri argomenti che complicarono la sua eredità. La storia degli articoli di Isaac Newton è interessante per diversi motivi. Newton lasciò dietro di sé una pila enorme di manoscritti, lettere e altri documenti stimata in 10 milioni di parole. Le sue celebri opere di genio scientifico e matematico sono state e sono molto apprezzate. Ma una grande parte dei suoi archivi, riguardanti alchimia, teologia e cronologia, rimase nascosta per secoli. L’ampia gamma di interessi non ortodossi di Newton allontanò alcune persone che avevano accesso ai documenti. La sua analisi forense della Bibbia, ad esempio, insieme alla sua ricerca di idee religiose ‘eretiche’ – come il suo rifiuto della Santissima Trinità – sorprese molti conformisti religiosi. E la sua ossessione per l’alchimia e altre nozioni ‘strane’ faceva mettere in dubbio il suo giudizio scientifico agli altri. Di conseguenza, l’intera portata della vasta traccia cartacea di Newton fu tenuta fuori dai limiti per secoli, continuando fino all’epoca vittoriana poco sensibile, per quelle che si potrebbero definire ragioni politiche. Uno storico esigente rimase sconvolto nel trovare alcune delle note matematiche immacolate di Newton mescolate a preoccupanti materiali teologici, forse non apprezzando la natura interdisciplinare del genio di Newton. ‘Non formulo ipotesi,’ scrisse, ‘perché ciò che non viene dedotto dai fenomeni va chiamato ipotesi; e le ipotesi, siano esse metafisiche o fisiche, di qualità occulte o meccaniche, non hanno posto nella filosofia sperimentale.’ Newton era strettamente legato all’Università di Cambridge, dove fu studente e detentore della Cattedra Lucasiana di Matematica. Non sorprende quindi che la maggior parte dei suoi manoscritti matematici e scientifici sia stata lasciata in eredità alla Biblioteca dell’Università di Cambridge da uno dei suoi parenti nel 1872. Un’altra importante collezione di manoscritti scientifici di Sir Isaac Newton fu donata all’università nel 2000. La timidezza e la censura di lunga data che circondano i giornali di Newton sembrano stare cambiando nell’era digitale. Un enorme archivio di opere classiche di Newton è pubblicato online dall’Università di Cambridge. E un’altra iniziativa web, il Newton Project con sede presso la Sussex University, si è dedicata a pubblicare integralmente un’edizione online di tutti gli scritti di Newton. Finora, il progetto ha trascritto 6,4 milioni di parole. Sta inoltre rendendo disponibili traduzioni dei suoi testi latini più importanti. I documenti Newton continuano a crescere. Ora i lettori potranno acquisire una comprensione più completa di una delle menti più straordinarie della storia. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La lettera di Cristoforo Colombo La pietra di Rosetta La Bibbia di Gutemberg I Quaderni di Leonardo da Vinci Editto di Worms

The Queen

The history of… IntroIl tempo dietro le quinte Può essere divertente, a volte, osservare il tempo che cambia.Agli inizi degli anni 70 sono davvero molte le persone che sembrano provare un gusto particolare nel farsi gioco di un gruppo chiamato Queen.Alcuni, certo, avvistano un sicuro, genuino talento, ma la massa vota a favore di un concetto davvero semplice: i Queen sono pieni di promesse, ma non riusciranno a mantenerle.Due album, tuttavia, continuano a scalare le classifiche e un terzo (Sheer Heart Attack) si annuncia agguerrito fin dal suo titolo.Freddie Mercury, stravagante e talentuoso cantante, ha sempre creduto nelle reali possibilità di successo del suo gruppo. I risultati di Queen II sembrano, in fondo, dargli ragione, ma non si tratta soltanto di vendite e classifiche.Nel 1974 un punto di svolta gira su se stesso e un nuovo singolo con ben due lati A si presenta sul palcoscenico del rock.“Killer Queen” abbandona lo stilema heavy-metal che ha accompagnato il primo percorso dei quattro, stravolgendolo in nome di un miscuglio irriverente di Beach Boys, novelli Beatles e music-hall da primo dopoguerra. Divertente e raffinato quanto irritante e presuntuoso. La formula magica è, così, trovata. La band, quindi, può permettersi di sorridere, strafottente a tutti gli sforzi verbali dei tanti detrattori.Ed è proprio da un “sorriso” – ironia della vita – che la storia dei Queen ha inizio. Un sorriso, prima di tutto… Scartando i regali per il suo settimo compleanno, Brian Harold May (Hampton, 19/07/1947) non riesce a credere ai suoi occhi: una chitarra spagnola a sei corde, la sua prima chitarra.Passano otto anni, ma la voglia di sognare del ragazzo rimane intatta. Il quindicenne Brian vuole proseguire gli studi per diventare astronomo e, così, si iscrive alla Hampton Grammar School. Tra un manuale e l’altro, tuttavia, c’è tempo per ascoltare i Crickets e gli Everly Brothers perché, in fondo, la sua passione per la musica non si è mai indebolita.Brian è un adolescente molto dotato e, non avendo i soldi per comprarsi una chitarra elettrica, decide di costruirsene una su misura. Diciotto mesi dopo, quasi tutti i musicisti della scuola osservano meravigliati una chitarra scintillante di nome Red Special che, se suonata con una moneta da sei pence, produce un suono unico nel suo genere.Elettrizzato, il diciassettenne Brian May sente che è arrivato il momento di mettere su una band e, insieme al cantante/armonicista Tim Staffell, fonda i 1984. Il gruppo propone il suo r&b in giro per piccoli locali, ma la buona tecnica di Brian provoca stupore. Nel maggio 1967, all’Imperial College, i 1984 aprono il concerto di Jimi Hendrix e, a dicembre, partecipano all’evento “Christmas On Earth”, insieme a Traffic, Pink Floyd e T-Rex.Sono semplici soddisfazioni, perché il gruppo si scioglie, all’alba del nuovo anno, per divergenze artistiche tra i giovani componenti.Brian May decide, così, di ributtarsi nell’astronomia visto che, nel frattempo, è stato accettato dall’Imperial College di Londra.Tim Staffell, tuttavia, non ci sta e convince il chitarrista a riprovarci. Nella bacheca del college si può leggere quest’annuncio: “Cercasi batterista stile Ginger Baker/Mitch Mitchell”. Quando Roger Meddows Taylor (King’s Lynn, 26/07/1949) si trasferisce in Cornovaglia con tutta la sua famiglia, inizia, per la prima volta, ad appassionarsi alla musica.Ragazzino di appena otto anni, Roger strimpella un rudimentale ukulele, suonando con alcuni amici tipici brani skiffle e maturando un angelico timbro vocale che lo porta, successivamente, a vincere una borsa di studio come corista presso la Cathedral School di Truro.Nel 1965 Taylor – che, nel frattempo, si è appassionato alle percussioni – diventa il batterista/cantante dei Reaction che, a metà strada tra Dylan e Cream, sono l’attrazione fissa in vari locali della zona. Nell’estate del 1967, tuttavia, Roger viene ammesso alla London Hospital Medical School e decide di lasciare la vecchia band al suo destino, fortemente intenzionato a crearne un’altra.“Cercasi batterista stile Ginger Baker…”.Quando Brian May e Tim Staffell si presentano all’appuntamento a Shepherd’s Bush e suonano qualche pezzo accompagnati dai bonghi di Taylor, si convincono subito che lo slanciato biondino è l’uomo che stanno cercando. La prima apparizione pubblica dei neonati Smile è già di quelle importanti: il 26 ottobre 1968 la “progressive-rock band” di May, Taylor e Staffell apre il concerto dei Pink Floyd, ancora una volta all’Imperial College.Il gruppo si prende molto sul serio e, nel maggio 1969, firma un contratto con la Mercury Records che prevede la pubblicazione di un singolo.“Earth/Step On Me” viene pubblicato ad agosto solo negli Stati Uniti, ma non ottiene il successo sperato da tutti, scoraggiando la casa discografica, che non investirà più sul futuro del gruppo. I sogni di gloria degli Smile vanno, così, in fumo e Tim Staffell, stanco e depresso, decide di abbandonare i due compagni. L’unico conforto che resta a Brian e Roger è un nuovo amico, studente d’arte, che apprezza moltissimo la loro musica, incitandoli continuamente con idee spettacolari e stravaganti. A soli otto anni Farookh Bulsara (Zanzibar, 5/09/1946) deve abbandonare la tranquillità dell’isola di Zanzibar per ritrovarsi, sulla scia degli spostamenti di suo padre, a settanta chilometri da Bombay, dove inizia a frequentare i corsi del collegio inglese St.Peter.Il piccolo ha un precoce talento artistico e si appassiona particolarmente alle arti figurative e alla musica, cantando in un gruppo attivo solo in ambito scolastico. Terminate le lezioni, Farookh decide di abbandonare il collegio per tornare a vivere con i genitori a Zanzibar, ma, dopo la rivoluzione africana nell’isola, i Bulsara sono costretti nuovamente a trasferirsi, questa volta in Gran Bretagna.Nel settembre 1966, il ventenne Freddie (così chiamato dagli amici) viene ammesso all’Ealing College of Art e stringe amicizia con Tim Staffell che lo fa entrare nel giro degli Smile. Incuriosito, il ragazzo acquista una chitarra elettrica di seconda mano e inizia a comporre canzoni personali che, dall’estate 1969, propone al suo nuovo gruppo, gli Ibex.Mentre la band mescola i Beatles con gli Yes, Freddie studia ogni giorno pose sempre più teatrali e trasgressive, fermamente convinto di voler diventare una stella del rock and roll. Gli Ibex, tuttavia, non fanno altro che suonare su e giù per la Gran Bretagna in piccoli club e pub e, alla fine, decidono di trasferirsi a Liverpool. Freddie non è d’accordo,

Benito Mussolini

BENITO MUSSOLINI (1883 – 1945) Quando nasce, domenica 29 luglio 1883, a Dovia, frazione del comune di Predappio, provincia di Forlì, primogenito della maestra elementare Rosa Maltoni e del fabbroferraio Alessandro Mussolini, è suo padre anarchico e rivoluzionario dichiarato, che sceglie per lui il nome di Benito (da Benito Suarez “libertador” del Messico). Conseguito il diploma di maestro elementare dopo una carriera scolastica costellata di espulsioni e indiscipline di vario genere, nel 1902 ottiene un posto da maestro a Pieve Saliceto, grazie alla raccomandazione del sindaco socialista di Gualtieri. Qui commemora Garibaldi, sostituendosi all’oratore ufficiale che, all’ultimo momento, ha disertato: un successo travolgente, che gli fa capire di essere un oratore nato. Quello stesso anno emigra in Svizzera dove lavora come muratore, alternando comizi incendiari. Scioperi e arresti da parte della polizia. Collabora all’Avvenire del lavoratore, studia francese e tedesco. Nel 1905 rientra in Italia: come renitente alla leva è passibile di arresto, ma l’amnistia in occasione della nascita del principe ereditario Umberto di Savoia gli evita la galera. Trova un posto di insegnante di francese a Oneglia e vi fonda il settimanale anarco-socialista “La lima”. Considera il parlamento come luogo di corruzione, di mercimonio, di ozio a spese del contribuente. Nel 1909 è a Trento, territorio austriaco, direttore del settimanale “L’avvenire del lavoratore”. Cesare Battisti ne apprezza le capacità giornalistiche e lo assume come capo redattore nel suo quotidiano “Il popolo”. Arresti, condanne ed infine l’espulsione da parte delle autorità austriache, torna a Forlì dove fonda il settimanale “La lotta di classe” ed inizia a scrivere sull’ “Avanti!” e sono proprio questi articoli a dargli notorietà, per il loro piglio rivoluzionario, in contrapposizione al riformismo di Turati r dei Treves. Frattanto ha iniziato la sua convivenza con Rachele Guidi, figlia della nuova compagna del padre, rimasto vedovo nel 1905. Dall’unione nasce, nel 1910 Edda. Seguiranno Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria. E’ il periodo dei processi, delle condanne per vilipendio alle Forze Armate, istigazione a delinquere e incitamento all’odio di classe. Mussolini alterna galere e amnistie. Con Pietro Nenni fa saltare i treni per boicottare la guerra in Libia: 5 mesi in cella di isolamento. Nel luglio 1912, durante il 13° congresso del partito a Reggio Emilia, pronuncia un violentissimo discorso di 20 minuti contro i riformisti e vince. Turati e la Kuliscioff vengono messi in minoranza e Mussolini viene nominato direttore dell’”Avanti!”. Cestina i pezzi di Treves, attacca i sindacalisti rivoluzionari per l’abuso degli scioperi generali. Intanto il giornale passa da 28 mila a 94 mila copie. Ancora un anno e cambia completamente bandiera. Nel 1914 abbandona il Marxismo, l’internazionalismo proletario, il neutralismo (E’ appena scoppiata la 1° guerra mondiale. Viene espulso dal partito ed il 15 novembre fonda il Popolo d’Italia e contemporaneamente i Far (fasci di azione rivoluzionaria). Si schierano con lui i sindacalisti rivoluzionari, i futuristi, i nazionalisti di Enrico Corradini. Il 2 settembre si arruola, caporale dei bersaglieri, 11° reggimento, Friuli. Gravemente ferito nel febbraio 1917 torna a Milano, dove abbandona definitivamente il socialismo. Da questo momento in poi inizia la sua travolgente ascesa. 25 marzo 1919 fondazione dei Fasci di combattimento; inizio della guerra civile; seguito di crisi di governo; grande successo elettorale il 15 maggio 1921. 8 novembre 1921: all’Augusteo di Roma il movimento si trasforma in Pnf (Partito nazionale fascista); luglio 1922: fallimento della serie di scioperi generali indetti dalla CGIL: ovunque i fascisti sostituiscono i lavoratori in sciopero; il 28 ottobre 1922: marcia su Roma e incarico del Re a Mussolini per la formazione del governo; 6 aprile 1924: il “listone” filofascista conquista la maggioranza assoluta grazie alla nuova legge maggioritaria; assassinio di Matteotti; i deputati dell’opposizione abbandonano il parlamento: momentanea crisi personale di Mussolini; intervento dei ras delle camicie nere per convincerlo a sfidare il paese; discorso del 3 gennaio 1925 “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, ione sono il capo”. E’ fatta. Una serie improvvida di attentati alla sua persona spinge il Pnf a proporre e far approvare dalla camera le leggi liberticide: istituzione del tribunale speciale, introduzione della pena di morte, soppressione di tutti i partiti, confino per gli oppositori. Ormai nessuno lo ferma più. Con il discorso di Pesaro blocca l’inflazione, grazie a Italo Balbo crea la più aeronautica del mondo, da inizio alle bonifiche agricole. Il “Sunday express” lo definisce “la dinamo umana”. Il decennio 1926/1936 è una serie continua di innovazioni, creazioni di enti e istituti tutt’ora esistenti (IRI, INPS Contratti Collettivi di Lavoro), riforme popolari e successi internazionali. Dicembre 1934: inventa l’incidente ai pozzi di Ual-Ual, in Somalia. E’ arrivato il momento della vendetta per la sconfitta di Adua del 1898. Ottobre 1935: l’Italia attacca l’Etiopia e conquista il suo impero (maggio 1936). Nasce, in Mussolini, l’odio per le potenze occidentali che hanno votato le sanzioni contro l’Italia, per la Società delle Nazioni (l’Onu di allora), per la lobby ebraica internazionale che si è opposta all’impresa africana. Non li perdona, perchè considera l’Etiopia il suo capolavoro. Rompe la secolare amicizia dell’Italia con la Gran Bretagna e si avvicina alla Germania di Hitler. Conseguenza immediata: il nostro intervento militare, il 18 novembre 1936,a fianco dei nazisti, nella guerra di Spagna. Conseguenza definitiva: lasse Roma- Berlino in funzione antifrancese e antinglese. Poichè l’espansione dell’Italia è sui mari, si profila inevitabile lo scontro con la Gran Bretagna, che controlla il Canale di Suez, Gibilterra e Malta. Mussolini lo prevede non prima del 1943, ma Hitler brucia i tempi. Dapprima, tresca con Stalin per spartirsi la Polonia, ma anch’egli sottovaluta l’Inghilterra. E scoppia la 2° guerra mondiale, nella quale l’Italia entrerà il 10 giugno 1940, perchè a Mussolini “servono un migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” (dai “Diari” di Galeazzo Ciano). Il 28 ottobre la divisione Julia muove dall’Albania “per spezzare le reni alla Grecia”. Sarà la più tragica e beffarda debacle per il nostro esercito. Il 10 aprile 1941 gli inglesi entrano in Addis Abeba. Mussolini ha perduto l’impero. Il 22 giugno dichiara guerra alla Russia, attaccata nella notte, da 3

Pietro Nenni

PIETRO NENNI (1891 – 1979) Ovvero come una grande amicizia di gioventù possa trasformarsi in una inimicizia profonda, ma senza mai dimenticare un briciolo di umanità. Ci riferiamo all’amicizia che unì, praticamente fino alla 1° guerra mondiale, Mussolini e Nenni, quest’ultimo faentino e repubblicano, mentre il primo era forlivese e socialista. Al di la della simpatia personale, c’erano le battaglie comuni, come quella contro la guerra di Libia che portò entrambi in carcere. Uniti anche nell’interventismo del 1914 e del volontariato in guerra del 1915, i due si divisero allorchè Mussolini abbandonò il Psi e la direzione dell’Avanti! Per fondare il Popolo d’Italia e poi il fascismo. Nello stesso tempo Nenni trasmigrava dai repubblicani ai socialisti, prendendo il posto che, in quest’ultimo schieramento, aveva ricoperto il suo ex amico Benito, al punto da diventare a sua volta direttore dell’Avanti! Dal 1923 al 1925, anno in cui il giornale fu chiuso d’autorità. Nenni fugge in  Francia dove diventa uno dei massimi esponenti del fuoruscitismo. E’ tra i fondatori della Lega Italiana dei diritti dell’uomo (LIDU), poi della Concentrazione antifascista italiana, costituita a Parigi il 6 dicembre 1926 principalmente da Modigliani, Nenni e i repubblicani. La Concentrazione, anche per contrasti interni e rivalità personali, si scioglie nel 1934. A quel punto, Nenni e i massimalisti vanno per conto loro e firmano quel patto di unità d’azione con il Pcd’I guidato da Togliatti che durerà fino al 1956 me si chiamerà socialcomunismo, del quale Nenni e Togliatti sono in effetti i padri fondatori. Dal 1936 al 1939 combatte in Spagna con le Brigate internazionali, quindi si nasconde in Francia dove viene arrestato dai tedeschi e solo per intervento di Mussolini, viene portato in Italia anziché deportato ad Auschwitz. Il Duce ordina che non gli sia torto un capello e lo fa confinare a Ponza. Dopo il 25 luglio del 1943, Nenni diventa segretario generale del Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria) e partecipa ai governi del Sud, mentre lascia a Pertini la resa dei conti con Mussolini. Il patto con i comunisti si sublima nel Fronte Popolare, battuto alle elezioni del 1948. Da quel momento Nenni diventa uno stalinista convinto, ma si ravvederà 3 anni dopo, quando Kruscev, al XX congresso del Pcus, svelerà le malefatte dello zar rosso. Segretario generale del Psi (che nel frattempo dopo la fondazione del Psdi di Saragat ha ripreso il suo antico nome), vara nel 1969 il centrosinistra riavvicinandosi alla Dc ed entrando nei governi democristiani di sinistra. Negli ultimi anni Nenni si ritira dalla politica lasciando il timone del partito al giovane “delfino” Bettino Craxi. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Alcide De Gasperi

Giacomo Matteotti

GIACOMO MATTEOTTI (1885 – 1924) La vittima più illustre della violenza fascista nasce a Fratta Polesine nel 1885, due anni dopo Benito Mussolini, da una famiglia di antiche e solide tradizioni socialiste. Eletto deputato nel 1919, dopo il congresso di Livorno del 1921, quando il Psi si scinde in 2 tronconi, da una parte il Psu (partito socialista unitario) e dall’altra il Pcd’I (partito comunista d’Italia), Matteotti diventa il segretario nazionale del primo. Intransigente democratico e inflessibile avversario dell’ex compagno Mussolini, non perde occasione per denunciarne lo scivolamento verso la dittatura. Il 30 maggio 1924, al termine di una minuziosa indagine corredata di fatti precisi, pronuncia alla Camera lo storico discorso con cui accusa i fascisti di avere compiuto intimidazioni, violenze e brogli durante le elezioni politiche del 6 aprile, allorchè il “listone” formato da fascisti, popolari e liberali ha avuto la maggioranza assoluta, e ne chiede l’invalidazione. La mattina del 10 giugno è sequestrato sotto casa dai componenti della cosiddetta “Ceka” fascista, una squadraccia capitanata da Amerigo Dumini e al servizio, per i lavori sporchi, del ministero dell’Interno. Matteotti non tornerà più, massacrato di botte viene sepolto in una boscaglia in località Quartarella. E’ stata una disgrazia, dirà al processo Dumini, volevamo solo manganellarlo e ci è morto fra le mani. Ma si trattava di una menzogna, come dimostrerà molti anni dopo uno dei più accaniti accusatori di Mussolini, Carlo Silvestri, dopo avere pagato, con il licenziamento dal Corriere della sera e la condanna ad anni di confino, la sua battaglia antifascista. Una menzogna, però, detta non per coprire Mussolini, ma per coprire un complotto il cui scopo era stato proprio quello di gettare ai piedi del capo del fascismo un cadavere ingombrante e scomodo come quello del segretario pel partito socialista. Fu lo stesso Mussolini a far arrestare Dumini, prima ancora che venisse ritrovato il cadavere di Matteotti. La magistratura lo condannerà ad una pena mite: 5 anni per omicidio preterintenzionale. Nel 1945 sarà nuovamente arrestato e condannato all’ergastolo, ma non meno stranamente rilasciato nel 1956. La scomparsa di Matteotti, nonostante la decisione di Mussolini di far arrestare i suoi rapitori, non fermò la dura reazione dell’opposizione, che, guidati da Giovanni Amendola, diedero vita al cosiddetto Aventino. Il 16 agosto di quel 1924, i cani di alcuni cacciatori fanno scoprire il cadavere di Matteotti alla Quartarella. Esplode su scala mondiale la crisi del fascismo e quella personale di Mussolini. La stampa estera condivide il pensiero che il mandante sia stato Mussolini in persona, per i più compassionevoli il duce ha ordinato “dategli una lezione”, per i più intransigenti (Amendola su suo settimanale “Il mondo”) l’ordine è stato “ammazzatelo”! Mussolini è schiacciato dalle accuse e dai contraccolpi negativi che provengono dall’estero. Sta per mollare, quando i ras del fascismo, capeggiati da Farinacci e da Italo Balbo, compiono il famoso “passo” esortando a reagire, altrimenti provvederanno da soli anche senza di lui. E’ così che si arriva la celebre discorso alla Camera di Mussolini del 3 gennaio 1925, nel quale il Duce afferma che, se il fascismo è un’associazione a delinquere, egli ne è il capo e si dichiara pronto ad assumersi la responsabilità storica, morale e politica di questo delitto. Di fronte ad una simile, sfacciata reazione, l’opposizione ammutolisce. Mussolini ripresosi dalla crisi, rifiuta di sciogliere il MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) e il Gran Consiglio del fascismo, come chiedevano ad alta voce l’opposizione e la stampa internazionale, anzi ritorce le richieste contro gli avversari, proponendo alla maggioranza parlamentare lo scioglimento di tutti i partiti al di fuori del Pnf, e il bavaglio ai giornali che per sette mesi lo hanno messo in croce. E’ l’inizio della dittatura. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Alcide De Gasperi

Antonio Gramsci

ANTONIO GRAMSCI (1891 – 1937) Nato ad Ales (Sassari) nel 1891, morto a Roma nell’aprile 1937, la più nobile e tragica figura del comunismo italiano era studente di letteratura a Torino quando, nel 1913, decise di aderire al Psi diventandone segretario provinciale appena quattro anni dopo. Nel 1919 fondò il settimanale (divenuto poi quotidiano) Ordine Nuovo assieme a Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca, sostenendo la necessità di creare un partito operaio rivoluzionario e armato sul modello bolscevico. Il 21 gennaio 1921, durante il congresso socialista di Livorno, si staccò dal partito fondando, insieme ad Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci e altri, il P.C.d’I. (Partito Comunista d’Italia, poi Pci) ed entrando a far parte del comitato centrale. Nel 1924 venne eletto segretario generale e si recò più volte a Mosca dove, secondo un’accreditata tesi, si fece l’opinione che la rivoluzione bolscevica avesse tradito i sogni e le speranze di Marx. Nel 1926, durante il suo rientro in Italia, fu arrestato nonostante l’immunità parlamentare. Tronerà libero, soltanto per morire in una clinica 11 anni dopo. E proprio dal quel misterioso arresto del 1926 iniziarono gli atroci dubbi sul comportamento dei suoi compagni di partito. “Esiste un tribunale più crudele di quello fascista”: a scrivere queste parole, nei suoi celebri “Quaderni dal carcere”, con un chiaro riferimento ai suoi compagni, è proprio Antonio Gramsci, dopo la condanna a 20 anni e 4 mesi di reclusione per insurrezione armata comminatagli dal Tribunale speciale fascista e dopo essersi trovato praticamente isolato, nel carcere di Turi, dai suoi stessi compagni di sventura, gli altri comunisti condannati assieme a lui. Isolato perchè aveva osato criticare Stalin e prendere le difese di Trotzkij e di Zinoviev, avanguardia dell’opposizione interna al Pcus che sarà spietatamente soppressa durante le “grandi purghe” del 1937 (400 mila comunisti, tra militanti, dirigenti e altissimi gerarchi, uccisi per ordine di Stalin). La ‘questione Gramsci’ è stata una spina nel fianco dei comunisti italiani. Secondo lo storico Tamburrano, Togliatti (che era al sicuro a Mosca, forte della sua carica di numero due del Comintern, l’organismo che sovrintendeva alle attività di tutti i partiti comunisti del mondo) non solo abbandonò Gramsci al suo destino, ma addirittura si adoperò perchè gli venisse comminata una condanna tale da toglierlo di mezzo per sempre. Perchè? Perchè voleva essere lui, Togliatti, a primeggiare, a diventare il Migliore, come poi verrà chiamato, e Gramsci, con la sua intelligenza gli dava ombra. Così, gli fece scrivere in carcere dal suo portaborse Grieco, una lettera nella quale lo esaltava come un capo, anzi “il capo”. Quella lettera, ovviamente intercettata dalla censura carceraria, fu consegnata al giudice istruttore del processo, Macis, il quale mostrandola a Gramsci, gli disse: “i suoi amici evidentemente desiderano che lei resti per lungo tempo in galera, qui infatti c’è la prova che il capo dell’insurrezione era proprio lei”. Bisogna tener presente che Gramsci aveva impostato la sua difesa definendosi un semplice deputato comunista e un collaboratore dell’Unità, negando di essere un alto dirigente del partito e sostenendo in tal modo di non poter essere condannato per avere promosso un’insurrezione armata contro i poteri dello stato. Ma c’è di peggio. Proprio durante il processo, nell’ottobre 1927, uscì Lo Stato Operaio, rivista dei comunisti italiani in esilio a Parigi, un articolo di Togliatti che definiva Gramsci “un capo della classe operaia”. Inevitabile fu la condanna da parte del tribunale fascista. Nel 1933, a seguito di un grave peggioramento delle condizioni di salute di Gramsci, i parenti ottennero di farlo visitare da un famoso clinico, il Professore Arcangeli, il quale stilò un referto drammatico. Anche per l’interessamento di alcuni alti magistrati, sembrava imminente la scarcerazione condizionata di Gramsci, allorchè il referto fu pubblicato con grande evidenza dal quotidiano comunista francese Humanitè, seguito dalle accuse contro la ferocia dei fascisti che “stavano letteralmente uccidendo Gramsci”. Tale pubblicazione ebbe l’effetto di mandare all’aria ogni trattativa. Ma chi aveva fornito quel documento all’Humanitè? Era stato un losco figuro del Comintern, stretto collaboratore di Togliatti, distintosi tristemente in seguito, a Mosca, come epuratore dei comunisti dissidenti. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

ALCIDE DE GASPERI (1881 – 1954) Fu l’uomo politico che portò al potere i cattolici in Italia dopo la fine del potere temporale della chiesa. Nato suddito austriaco (a Pieve Tesino vicino Trento) nel 1881, si affermò giovanissimo in politica e nel 1911 fu eletto deputato al parlamento di Vienna quale esponente dell’Unione popolare trentina. Al contrario del suo collega Cesare Battisti, evitò di arruolarsi volontario nell’esercito italiano e scmpò cosi alla condanna per alto tradimento e alla conseguente impiccagione. Comparso sulla scena politica italiana nell’immediato dopoguerra accanto a don Luigi Sturzo nel neonato Partito Popolare, fu eletto deputato alle elezioni del 1921 e nel 1924 succedette a Sturzo emigrato in America per fuggire dalle persecuzioni fasciste. Ora Mussolini, se voleva l’appoggio dei cattolici, doveva trattare con questo duro trentino, impresa difficile ma non impossibile, data la favorevole disposizione di De Gasperi a un’intesa con i fascisti in funzione antisocialista. Ma il delitto Matteotti fece cambiare idea a De Gasperi che diventò uno dei più accesi aventiniani. Tramontata ogni speranza di coinvolgere i popolari nelle responsabilità del regime, ha inizio la persecuzione anche nei confronti di De Gasperi. Nel 1926 è dichiarato decaduto dal mandato parlamentare, nel 1927 è arrestato per tentativo di espatrio clandestino e condannato a 16 mesi di carcere. Scarcerato trova occupazione come bibliotecario in Vaticano, dove in gran segreto tiene le fila dell’opposizione cattolica, finchè, con il 25 luglio 1943, può uscire allo scoperto per ricostituire il Partito Popolare, sotto la nuova denominazione di Democrazia Cristiana. Segretario del partito dal 1944 al 1946, poi capo del governo dal 1946 al 1953, De Gasperi è un vero protagonista della storia d’Italia negli anni più drammatici del dopoguerra. E’ lui che si assume la responsabilità di proclamarsi capo provvisorio dello stato, all’indomani del referendum del 2 giugno 1946, prima ancora che si sappia se la Repubblica aveva vinto sulla Monarchia. E’ lui che affronta i Socilacomunisti nelle fatali elezioni del 18 aprile 1948, portando la Dc alla maggioranza assoluta. E’ lui che decide di ancorare il destino dell’Italia a quello della futura Unione Europea, con il piano De Gasperi-Schumann-Adenauer. De Gasperi muore, nel 1954, durante una vacanza a Sella di Valsugana. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci

Gabriele D’Annunzio

GABRIELE D’ANNUNZIO (1863 – 1938) Da Gabriele D’Annunzio, da taluni considerato il massimo poeta italiano del secolo, i fascisti copiarono non pochi atteggiamenti: un certo gusto estetizzante per la violenza, il grido di guerra “Eia Eia Alalà”, il detto dei suoi legionari “Il comandante ha sempre ragione”, trasformato dai fascisti in “il Duce ha sempre ragione”.Nato a Pescara nel 1863, D’Annunzio fu poeta e scrittore precocissimo. La sua prima raccolta di versi “Primo vere” è del 1879. Due anni dopo, appena diciottenne, si trasferisce a Roma ponendosi subito in mostra come articolista e autore di cronache mondane per il Giornale d’Italia e diventando un disputato re dei salotti mondani. In 10 anni, tra il 1890 e il 1900, sforna una serie di romanzi di successo, di tragedie messe in scena dalle maggiori compagnie d’Italia e rappresentate in tutta Europa. Nel 1910, inseguito da amanti e creditori, si trasferisce in Francia ad Arcachon, per rientrare in Italia e prendere parte da protagonista al movimento interventista. Con i suoi articoli e i suoi istintivi e irresistibili discorsi alle folle, spinge il paese verso la 1° guerra mondiale. Guerra alla quale partecipò molto attivamente rischiando più volte la vita, riportando gravi ferite e partecipando a imprese rischiosissime e leggendarie come la beffa di Buccari e il volo su Vienna. Deputato liberale, pluridecorato e venerato dai reduci, allorchè, nel 1919, la Conferenza della pace, a Versailles, concede all’Italia l’annessione dell’Istria e della Dalmazia ma le nega quella di Fiume, lancia la parola d’ordine della “vittoria mutilata” e inizia ad arruolare volontari per l’occupazione militare della città. Nell’impresa riceve un forte aiuto da Mussolini, dal suo giornale e dai fasci di combattimento, appena costituiti a Milano. Il 12 settembre 1919, i legionari sfondano le sbarre di confine e occupano Fiume, instaurandovi la Reggenza del Quarnaro, con la relativa Carta Costituzionale, redatta da Alceste De Ambris, il sindacalista rivoluzionario che da D’Annunzio è nominato suo capo di gabinetto. Ma il 12 novembre 1920, con il Trattato di Rapallo, il governo italiano di Francesco Saverio Nitti e le potenze europee stabiliscono che Fiume sia dichiarata città libera. D’Annunzio reagisce definendo Nitti “cagoia” con riferimento oltraggioso alla famiglia regnante dei Savoia. Tuttavia non se la sente di aprire il fuoco contro i marinai italiani e i bersaglieri che, ubbidendo all’ordine del governo Giolitti, succeduto a Nitti, vanno a “liberare” Fiume, la cui avventura si conclude nel Natale 1920. Mentre gran parte dei legionari confluisce nello squadrismo fascista, D’Annunzio si ritira sul lago di Garda, a Gardone, nella villa di Gargnacco, subito ribattezzata “il Vittoriale”, dove fa montare nel bosco la prua dell’incrociatore Puglia in disarmo e vi raccoglie altri cimeli di guerra, tra cui l’aereo del volo su Vienna. D’Annunzio muore nel 1938, lasciando in eredità allo stato la Fondazione Il Vittoriale degli italiani, tuttora una delle più importanti istituzioni culturali del paese, mentre la villa è meta di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci

Benedetto Croce

BENEDETTO CROCE (1866 – 1952) E’ già uno dei massimi filosofi italiani e un grande storico quando, dopo un iniziale appoggio concesso a Mussolini con i suoi editoriali sul Giornale d’Italia, il pensatore, nato a Pescasseroli, accetta, dopo il delitto Matteotti (1924), l’invito di Giovanni Amendola, deputato e direttore de Il Mondo, a redigere il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” in risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti”, poi diventati Il Manifesto Croce e Il Manifesto Gentile. Mentre quest’ultimo era un atto di incondizionata adesione all’operato di Mussolini, Il Manifesto Croce, poneva i paletti alla pervasione del fascismo nella vita politica e culturale italiana. Gli intellettuali, scrive Croce, hanno il dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica e le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale. Croce proclama che la letteratura, l’arte e la scienza non possono essere contaminate dalla politica, pronuncia una dura condanna contro ogni forma di limitazione della libertà di stampa, ricorda che la tradizione risorgimentale vuole il trionfo della libertà e non il culto di un partito, ne tanto meno di un uomo. Avendo rifiutato di impegnarsi in prima persona in attività politiche contrarie al regime, Croce viene lasciato vivere e lavorare sia come cattedratico che come consulente dell’editore Laterza di Bari, presso il quale pubblica la rivista La critica, che ha spesso contenuti non certo favorevoli al regime e che Croce dirige ininterrottamente dal 1903 al 1944. Croce torna a occuparsi di politica nel 1944, quando accetta la nomina a Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Badoglio. Nel 1946 è deputato della Costituente e nel 1947, in occasione dell’adesione italiana al Trattato di Pace di Parigi, pronuncia un memorabile discorso in cui, oppostosi alle clausole imposteci dagli Alleati, afferma: “Questa guerra l’abbiamo perduta tutti, fascisti e antifascisti”. Il succo del suo insegnamento politico può racchiudersi in queste parole: la libertà viene prima di ogni altra cosa, persino prima della democrazia, ed è legittimo ribellarsi a un potere che, pur voluto dal popolo, si faccia tirannide. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci

Galeazzo Ciano

GALEAZZO CIANO (1903 – 1944) Irriverente, provocatorio, impulsivo, è stato una delle figure più generose, e al tempo stesso la più tragica del Ventennio, se solo si pensa che fu messo a morte nonostante fosse il genero di Mussolini. Nasce a Livorno nel 1903, figlio di Costanzo, ufficiale della marina militare e futuro eroe della 1° guerra mondiale, nonché stimato e fedelissimo collaboratore del Duce. Iscrittosi a Roma alla facoltà di giurisprudenza, inizia a collaborare ai giornali come critico tatrale. A 23 anni vince un concorso in diplomazia e inizia la carriera con un incarico a Buenos Aires, seguito da un trasferimento a Pechino. A combinare il suo matrimonio con la ventenne Edda Mussolini è Arnaldo, fratello del Duce e succedutogli alla direzione del Popolo d’Italia. Si giunge alle nozze il 24 aprile 1930 in pompa magna, presente tutta la Roma che conta. Ora Galeazzo è destinato veramente a fare carriera ed il primo passo è l’incarico di Console generale a Shangai. Qui la coppia vive i tre anni sicuramente più felici e sereni. Alla fine del 1931 nasce il primogenito Fabrizio, cui seguiranno Carolina e Marzio. Durante la guerra civile in Cina, il presidente della Società delle Nazioni, l’inglese Eric Drummond, conferisce a Ciano il prestigioso e difficile incarico di presidente della commissione internazionale di controllo. Ad appena 29 anni, Ciano porta a termine brillantemente l’incarico. Ed è a questo punto che il Duce lo richiama a Roma, affidandogli l’incarico di capo ufficio stampa del governo. La travolgente carriera politica lo porterà a ministro degli Esteri nel 1936. Ciano è ormai considerato da tutti il delfino del Duce e gli si attribuisce maggiore influenza sulle vicende politiche, specie sulla politica estera, di quanta in effetti ne abbia. Certamente ha voce in capitolo nell’intervento italiano in Spagna e nella decisione di occupare l’Albania. Ma nulla può, malgrado la sua ostilità verso Hitler e il nazismo, per scongiurare la fatale alleanza tra Italia e Germania, che Ciano fa di tutto per contrastare. Da quel momento i suoi diari (quaderni nei quali ogni giorno annotava eventi , dialoghi e sensazioni) diventano l’atto di accusa più tremendo contro il nazifascismo e le sue responsabilità nella catastrofe della guerra. Una pagina memorabile dei diari  rimane quella relativa all’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, quando Mussolini chiama Ciano e gli dice: “Mi serve un migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”. Ecco un’altra pagina di Ciano, tratta dall’introduzione ai diari: “Da Salisburgo in poi la politica di Berlino verso di noi non è stata che una rete di menzogne, di intrighi e di inganni. Siamo sempre stati trattati non come soci, ma come servi. Soltanto la turpe viltà di Mussolini poteva, senza reazione, sopportare e fingere di non vedere”. Della forza dirompente di quei diari Ciano ne è consapevole e lo sono anche i tedeschi che fanno di tutto per venirne in possesso dopo l’8 settembre 1943, allorchè Ciano viene arrestato in Germania e tradotto nella fortezza degli Scalzi a Verona. I diari però vennero posti in sicurezza in Svizzera da Edda e venduti, dopo la fine della guerra, a un editore americano. Per processare i membri del Gran Consiglio, il governo di Salò aveva varato una legge retroattiva, che prevedeva la pena di morte per coloro che avevano semplicemente esercitato un loro diritto costituzionale. E Ciano, al famoso processo di Verona, viene condannato a morte assieme ai pochi, tra quelli che il 25 luglio 1943 avevano votato a favore della destituzione del Duce; De Bono, Gottardi, Pareschi e Marinelli. Per tentare in extremis di salvare il marito, Edda scrive al padre: “Duce ho atteso fino ad oggi che mi dimostrassi un minimo sentimento di umanità e di giustizia. Ora Basta. Se entro tre giorni Galeazzo non sarà in Svizzera, secondo le modalità che ho fatto conoscere ai tedeschi, tutto ciò che so, con prove alla mano, sarà usato in forma spietata. In caso contrario,  e qualora tutti noi Ciano saremo lasciati vivere tranquilli, non sentirete più parlare di noi. Edda Ciano”. Ma neppure queste parole di una figlia ad un padre possono più influire sugli eventi. Mentre Edda riesce a fuggire in Svizzera con i figli e i diari, Ciano viene fucilato alle 9.20 del 11 gennaio 19414 a Verona. Poichè non era morto sul colpo, il comandante del plotone, Nino Furlotti, aveva dovuto sparargli due colpi di pistola alla tempia destra. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci

Giuseppe Bottai

GIUSEPPE BOTTAI (1895 – 1959) Nato a Roma è uno dei massimi gerarchi del Ventennio, protagonista del “fascismo dal volto umano” passato alla storia come “fascismo critico”. Laureato in Legge a pieni voti, ha tutte le carte in regola per fondare, nel 1919, il Fascio di combattimento di Roma e partecipare da protagonista alla costituzione del Pnf nel 1921, anno in cui viene eletto alla Camera diventando segretario del gruppo parlamentare fascista. Nel 1923 fonda la rivista Critica Fascista con il programma di liquidare lo squadrismo e di ottenere il consenso della borghesia moderata. Da Ministro delle Corporazioni è l’artefice, nel 1929, della legge sul Consiglio nazionale delle Corporazioni, la famosa Carta del Lavoro: in teoria la legge doveva segnare l’inizio della terza via tra capitalismo e comunismo. Essa venne boicottata dai grandi capitalisti, che voglio si l’assistenzialismo statale, ma pretendono al tempo stesso libertà di scorrerie finanziarie e nessun controllo dirigistico. Facendo eleggere dei presidenti fantoccio alla testa delle Corporazioni dei lavoratori, vanificano la Carta ed infine nel 1932 ottengono il suo siluramento; Bottai viene nominato presidente dell’INPS (sua creatura). Allo scoppio della guerra va volontario in Grecia e qui, toccando con le spaventose carenze dell’apparato militare del regime, matura la sua definitiva crisi personale. Nel febbraio 1943 è silurato, in occasione del famoso rimpasto di ministeriale, assieme a Ciano, Grandi e Pavolini. Bottai, convinto che il male della nazione si nasconda nella persona di Mussolini, prende parte, da protagonista, alla congiura di Grandi e del re che porta alla seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943. Ma a quel punto Bottai ha fatto le sue scelte: la conversione alla fede cattolica e la necessità di espiare, arruolandosi come soldato semplicenella Legione Straniera per contribuire alla sconfitta del nazismo. Torna a Roma nel 1948. Scrive un libro: “20 anni e un giorno”. Molti partiti democratici lo corteggiano, ma lui non risponde. Muore a Roma nel 1959, appartato, malato e povero. Il suo Diario 1935-45 è fondamentale per capire il fascismo, uscirà postumo, nel 1982. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci

Italo Balbo

ITALO BALBO (1896 – 1940) Bello, alto, occhi neri e capelli al vento, pizzo alla d’Artagnan, idolo delle ragazze e terrore dei comunisti, Italo Balbo è l’unico gerarca che del tu a Mussolini in pubblico. Nato a Quartesana (Ferrara) nel 1896, repubblicano iscritto alla massoneria, giornalista dal 1911 e volontario nella 1° guerra mondiale, pluridecorato ufficiale degli alpini, laurea in scienze politiche nel 1920, Balbo fonda, quello stesso anno, il Fascio di azione rivoluzionaria di Ferrara e nel biennio 1921-22 guida le spedizioni punitive in tutta l’Emilia. Inesorabile e spietato nella repressione degli scioperi, quando Mussolini nel 1922 arriva in visita a Ferrara, gli fa trovare in piazza 30 mila persone. Al futuro Duce non resta che nominarlo quadrumviro della marcia su Roma affidandogli il comando militare della “rivoluzione fascista”: è lui il vero capo delle camicie nere di tutta Italia. Ma nel 1924 è costretto a dimettersi perchè coinvolto nell’assassinio di Don Minzoni, prete di Argenta bastonato a morte dai fascisti. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, sul finire di quel tragico 1924, è lui a promuovere il pronunciamento dei consoli generali della Milizia, al fine di togliere Mussolini dall’inerzia in cui è caduto, e spronarlo ad assumere tutti i poteri con il famoso discorso del 3 gennaio 1925. Ministro dal 1926 dell’Aeronautica, scopre definitivamente la vera passione della sua vita: conquistare i cieli. Pone le basi per la creazione di una grande arma aerea e organizza i mitici raid. Del 1930 è la trasvolata del Pacifico, fino a Rio de Janeiro dei Savoia-Marchetti. Del 1933 la trasvolata dell’Atlantico, con 100 aviatori e 34 idrovolanti in formazione, da Orbetello a Chicago e da qui a New York, dove Balbo e gli aviatori italiani vengono accolti dalla folla in delirio sulla Quinta Strada. Al rientro a Roma, Mussolini lo nomina maresciallo dell’Aria e, subito dopo lo silura, inviandolo in Libia come governatore. E’ un ribelle indomabile, ipercritico verso gli eccessi del regime. Disprezza Achille Starace, segretario del partito, che ha abolito il “lei” ed ha imposto, assieme al saluto romano, il “sabato fascista” (tutti obbligati a fare ginnastica). Da Tripoli torna a Roma solo per le riunioni del Gran consiglio, fino a quella che, nel 1938, vara le leggi razziali, durante la quale si scaglia contro Mussolini, urla ai gerarchi: “vi impiccheranno tutti ai lampioni” e diffida tutti a torcere un capello agli ebrei di Ferrara, la sua città. Ironia della storia , saranno proprio gli ebrei di Ferrara i primi a cadere sotto le raffiche dei fascisti di Salò, nel novembre 1943, a titolo di vendetta per l’assassinio del segretario federale Igino Ghisellini. Ma a quell’epoca Balbo era morto già da tempo. Assolutamente contrario all’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania, si trova il fatale 10 giugno 1940 alla testa di 14 divisioni e di 200.000 uomini, in massima parte libici, ma teme le mitragliatrici inglesi. Il telegramma cifrato di Badoglio, che ordina di attaccare frontalmente, il 25 luglio, le truppe di Montgomery, schierate al confine egiziano, arriva il 28 luglio, ma Balbo non lo leggerà mai. Quel giorno gli inglesi hanno bombardato Tobruk e lui si è levato in volo assieme all’amico giornalista Quilici (padre del più famoso Folco), per affrontarli. Al rientro la nostra contraerea scambia il suo aereo per un aereo britannico e apre il fuoco. Non è un complotto, come i maligni a lungo ipotizzeranno. E’ una disgrazia. Oggi i resti mortali di Balbo riposano nel cimitero degli eroi dei cieli a Orbetello. A roma , viale Italo Balbo è tornato però a chiamarsi viale Castro Pretorio. A Chicago, la 7° Avenue è ancor oggi Italo Balbo Avenue. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Antonio Gramsci

Pietro Badoglio

PIETRO BADOGLIO (1871 – 1956) Nel bene e nel male, è stato il militare italiano più famoso e più discusso del XX secolo. A cominciare da quella disastrosa ritirata di Caporetto, durante la 1° guerra mondiale, che travolse il XXVII Corpo d’Armata affidato proprio al suo comando: 40 mila tra morti, feriti e giustiziati per diserzione. Ma Luigi Cadorna, il comandante supremo, scaricò tutta la colpa sui soldati (errore ingeneroso che spingerà Vittorio Emanuele III a sollevarlo dall’incarico, preferendogli Armando Diaz), e Badoglio se la cavò per il rotto della cuffia. Nel 1919 fu nominato capo di stato maggiore dell’esercito, incarico che lo avrebbe portato a stroncare con la forza il fascismo qualora lo stato di assedio proclamato dal capo del governo Facta, fosse stato firmato dal Re. Pur non nutrendo la benchè minima simpatia per quegli scatenati dei fascisti, si schierò subito disciplinatamente al fianco di Mussolini, il che gli valse la nomina a capo di stato maggiore generale, carica che conserverà fino al 1940. Nonostante sa perfettamente che abbiamo solo 19 divisioni veramente efficienti, manchiamo di armamenti moderni e di un’aviazione da guerra, si guarda bene dal dissuadere il Duce dai suoi propositi bellici e, meno che mai, dal dare le dimissioni quando Mussolini, sconsideratamente, decide di entrare in guerra il 10 giugno 1940.  Anzi, il 28 ottobre di quell’anno, pur di emergere sempre e comunque, accetta di comandare la sciagurata spedizione militare con la quale avremo dovuto “spezzare le reni alla Grecia”. Ed è soltanto dopo il fallimento della spedizione che finalmente Mussolini lo manda in pensione, sostituendolo con il maresciallo Ugo Cavallero. Badoglio però alla pensione non si rassegna e il 25 luglio 1943, caduto il fascismo e arrestato Mussolini, accetta la nomina a capo del governo e controfirma l’ipocrito appello al popolo contenente la sciagurata frase “la guerra continua”. Hanno inizio così i famosi 45 giorni di Badoglio contrassegnati da durissimi bombardamenti degli alleati contro le nostre principali città. Dopo la precipitosa fuga da Roma a seguito della notizia della resa, diffusa dagli americani l’8 settembre 1943, Badoglio stabilisce la sede del suo governo a Brindisi, dove si è rifugiato anche il Re. E’ costretto a lasciare il governo a Ivanoe Bonomi e ai rappresentanti dei vecchi partiti e da quel momento fino alla morte, sopraggiunta nel suo paese Grazzano Monferrato in provincia di Asti nel 1956, vivrà giocando a bocce, circondato da un freddo rispetto. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Italo Balbo Antonio Gramsci

Giovanni Amendola

GIOVANNI AMENDOLA (1882 – 1926) Giornalista e uomo politico, impersonò la irriducibile opposizione al fascismo dal versante della destra liberale e intransigente. Nato a Napoli nel 1882 , laureato in filosofia abbracciò lo spiritualismo di Hegel, poi di Croce. A partire dal 1914 divenne editorialista principe del Corriere della sera di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919 nel partito liberale, entrò nel governo Nitti come sottosegretario, fondando poi insieme a lui, nel giugno 1922, il partito democratico italiano, formato da politici antifascisti. Nel 1920 fonda a Roma il settimanale Il Mondo e accetta il ministero delle Colonie nel governo Fecta del 1922, dichiarandosi ostile sia a Giolitti e alla sua politica di compromessi, sia ai socialisti sia ai fascisti, di cui non tollera la violenza. Mussolini, nel suo discorso di Napoli del 27 ottobre 1922 che da l’avvio alla marcia su Roma, ne chiede l’allontanamento dal governo. Già aspro oppositore sia del primo governo Mussolini sia della legge Acerbo, dopo l’assassinio di Matteotti (10 giugno 1924), diventa il più implacabile accusatore di Mussolini. Il suo giornale va a ruba nelle edicole. Il presidente del consiglio viene apertamente chiamato “assassino”. E’ lui l’ideatore3 e l’animatore dell’”Aventino”che inizia il 18 giugno 1924, otto giorni dopo la scomparsa di Matteotti, allorchè 180 deputati, guidati da Giovanni Amendola, abbandonano Montecitorio, ritirandosi, come disse Filippo Turati “nell’Aventino delle coscienze”, a imitazione dei plebei dell’antica Roma che si erano ritirati nell’omonimo colle per resistere alla prepotenza dei patrizi. L’Aventino dura qualche mese, poi per non perdere lo stipendio e prebende varie , quasi tutti rientrano a Montecitorio a costo di prendere le botte dai fascisti. Amendola non rientra né si arrende, spingendo anzi Benedetto Croce a varare il famoso “Manifesto degli intellettuali antifascisti”. E’ troppo. Già più volte aggredito subisce a Roma, sotto la redazione del suo giornale, un sanguinoso pestaggio che lo portò alla morte nell’ospedale di Cannes. Suo figlio Giorgio sarà il più implacabile esponente della resistenza a Roma, tra i promotori, tra l’altro, della strage di via Rasella, e rimarrà un duro comunista fino alla morte. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Agnelli Pietro Badoglio Italo Balbo Antonio Gramsci

Giovanni Agnelli

GIOVANNI AGNELLI (1866 – 1945) Fondatore della FIAT, Giovanni Agnelli, nonno dell’avvocato Gianni Agnelli, nacque a Villar Perosa nel 1866. Con Cini, Volpi di Misurata, Pirelli, Donegani, Falck,  Borletti, Marzotto, Caproni e Marinotti fu, durante il ventennio, uno dei “padroni del vapore”, allineato apparentemente al fascismo e personalmente devoto alla figura di Mussolini in cambio del potere vero all’interno delle corporazioni. Furono infatti questi grandi industriali, attraverso il loro smisurato potere economico, a svilire di fatto l’idea corporativa che voleva sullo stesso piano datori di lavoro e prestatori d’opera, piazzando uomini alla testa delle corporazioni dei lavoratori e facendo cosi il bello e cattivo tempo (tradizione mai venuta meno in Italia: soldi e facilitazioni dallo Stato in cambio della pace sociale e assunzioni di personale spesso superflue). Come proprietario de La Stampa, nomina direttori i personaggi che gli vengono via via segnalati dal Duce (Curzio Malaparte, poi Augusto Turati) e con la stessa disinvoltura li caccia non appena cadono in disgrazia. L’accoglienza che il Duce riceve a Torino il 14 maggio 1939, allorchè acclamato da 50.000 operai e affiancato dal Senatore Agnelli in divisa fascista, inaugura il nuovo stabilimento Mirafiori. Una enorme scritta “Dux” sovrasta il moderno complesso. Quando le cose si mettono peggio, durante la guerra civile , Agnelli cede la presidenza al suo abile dirigente Vittorio Valletta, che si destreggerà magistralmente tra tedeschi e partigiani, riuscendo a salvare la fabbrica e i posti di lavoro. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giacomo Acerbo Giovanni Amendola Pietro Badoglio Italo Balbo Antonio Gramsci

Giacomo Acerbo

GIACOMO ACERBO  (1888 – 1969)   Acerbo è entrato nella storia d’Italia per aver dato il nome ad una legge che introdusse per la prima volta, nel meccanismo delle elezioni politiche, il principio maggioritario (lo stesso che vige oggi). Giacomo Acerbo nasce a Loreto Aprutino, in Abruzzo, nel 1888. Nella prima guerra mondiale si guadagna 3 medaglie d’argento al valor militare. Apprezzato studioso di economia agricola, dal movimento nazionalista approda tra i primi al fascismo, fondando le squadre fasciste d’Abruzzo e partecipando alla marcia su Roma. La legge che porta il suo nome prevede l’abolizione del sistema proporzionale ed un premio di ben 2/3 dei Seggi della Camera al partito di maggioranza relativa. Dopo una drammatica discussione in Parlamento, dove l’opposizione di sinistra sosteneva che per ottenere il premio si doveva avere almeno il 40% dei suffragi, mentre per Acerbo doveva bastare il 25%, Mussolini pose la fiducia ottenendo il consenso della maggioranza. Viene cosi spianata la via del potere al partito fascista. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: Giovanni Agnelli Giovanni Amendola Pietro Badoglio Italo Balbo Antonio Gramsci

La fine del regime

Del Gran Consiglio del Fascismo, organo consultivo del capo del governo istituito nel 1922, facevano parte i quadrunviri della marcia su roma (nel ’43 solo 2 superstiti De Bono e De Vecchi), i presidenti della Camera e del Senato, i ministri, il comandante della Milizia, il presidente del Tribunale speciale, il presidente dell’Accademia d’Italia, i presidenti delle Confederazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, infine i membri speciali triennali. Il Gran Consiglio si riuniva solo quando lo decideva il Duce: nel 1943 a chiedergli di convocarlo fu Roberto Farinacci, il massimo rappresentante dell’estremismo fascista, ricevuto da Mussolini il 16 luglio assieme ad altri 12 tra i massimi gerarchi del partito. La 187° seduta del Gran Consiglio ebbe inizio alle 17.15 di sabato 24 luglio 1943. Mussolini conosceva l’ordine del giorno di sfiducia nei suoi confronti che Grandi (Presidente della Camera) aveva preparato e che non lasciava adito a equivoci, specialmente nella sua parte conclusiva, la dove recitava: “… invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re affinchè egli voglia, per l’onore e la salvezza della Patria, assumere, con l’effettivo comando delle Forze Armate, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”. Tutti parlarono a lungo, chi con passione, chi con paura. Dopo 9 ore di tensione. Alle 2 di notte Mussolini mise ai voti l’O.d.g. Grandi. Diciannove i si, sette i no, due gli astenuti. Dichiarando chiusa la seduta, Mussolini disse: “voi avete provocato la crisi del regime”. Mussolini fu arrestato dai carabinieri, per ordine del re, il pomeriggio del 25 luglio, portato all’Isola di Ponza, poi alla Maddalena ed infine sul Gran Sasso, qui liberato dei tedeschi il 12 settembre e, a partire dal 15, per volontà dello stesso Hitler, posto a capo dell’effimera Repubblica Sociale Italiana. Quanto ai membri del Gran Consiglio che votarono l’O.d.g. Grandi, quelli sui quali i fascisti poterono mettere le mani (Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi) furono processati a Verona, condannati a morte e fucilati l’11 gennaio 1944. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma I Patti Lateranensi La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge

L’antisemitismo diventa Legge

Sulla scia di Hitler l’antisemitismo è legge anche in Italia Dal “Manifesto della razza” al regio decreto del 17 novembre 1938   La prima pronuncia contro gli ebrei appare in Italia il 14 luglio1938 su “Il giornale d’Italia”, allora il più importante quotidiano della capitale, che pubblica il “Manifesto della razza” redatto da un gruppo di studiosi fascisti. Il Manifesto consiste il 10 enunciazioni: la 9 dice “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Il 26 luglio il segretario del Pnf Achille Starace riceve gli autori del Manifesto, personaggi di primo piano nelle università, e pone l’accento sulle due principali applicazioni del Manifesto: nelle colonie bisognerà preservare la razza italiana da ogni ibridismo e contaminazione; in Italia si dovranno eliminare gli ebrei dal corpo etnico della nazione. E’ con queste parole che il regime fascista sputa il rospo. Sono anni ormai che gli ebrei vengono perseguitati in Germania e a migliaia sono fuggiti dal terzo Reich trovando ospitalità anche in Italia dove, fino ad allora, nulla lasciava presagire una scelta antisemita. Cosa spinse Mussolini a compierla? Più che per compiacere l’alleato Hitler, fu il dispetto per l’ostilità nei confronti dell’Italia fascista manifestata nei circoli ebraici internazionali, soprattutto inglesi ed americani. Pochi giorni dopo la pubblicazione del Manifesto, Mussolini preannunziò a Giuseppe Bottai, Ministro dell’Educazione Nazionale, nei confronti degli ebrei, soluzioni graduali, tendenti ad escluderli dall’esercito, dalla magistratura, dalla scuola. E Bottai, imparentato con una famiglia ebrea, diventò il più zelante esecutore dell’antisemitismo nella scuola. Il 3 agosto 1938 vietò l’iscrizione degli ebrei stranieri nella scuola italiana: la prima misura razzista. Il 6 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo si riunì per approvare la Dichiarazione sulla razza. Essa, tra l’altro, proibiva i matrimoni tra cittadini italiani e appartenenti a tutte le razze non ariane e decretava l’espulsione degli ebrei  stranieri compresi coloro che avevano ottenuto la cittadinanza italiana dal 1 gennaio 1919 (violando il principio della non retroattività delle leggi). Inoltre gli ebrei non potevano avere aziende con 100 o più dipendenti, possedere oltre 50 ettari di terra, prestare servizio militare e lavorare negli impieghi pubblici. Tra i Gerarchi del Gran Consiglio, l’unico a pronunciarsi contro l’approvazione fu Italo Balbo. Tutti gli altri approvarono le indicazioni del Gran Consiglio, che poi il Regio decreto legge del 17 novembre 1938 trasformò in legge dello stato. Degli 8566 ebrei italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre del 1943, ne sarebbero tornati 1009. Malgrado questa tragica realtà, i tedeschi continuavano a protestare che la politica razziale in Italia è stata una burla e una truffa. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma I Patti Lateranensi La stampa italiana La fine del regime

La stampa italiana

Prima della marcia su Roma, il ruolo della stampa era stato in genere di appoggio al fascismo. L’industria siderurgica, (in primis l’Ansaldo con la famiglia Perrone) controllava 14 quotidiani e finanziava il Popolo d’Italia. Al Corriere, Luigi Albertini, entrato nella proprietà, avevasterzato in favore di Mussolini. Così pure, a la Stampa, il neoproprietario Giovanni Agnelli. C’erano poi 20 quotidiani cattolici, tra cui il Popolo, diretto da don Sturzo, più amici che nemici. Largo credito al fascismo anche da parte del Giornale d’Italia, diretto dal senatore Bergamini, e dal Secolo, diretto ma Mario Missiroli. Dura invece era l’opposizione liberal-democratica di Giovanni Amendola, sulle pagine del settimanale Il Mondo, da lui diretto a Roma. E ben poco spazio rimaneva per l’Avanti!, continuamente assalito dalle squadre fasciste e incendiato ben tre volte. La stampa italiana disertò la battaglia per la democrazia in favore del fascismo per amore dell’ordine e sicura che, dopo l’entrata dei fascisti nel governo, la situazione si sarebbe normalizzata. Mai calcolo si rivelò più errato. Già il 1923 fu caratterizzato da assalti e incendi di giornali di opposizione e da aggessioni a giornalisti antifascisti. Il 5 luglio fu varato un grave Decreto Legge contro la libertà di stampa: i direttori responsabili dei giornali dovevano ottenere il “riconoscimento” del prefetto. Inoltre il sequestro dei giornali avrebbe potuto essere effettuato “dalla pubblica sicurezza”, senza l’intervento della magistratura. Dopo l’assassinio Matteotti, nel 1924, Albertini, seguito da Alfredo frassati, direttore de La Stampa, e dai più autorevoli direttori e cronisti, iniziarono una campagna tesa a costringere Mussolini a dimettersi. Le vendite del Corriere raggiunsero le 800.000 copie e Mussolini non potè astenersi dal reagire. Da quel momento ebbero inizio le manovre per mettere a tacere Corriere e La stampa. Albertini fu diffidato dal Prefetto, poi i Crespi lo costrinsero a vendere a peso d’oro la sua quota di proprietà e a togliere il disturbo. Frassati diede le dimissioni. Il Sindacato fascista dei giornalisti conquistò la maggioranza nella Fnsi (Federazione Italiana della Stampa) e un fascista doc, Ermanno Amicucci, ne diventa il segretario. Il cerchio si chiuse con il decreto legge 31 dicembre 1925 che istituiva la censura e il Ministero della Stampa e Propaganda con il compito di indirizzare i giornali a favore del governo. All’opposizione restavano Amendola, poi ucciso a bastonate da una squadra fascista, e alcuni giornali di partito, soppressi con un’apposita legge dopo il fallito attentato di Bologna al Duce del 31 ottobre 1926. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma I Patti Lateranensi L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime

I Patti Lateranensi

L’11 febbraio 1929, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, Benito Mussolini, capo del governo italiano, e il Cardinale Pietro Gasparri, plenipotenziario di Papa Pio XI, firmavano due documenti: un trattato e un concordato. Con il primo si concludeva un capitolo di storia, con il secondo si apriva un vero patto di alleanza tra Italia e Chiesa. La trattativa, che andò avanti per tre anni, stava a cuore sia a Mussolini (cui premeva che la chiesa non frapponesse ostacoli alle organizzazioni nelle quali il regime si riprometteva di irrigimentare gli italiani) sia al Papa, cui erano stati promessi allettanti risarcimenti. I meno interessati erano i Savoia, che avevano posto fine con le cannonate (breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870) al potere temporale dei Papi. Questa era appunto la questione romana e Mussolini la risolse così: il Papa rinunciava definitivamente a rivendicare il possesso dei territori già appartenuti allo Stato della Chiesa e sottratti a essa con l’impresa dei Mille e con il conseguente plebiscito per l’annessione al Regno di Sardegna. Inoltre riconosceva Roma come capitale del Regno d’Italia. In cambio l’Italia concedeva alla Chiesa una serie di riconoscimenti e di privilegi, tra i quali: la religione cattolica come religione di stato, pur nella libertà per gli altri culti; l’introduzione del crocifisso e dell’ora di religione obbligatoria nelle scuole; l’assegnazione di una “congrua remunerazione” da parte dello stato ai parroci, per la loro attività di ufficiali di stato civile; il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso; pieni diritti politici e civili al clero regolare e secolare; pagamento da parte dello Stato alla Chiesa, in riparazione dell’offesa arrecata con l’occupazione militare di Roma del 1870, di una indennità di lire 1 miliardo e 750 milioni. Pio XI benedisse il tutto e definì Mussolini “l’uomo che la provvidenza ci ha fatto incontrare”. I Patti Lateranensi furono per Mussolini un colpo da maestro. Travasato nella Costituzione repubblicana del 1948, è stato revisionato nel 1984 dopo una trattativa con l’allora capo del governo Bettino Craxi e il plenipotenziario di Giovanni Paolo II, Cardinale Agostino Casaroli. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci La marcia su Roma La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime

La marcia su Roma

Alla fine del 1921 il quadro politico, il quadro politico in Italia è questo: c’è un centro liberale (Nitti, Giolitti), debole, ma appoggiato dai cattolici del Ppi di De Gasperi e Sturzo; c’è una sinistra aggressiva e violenta, ma divisa. E’ in questo quadro che Mussolini firma con Turati il “patto di pacificazione” con i socialisti e poi scatena le “squadre” contro i comunisti e le Camere del Lavoro, emanazione del sindacato CGL controllato dal PcdI. Tutto ciò finisce per vincere le esitazioni degli Industriali e Agrari, che prendono ad appoggiare il partito fascista. I governi cadono uno dopo l’altro  e l’1 agosto 1922 si forma il secondo governo Facta. La risposta di Mussolini è la convocazione a Roma della direzione del Pnf, durante la quale annuncia la marcia sulla capitale. E sarà una marcia armata. Si forma il quadrumvirato: Michele Bianchi, Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi. Nella notte del 28 ottobre le colonne armate delle camicie nere si muovono da tutta Italia dirette a Roma con treni e camion. Il quadrumvirato dirige le operazioni dal quartier generale , istallatosi all’hotel Brufani di Perugia. Alle 5 del mattino il Consiglio dei Ministri delibera lo stato di assedio ed il passaggio dei poteri all’esercito, ma il Re rifiuta di firmare il decreto. Il governo si dimette. Il Re incarica Salandra, offrendo un posto di ministro a Mussolini. Secco il rifiuto.  La mattina del 29 ottobre , il generale Cittadini, per ordine del Re, invia al futuro Duce il famoso telegramma contenente l’incarico a formare il governo. Alle 20.30 Mussolini sale sul treno per Roma, il 30 è dal Re: ha già in tasca la lista dei ministri. Per se, oltre la presidenza del Consiglio, ha tenuto gli Esteri e gli Interni. Il 16 novembre la Camera voterà la fiducia: 316 si e pieni poteri in materia amministrativa ed economica. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La nascita dei Fasci I Patti Lateranensi La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime

La nascita dei Fasci

Milano 23 Marzo 1919, in Piazza San Sepolcro la prima adunata nazionale dei vari Fasci di combattimento, sorti in tutta Italia per contrastare l’avanzata socialista. Mussolini non è che un giovane giornalista di successo, ha 36 anni ed è direttore di quel giornale da lui stesso fondato, ‘Il popolo d’Italia’ che ha avuto una funzione determinante proprio nella formazione dei Fasci. E’ dunque soprattutto un giornalista tornato a fare politica (considerati i suoi trascorsi da dirigente del partito socialista) il Mussolini che, la mattina di domenica 23 marzo 1919, nei saloni del 1° piano  di Piazza San Sepolcro 9 a Milano, ottenuto in affitto dal Circolo dell’alleanza industriale e commerciale, arringa i circa 200 convenuti da ogni parte d’Italia, illustrando i 3 punti fondamentali del suo programma:        1)  opposizione contro l’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e rinuncia da parte dell’Italia a qualsiasi velleità imperialistica; rivendicazione di Fiume e della Dalmazia che le grandi potenze riunite a Versailles per il trattato di pace, vorrebbero negarci; consegna gratuita delle terre incolte a cooperative di contadini formate da ex combattenti disoccupati Presiede la riunione il capitano degli arditi Ferruccio Vecchi, davanti ad una incredibile mistura di “cani sciolti” compattati dalla voglia di menare le mani: sindacalisti rivoluzionari, alcuni socialisti, alcuni anarchici, il gruppetto dei futuristi guidati da Marinetti, pochissimi i liberali, i borghesi e gli agrari, non vi è neanche un nazionalista perchè in quella riunione prevale la pregiudiziale repubblicana, mentre i nazionalisti sono monarchici. Benito Mussolini da vita al movimento politico che di li a 3 anni conquisterà il potere in Italia. Lascia un commento Annulla risposta Connesso come WP-FRANCO. Modifica il tuo profilo. Uscire? I campi obbligatori sono contrassegnati * Message* Related posts: La marcia su Roma I Patti Lateranensi La stampa italiana L’antisemitismo diventa Legge La fine del regime

Rolling Stones

The history of… “The world’s greatest rock ‘n’ roll band”. Forse, per una volta, la (auto)definizione più abusata è anche quella giusta. I Rolling Stones non sono soltanto un miracolo di longevità: sono la quintessenza di un intero genere – il rock – che hanno contribuito a forgiare e rendere immortale, ripartendo proprio dalle sue radici – i ritmi tribali, il blues, il jazz – e coniando un sound potente e decisivo per le generazioni successive. Una simbiosi completa, che non si limita all’aspetto musicale. Nessuno meglio di loro, infatti, ha incarnato il modus vivendi, la frenesia e gli eccessi del rock. Una fiamma che continua a riaccendersi puntualmente a ogni nuova tournée, rinnovando un incantesimo che troppi dischi mediocri degli ultimi anni rischiavano di spezzare. Brutti, sporchi e cattivi I Rolling Stones esordirono nell’arena del rock in piena era beat, come l’alternativa “brutta sporca e cattiva” ai Beatles. Ne nacque subito la più scontata delle contrapposizioni: i garbati e simpatici sudditi di Sua Maestà contro i teppisti insolenti della suburbia londinese; i baronetti del conformismo pop contro le anime dannate del rock. Un contrasto tanto artefatto (per la fortuna dei discografici) quanto mendace, se si pensa ad esempio che i Beatles erano i veri figli della working class, mentre gli Stones scaturivano dalle velleità artistiche dei rampolli irrequieti della borghesia londinese. Entrambi, poi, condividevano ambienti e gusti musicali: fu Harrison a contattare la Decca per il primo provino degli Stones, mentre i Beatles regalarono ai futuri rivali il primo singolo; entrambi scivolarono negli eccessi e nelle droghe, inseguirono le sorgenti della musica americana, la psichedelia e l’utopia hippie, la contestazione e la stardom. Eppure, quello tra il quartetto di Liverpool e il quintetto di Londra resterà per sempre il più celebre dualismo della storia del rock. La musica dei Rolling Stones affondava le radici nel blues inquieto di Robert Johnson, John Lee Hooker, Bo Diddley, e in un sano “rollare” di marca Presley & Holly; ma fu il modo in cui si avvicinarono a questo tipo di musicalità a provocare l’iniziale sdegno dei perbenisti. Rock “stradaiolo”, in tutto e per tutto: nella melodia, nel look, e nel loro stesso stile di vita. Uno stile sublimato dalla stessa figura del frontman, Mick Jagger, satiro sguaiato e lascivo, capace di esprimere tutte le nevrosi e le lusinghe del rocker, in una rivisitazione animalesca della figura del crooner soul. PUBBLICITÀ Provocatori per natura e per divertimento, i Rolling Stones esaltarono il loro spirito basilare fino a farlo divenire un autentico fatto di costume, ribellandosi agli stilemi imperanti, impomatati di tradizionalismo e bigottismo. Infarcivano i loro testi di un depravato senso di giovanilismo, riuscendo a essere perfettamente credibili in quelle storie ribollenti di eccessi, perché molte volte i personaggi principali di quelle storie erano loro stessi. Il loro era un linguaggio diretto, senza molti abbellimenti stilistici, ma in quelle parole si riconoscevano tutti quei giovani che si sentivano imprigionati nell’asfittica società dell’epoca. Il parlare di esperienze sessuali ai limiti (e al di là) della pornografia, il teppismo urbano, i lucidi e drammatici racconti di vita avvelenata in squallide camere ospedaliere, o ancora, e più semplicemente, il raccontarsi all’insegna del divertimento, con la sfrenata bramosia di farlo ora, adesso e subito, non erano altro che l’invocazione di chi voleva evadere dal grigiore quotidiano. La musica stoned non è mai stata particolarmente elegante dal punto tecnico, era una costruzione sonora poggiante su riff ripetuti all’infinito: pochi accordi e scarsa attenzione verso certe spettacolarità tecnico/strumentali. Eppure ogni strumento era un piccolo show: la batteria marziale e slanciata di Watts, la chitarra ruggente e sinuosa di Richards, il cantato black lussurioso di Jagger, il basso cavernoso di Wyman; in più, nella prima fase, il genio eclettico di Jones, capace di esplorare i suoni dell’organo, del dulcimer, del sitar e dei flauti dolci. Lascereste che vostra figlia uscisse con uno degli Stones? (Andrew Loog Oldham) Heart of Stones Il primo nucleo della band si costituisce a Londra agli inizi degli anni 60, quando il cantante Michael Phillip “Mick” Jagger (1943, Dartford, Gran Bretagna) e il chitarrista Keith Richards (1943, Dartford, Gran Bretagna), compagni di scuola fin dalle elementari e già insieme sotto lo pseudonimo di Nanker & Phelge, formano con Dick Taylor, Bob Beckwith e Allen Etherington i Little Boy Blue And The Blue Boys, uno dei tanti gruppi ispirati al blues di Chicago. All’organico si aggiunge subito il polistrumentista Brian Jones (Lewis Brian Hopkins-Jones, 1942, Cheltenham, Gran Bretagna). Jagger e Richards sostituiscono gli altri tre con il chitarrista Geoff Bradford, il pianista Ian Stewart e i batteristi Tony Chapman e Mick Avory (quest’ultimo poi confluito nei Kinks). Brian Jones – Rolling StonesNella prima fase della storia, l’anima degli Stones è Brian Jones. Dotato di un prodigioso talento per la musica (fin da ragazzino sapeva già suonare di tutto, dall’organo al sassofono, e coltivava una passione sfrenata per gli spartiti jazz di Charlie Parker), Jones vantava anche il curioso primato di aver concepito ben sei figli da altrettante ragazze nell’arco di un decennio (il primo a quindici anni). Inguaribile provocatore e anticonformista, capelli lunghi e sguardo impertinente, incarnava in tutto e per tutto la figura del rocker dannato, cresciuto “on the road”. Il debutto della band avviene il 12 luglio 1962 in uno dei templi del rock: il Marquee di Londra. Nel frattempo, si uniscono al nucleo originario Bill Wyman (William Perks, 1936, Londra), ex-bassista dei Cliftons, e Charlie Watts (1941, Islington, Gran Bretagna), batterista della Blues Incorporated di Alexis Korner. Ribattezzatisi The Rolling Stones (da una celebre canzone di Muddy Waters), attirano l’attenzione del manager Andrew Loog Oldham, che procura loro un contratto con la Decca ed estromette dalla formazione Stewart, che diventerà road manager del gruppo e membro aggiunto. Sarà proprio Oldham a coniare il celebre slogan “Lascereste che vostra figlia uscisse con uno degli Stones?”. La musica dei Rolling Stones è impudente e selvaggia come la loro immagine. E attinge alle sorgenti blues del rock’n’roll. Il primo singolo, “Come On” (1963), è la cover

Genesis

The history of… Siamo a metà degli anni 60, la Charterhouse è una prestigiosa scuola privata nei dintorni di Londra, una di quelle istituzioni tutte disciplina e “sani principi” dove i ragazzi imparano a cavarsela nel “modo inglese”. Il nucleo originario dei Genesis nasce qui, dove le agiate famiglie di Peter Gabriel, Anthony Banks, Anthony Phillips e Michael Rutherford li spediscono a svolgere i loro studi superiori. Gabriel e Banks cominciano a strimpellare al piano della scuola e comporre canzoni, e ben presto quei ragazzi iniziano a vedere nella musica il loro futuro. Dopo qualche tentativo con gruppetti distinti, si formano i Genesis.La prima svolta arriva con Jonathan King, un cantante e produttore pop inglese piuttosto affermato nella seconda metà dei 60, a sua volta ex allievo della Charterhouse, il quale prende in simpatia i Genesis e li porta a firmare il loro primo contratto, veramente assurdo per dei ragazzini di 16 anni, di cinque anni con opzione per altri cinque (durata poi drasticamente ridotta per intervento dei genitori), e a incidere il loro primo album, From Genesis To Revelation, un concept basato sul Vecchio Testamento, su suggerimento dello stesso King. Decisamente il tutto è un passo troppo lungo per degli ancora ingenui studenti, che all’epoca sono Peter Gabriel (voce), Anthony Phillips (chitarra), John Silver e in due pezzi Cris Stewart (batteria), Anthony Banks (tastiere), e Michael Rutherford (basso e chitarra). Il disco è a tratti classicheggiante a tratti pop per la pesante influenza di King, ha qualche lato interessante, conoscendo gli sviluppi futuri, ma è a dir poco acerbo. E’ fatto di molte canzoni brevissime e semplici, ma infarcite di arrangiamenti pomposi con archi e tromboni, tutt’altra cosa rispetto a quello che verrà. Il disco esce per la Decca nel marzo del 1969, e viene pressoché ignorato da tutti. King perde interesse nei Genesis con l’aumentare della complessità delle loro composizioni e il gruppo si ritrova solo, ma non senza entusiasmo. Rifiutando aiuti economici significativi dalle famiglie, si arrabatta a sopravvivere. Il periodo per i ragazzi è economicamente tragico (qualcuno che è loro vicino all’epoca dirà: “Avevo l’impressione che saltassero i pasti”) e con l’ingresso del nuovo batterista John Mayhew le magre entrate dei primi concerti si rivelano una boccata di ossigeno.E’ proprio in questa fase che attraverso piccoli aggiustamenti e un enorme lavoro, provando e riprovando, i Genesis mettono a punto quello che sarà uno dei loro punti di forza, ovvero la performance dal vivo, non tanto con atteggiamenti spavaldi da rockstar, quanto imparando a creare un’atmosfera capace di coinvolgere il pubblico gradualmente per farlo entrare nella loro musica, che è quello che realmente vogliono con più intensità. I giovanissimi Genesis (all’epoca tutti intorno ai vent’anni) non si fidano praticamente di nessuno nell’ambiente finché non fanno il colpo grosso entrando nel cuore di Tony Stratton-Smith, padre-padrone della Charisma, una giovane ma già importante etichetta progressive, che nel giro di un paio di settimane li mette sotto contratto e, dunque, in condizione di registrare un nuovo album. Trespass (ottobre 1970) è un disco per molti versi ancora di transizione, ma è un enorme salto rispetto al precedente. Si incominciano a vedere sostanziose tracce della personalità del gruppo. Nell’album si distinguono “Visions Of Angels”, per l’epicità da “gran finale” classico che ritroveremo in composizioni degli album successivi, “Stagnation” per la morbidezza acustica, “The Knife”, che si discosta molto dal resto, per la forza d’impatto “rock” con il suo attacco violento e la forte carica ritmica, e sarà la chiusura di tutti i concerti a venire dell’era Gabriel.Subito dopo le registrazioni, Antony Phillips, uno dei principali compositori del gruppo (“The Knife” è sua), lascia: “Eravamo solo un pugno di perfezionisti. (…) La musica era diventata la fonte della mia più profonda sofferenza”. L’abbandono dell’amico è un brutto colpo, ma, come accade nelle migliori storie, il gruppo riesce a cogliere l’occasione per fare invece un decisivo balzo in avanti, decidendo di cambiare anche il batterista. Attraverso un annuncio sul Melody Maker, viene reclutato ai tamburi Phil Collins. Egli ha già una lunghissima esperienza nel mondo dello spettacolo, essendoci dentro fin da bambino come attore in pubblicità televisive e in teatro dapprima, nel rock poi come membro di alcuni gruppi sempre sul punto di farcela e poi regolarmente crollati. Dopo poco tempo, contattano un chitarrista-compositore in cerca di un gruppo che ha messo un annuncio sulla stessa rivista. E’ Steve Hackett, il quale, dopo aver ascoltato Trespass e assistito a un concerto, resta favorevolmente colpito. Furbescamente fa andare i Genesis direttamente a casa sua, in mezzo a tutti “i suoi aggeggi” e li impressiona al punto che, senza sentire nessun altro, decidono di prenderlo. Il primo impatto per il giovanissimo Steve non è affatto facile. La perfezione sonora che i Genesis vogliono raggiungere sul palco è ben lontana dal realizzarsi a causa dei limiti alla strumentazione, e i concerti sono spesso funestati da problemi tecnici, ma ciononostante la cosa lentamente ingrana e il gruppo comincia a crescere. Arriva così nel gennaio ’71 una tournée collettiva della Charisma, organizzata da Stratton-Smith per lanciare i suoi gruppi più promettenti: Van Der Graaf Generator, Lindisfarne e naturalmente Genesis. I nostri sono ovviamente l’ultima ruota del carro. Attraverso le nove date del tour, però, le cose cambiano e i Genesis esplodono, relegando gli altri al ruolo di inseguitori incapaci di tener loro dietro, come ammette lo stesso Peter Hammill: “Ognuno cercava di far meglio degli altri ogni sera, ma a un tratto diventò impossibile far meglio di loro”. Nel giugno ’71, durante un concerto, Peter Gabriel saltando dal palco sul pubblico (una cosa che riprenderà con meno violenza nella sua carriera solista) si frattura una gamba, provocando l’interruzione della tournée, così i nostri si dedicano a composizioni e prove, il che torna loro molto utile sia per affiatarsi con i due nuovi membri sia in vista dell’imminente album successivo. Nursery Cryme esce nel novembre ’71, ed è un disco fondamentale per i Genesis, perché per la prima volta emerge chiaramente lo standard del gruppo in fatto di composizione e articolazione dei pezzi, si definisce “lo stile

The Beatles

The history of… A passeggio per Abbey Road Londra, 8 agosto 1969. Ci sono quattro uomini che stanno attraversando una strada, camminando in fila indiana su un attraversamento pedonale a forma di zebra. Si chiamano John, Ringo, Paul e George e hanno messo in piedi da un po’ di tempo una band. Al fotografo di questa band sono stati concessi appena dieci minuti per immortalare una camminata e un preciso istante nella storia della musica rock. Qualche giorno in più e si terrà a Woodstock un festival cruciale, seguito a ruota dalle incendiarie esibizioni dell’Isola di Wight. Un altro gruppo britannico, i Rolling Stones, sta elettrizzando i propri fan con il singolo “Honky Tonk Woman”. A luglio, è uscito un singolo, “Give Peace A Chance”, che ha messo in moto la gigantesca macchina dell’utopia e della pace di un supergruppo con il dio della chitarra elettrica Eric Clapton e il folle del rullante Keith Moon. A formarlo, il sodalizio artistico-sessuale tra l’avanguardista del Sol Levante Yoko Ono e il primo uomo dell’attraversamento pedonale, John. L’8 agosto del 1969, John è alla testa dei suoi, vestito completamente di bianco, con lunghi capelli castani e inconfondibili occhiali tondeggianti. Sembra un profeta, un Gesù Cristo dei suoi tempi. In effetti lo è. Più famoso addirittura. È seguito dal secondo uomo, Ringo, vestito interamente di nero, come un becchino del charleston. C’è infatti una leggenda fiorita negli anni a seguire, che vede il terzo uomo, Paul, sostituito da un sosia, un bassista e chitarrista mancino perfettamente identico. Sarà questo sosia, quasi un anno dopo, ad annunciare pubblicamente la definitiva rottura del giocattolo psichedelico. Tra le cause emerse negli anni, la presenza della stessa Ono, la morte del collante naturale Brian Epstein, le divergenze artistiche sempre più marcate tra John il profeta e Paul il sosia. La targa di un Wolkswagen “Beetle” parcheggiato lungo il marciapiede recita: LMW 28IF. Vedova Linda McCartney, 28 anni se lui fosse ancora vivo. Di morte si parlerà appena un giorno dopo, quando la setta di Charles Manson massacrerà l’attrice Sharon Tate. Al ritmo dell’inno “Helter Skelter”, scritta in particolare proprio da Paul McCartney. Infine, il gravedigger, l’uomo che scaverà a breve la fossa, George. George ha iniziato a scrivere canzoni sempre più belle, come “Something” e “Here Comes The Sun”, abbandonando il ruolo di semplice chitarrista taciturno, introverso e scarsamente dedito alle luci della ribalta. Un motivo in più per uno scioglimento che ha fatto tremare l’intero panorama della musica popolare. L’attraversamento pedonale a forma di zebra è stato sgombrato, Paul, John, Ringo e George sono stati sepolti sotto il peso della loro stessa leggenda. The Quarrymen: crescere a Liverpool… John Lennon e Paul McCartney incrociano le proprie giovani esistenze all’inizio di luglio dell’anno 1957. Avviene a una festa organizzata dalla chiesa di San Pietro, a Woolton, sobborgo di Liverpool. John Lennon ha sedici anni e milita in un gruppo di musica skiffle chiamato The Quarrymen. McCartney di anni ne ha solo quattordici, ma sa già accordare una chitarra e conosce bene gli accordi. Viene immediatamente arruolato nei Quarrymen. John Winston Lennon nasce il 9 ottobre del 1940 in una Liverpool tempestata da continui bombardamenti aerei. Suo padre, Alfred “Freddie” Lennon, fa il marinaio e decide di imbarcarsi subito dopo la nascita del figlio. A casa non torna quasi mai, lasciando la crescita del piccolo John alla madre Julia Stanley e alle sue quattro sorelle maggiori. Julia però ama la vita mondana, trascorrendo molte serate nei pub di Liverpool, e questo la porta ad affidare John alla zia Mimi Smith, perché lo allevi. Successivamente, Freddie Lennon torna a Liverpool, apprendendo dalle labbra della moglie la fine del suo matrimonio. Decide quindi di portarsi il piccolo John in vacanza a Blackpool e quando Julia non lo vede tornare il giorno prestabilito, decide di andarselo a riprendere. A questo punto al giovane Lennon appare un traumatico interrogativo: stare con Freddie o con Julia. John sceglie la madre, ma viene immediatamente riportato dalla zia Mimi, più rigida e autoritaria, che lo farà crescere come una madre vera fino ai diciotto anni. Nella casa di zia Mimi e zio George, John cresce in maniera piuttosto agiata, nutrendo la sua acuta intelligenza, prima alla Dovedale Elementary School e poi alla Quarry Bank Grammar School. Il giovane Lennon legge Lewis Carroll e Edgar Allan Poe, immischiandosi in numerose risse e mantenendo un atteggiamento di scherno nei confronti delle autorità scolastiche. Nel settembre del 1955 esce il singolo “Rock Around The Clock” di Bill Haley, che trasporta a gran velocità il fuoco della nuova musica ai due lati dell’oceano. John rimane folgorato sulla via di Elvis Presley e Little Richard. A Liverpool deflagra la mania dello skiffle, mistura tra folk nero e galoppi country & western. Gli adolescenti di quindici anni come John iniziano a vestirsi come teddy boy, con pantaloni a tubo e giacche di velluto. Julia Lennon insegna al figlio qualche accordo al banjo, spingendolo a formare un gruppo con l’amico Pete Shotton: The Quarrymen. E qui si giunge al luglio del 1957, quindi all’inizio della storia. Ma ci sono Paul e George. James Paul McCartney nasce il 18 giugno del 1942 in una Liverpool ormai esentata dai continui bombardamenti notturni. Il piccolo viene sollevato dalle braccia del padre Jim per l’affetto della madre Mary Mohan. Jim McCartney fa il rappresentante di cotone, ma dopo la guerra il mercato scende drasticamente, obbligando la madre Mary a tornare al suo lavoro di infermiera. Il giovane Paul inizia a frequentare il Liverpool Institute, diventando subito un beniamino di compagni e docenti per il suo modo di fare estroso e brillante. Il suo carattere non viene scalfito nemmeno dalla morte della madre Mary nel 1956 per un tumore al seno. Il giovane Paul ha la fortuna di provenire comunque da una famiglia solida e dedita alla musica. Inizia a suonare la chitarra da mancino, imparando a memoria testi e accordi, tra cui quelli fondamentali del rock and roll, di Eddie Cochran o di Elvis Presley. Paul

History of Pink Floyd Ch.8

I nuovi Pink Floyd Il contratto prevedeva che dalla colonna sonora del film si traesse un album con le nuove composizioni, ma il materiale non era sufficiente per un disco che potesse soddisfare. Waters in quel periodo era ispirato dalla ritorsione militare inglese contro l’Argentina per il controllo delle Isole Falkland ed aveva scritto ed inciso nuove composizioni circa quel conflitto praticamente senza mai consultarsi con  i compagni. Fu una deviazione decisiva dalla normale linea di condotta e, alla luce anche della recente uscita dal gruppo di Wright, parve che Waters avesse assunto l’assoluta responsabilità del gruppo. Nel maggio del 1983 esce The final cut e per i PINK FLOYD iniziò il periodo più turbolento della loro storia. Con The final cut si arrivò al punto che Waters non ne voleva neanche sapere del materiale presentato da ciascun altro, l’impressione fu che quella democrazia che aveva sempre caratterizzato l’interno del gruppo fosse ormai terminata. Waters stesso ammise che fu un periodo sgradevole dove la faceva da padrone il sentimento di riluttanza nei confronti del resto della band, in particolare David Gilmour che non volle mai sottomettersi alla sua autorità. Accettò solo di suonare rinunciando a tutti i crediti di produzione, solo per semplificarsi la vita. Tutto ciò garantì a Waters un potere che, oltre al suo smisurato ego, lo lasciava libero di agire come se i compagni fossero solo delle mani prese in prestito. La stessa copertina dell’album fu sotto il controllo artistico di Roger ed alla fine The final cut venne fuori come una specie di Requiem dedicato al padre, Eric Fletcher Waters e se non altro diede finalmente pace al suo fantasma. Fu l’album meno venduto del gruppo e non entrò neanche tra i primi 5 e Gilmour ci tenne a sottolineare che il materiale era molto scadente rispetto ai precedenti album data la mancanza dello sforzo unitario del gruppo. Non avendo alcuna intenzione di portare l’album in Tour, la band era ora in vacanza permanente. L’assenza del nome di Richard Wright dalla copertina e la mancata tournèe alimentò in maniera crescente la convinzione che i PINK FLOYD si fossero ormai sciolti e lo stesso nome dato al disco “Il taglio finale”, fu considerato come il segnale della definitiva uscita di Roger Waters dal gruppo. All’insaputa del grande pubblico, Roger Waters aveva tecnicamente dato le dimissioni alla fine del 1985. La EMI e la CBS Records furono avvertite tramite un comunicato che l’artista riteneva la Band esaurita e che non avrebbe più inciso dischi con Gilmour e Mason o chiunque altro con il nome PINK FLOYD, lasciando intendere che gli altri non possedessero le qualità per andare avanti da soli. Circa un anno dopo, ad un incontro di routine della Pink Floyd Music Ltd, venne a sapere che David Gilmour e Nick Mason avevano aperto  un nuovo conto corrente dove far transitare le spese e gli incassi per quello che veniva definito come “il nuovo progetto PINK FLOYD”. Waters ne rimase profondamente offeso ed avviò un procedimento legale per determinare la natura del sodalizio dei Pink Floyd. Il 31 ottobre 1986 si aprì il processo, che nella speranza di Waters, avrebbe fatto valere la sua tesi: lui era l’autore della maggior parte delle canzoni del gruppo, dunque aveva il diritto di impedire agli altri lo sfruttamento del nome PINK FLOYD a fini commerciali. In pochi giorni tutti i quotidiani strillarono la notizia dello scioglimento del gruppo, ma Gilmour e Mason risposero tramite un comunicato stampa rilasciato dalla casa discografica “I Pink Floyd sono vivi ed in ottima salute e stanno registrando in Inghilterra”. Da parte sua, Gilmour affrontò di mala voglia l’azione legale: “Penso sia abbastanza inutile dopo aver passato moltissimi anni insieme raggiungendo grandi traguardi. E’ un peccato, certo, quando qualcuno vuole andarsene, ma ciascuno è libero di fare ciò che vuole e questa è una sua decisione. Quello che è triste e inutile in questa storia è cercare di impedire a qualcun altro di portare avanti i suoi legittimi progetti in campo artistico e commerciale.” Alla fine Roger Waters abbandonò l’azione legale e concesse a Gilmour di continuare ad usare il nome Pink Floyd. Gilmour e Mason, che avevano già cominciato a registrare nell’autunno del 1986, erano convinti di poter realizzare un nuovo album piuttosto che portare in giro uno show di Greatest Hits e questa si rivelò una mossa azzeccata dato che il disco che ne venne fuori ben presto divenne un Best Seller mondiale. A momentary lapse of reason uscì nel settembre 1987, fu prodotto da Bob Ezrin e fu il primo album in 14 anni a non seguire una strada “concettuale”. L’idea del “concept album” fu tentata per parecchio tempo, furono arruolati il poeta inglese Roger McGough e la compositrice canadese Carole Pope nella speranza di dare al materiale composto una forma unitaria, ma alla fine l’idea venne abbandonata in favore di un approccio più convenzionale con canzoni non legate tra loro tematicamente. Quanto a Richard Wright, l’idea di tornare a suonare (come membro ufficiale e non come session man) con il gruppo, piacque molto anche se successivamente per ragioni legali non potè essere reintegrato ufficialmente nei PINK FLOYD. Ovviamente dopo l’uscita dell’album non mancarono le velenose critiche di Waters, il quale accusò Gilmour di aver accredito un gran numero di musicisti per portare a termine l’opera. Gilmour s’infuriò ricordando a Waters che era talmente egoista che ogni volta, dopo l’uscita di un album, dimenticava l’importantissimo apporto creativo offerto non dando crediti a nessuno:l’importante era che il lavoro fosse portato a termine. Alcuni pezzi di Animals suonati quasi esclusivamente da Gilmour oppure un paio di brani di The Wall composti da Ezrin, ma alla fine l’intero lavoro era firmato esclusivamente da Roger Waters. Per completare il “rientro” in tutti i suoi aspetti, Gilmour mise in piedi una produzione sbalorditiva allo scopo di ricreare quello show che tanto li rese famosi. Con Mason investirono di tasca propria circa 3 milioni di dollari, ma trovare un promoter e un agente che se la sentissero di assumersi un rischio quasi pari al loro si rivelò più difficile del

History of Pink Floyd Ch.7

La nascita del “muro” Molto probabilmente il successo crescente di The dark side of the moon aveva messo in crisi i PINK FLOYD, come se pervasi da un senso di appagamento non sapevano come e su cosa realizzare un nuovo album. La casa discografica faceva enormi pressioni sul gruppo e dopo un lungo periodo di vacanza, intervallato da alcune tournèe, lunedì 13 gennaio 1975 i PINK FLOYD fecero il loro ingresso nel rinnovatissimo Studio 3 della EMI ad Abbey Road per cominciare le registrazioni del loro settimo album in studio. Gli impegni concertistici del gruppo rallentarono di molto i lavori in studio e l’uscita del disco slittò a settembre. Il tour americano fu annunciato a marzo e nelle sette maggiori città toccate dalla tournèe i biglietti andarono esauriti nell’arco di un solo giorno. I fans americani furono i primi testimoni dell’impatto scenico del nuovo spettacolo: oltre 30 tonnellate di attrezzature arrivarono via mare e viaggiò da una città all’altra con un convoglio di autoarticolati. Tutto funzionava a meraviglia per gli spettacoli al coperto, ma qualche serio problema intervenne a giugno quando sulla East Coast i concerti erano previsti all’aperto. Il loro palco era di piccole dimensioni rispetto agli immensi spazi degli stadi e per incrementare l’impatto visivo, il gruppo si rivolse a Mark Fisher e Jonathan Park, due stimati architetti di base a Londra esperti in strutture pneumatiche gonfiabili e mobili. I due progettarono una piramide enorme che avrebbe volato sopra il palco riflettendo i raggi luminosi. Messa a punto in tempi record, la struttura fece il suo volo inaugurale il 20 giugno al colossale Three Rivers Stadium di Pittsburgh, sesta data del tour. La piramide, 4,5 metri di altezza per 4,5 di base, venne lanciata dal fondo del palco agganciata a delle guide, ma poi il vento la soffiò via facendo staccare le funi che la reggevano ed alla fine si andò a schiantare su un parcheggio limitrofo allo stadio, per la grande gioia dei fans che la fecero a pezzettini a titolo di souvenir. Oltre al pieno successo, il tour viene ricordato anche per la mano pesante dei poliziotti che alla fine misero le manette a più di 500 fans considerando lo spettacolo come un “festival illegale dell’erba”. Com’era prevedibile la stampa non ci andò tanto per il sottile, evidenziando la cronaca rispetto alla performance e lo stesso fu in Inghilterra che prese lo spunto per evidenziare di trascurare troppo il loro paese di origine. Il mercato americano aveva delle risorse di gran lunga maggiori rispetto a quello Europeo e rendeva il tour molto più remunerativo, ma denaro a parte la tournèe americana raffreddò gli umori dei quattro. Dopo The dark side of the moon si iniziarono a rendere conto che erano divenuti ostaggi dell’industria discografica e tornare indietro non era possibile. Tale era l’entusiasmo dei fans ed il loro rumoroso sostegno, che seguire un loro concerto era come assistere alla finale di un Mondiale in terra propria. Il senso di alienazione portò a Roger Waters un profondo turbamento che disse: “Ho ripensato a quel malessere del cazzo provato durante l’ultimo tour americano, di fronte a quelle migliaia e migliaia di ragazzi ubriachi che si scannavano a vicenda. Mi sentivo male, non aveva nulla a che fare con noi e con la nostra musica, credo che tra noi e loro non ci fosse alcun punto di contatto.” Le case discografiche premevano affinchè il nuovo album fosse all’altezza del precedente, ma in verità il loro cuore era da un’altra parte. Furono addirittura vicini allo scioglimento. Si aveva come l’impressione che the dark side of the moon avesse esaurito la loro energia creativa e che le loro ambizioni erano state di gran lunga soddisfatte. Lavorarono sodo in studio quasi incuranti del senso di tedio che li opprimeva, cercando di continuare ad essere i PINK FLOYD. Nessuno di loro si guardava negli occhi e si andò avanti in una fredda atmosfera. Il materiale a disposizione era comunque buono, durante gli ultimi tour avevano già provato la nuova suite Shine on ed altri 2 inediti, Raving and drooling e Gotta be crazy (che nel successivo album Animals divennero rispettivamente Sheep e Pigs on the wing Pt.1) mancava giusto un ponte che collegasse le 2 parti. Così nacquero Welcome to the machine, Have a cigar e Wish you were here. Si narra anche di un ultimo incidente occorso durante la registrazione di Shine on, divunuta nel frattempo Shine on you crazy diamond, ovvero l’improvvisa apparizione di Syd Barrett negli studi, ma nessuno lo riconobbe, totalmente rasato, in notevole sovrappeso ed alquanto trasandato venne scambiato per il custode, disse loro qualche parola stentata e se ne andò. Fu l’ultima volta che lo videro. “Mi dispiace molto per Syd e non nego la sua importanza, senza di lui il gruppo non sarebbe mai esistito, ma con lui non si poteva andare avanti. Non so quanto sia stato importante nella storia del Rock, ma lo è stato moltissimo nella storia dei PINK FLOYD.” Così ammise Waters e Shine on you crazy diamond ne era l’ennesima dimostrazione, anche se non parla in prima persona di Syd, ma racconta di come la gente fronteggi la tristezza della vita quotidiana rifugiandosi sempre più in stati di totale alienazione. Il 15 settembre 1975 esce Wish you were here che in un mese schizzò in vetta alle classifiche da una sponda all’altra dell’Atlantico. Le case discografiche tirarono un sospiro di sollievo: i loro investimenti erano stati ripagati. Il predominio crescente di Waters all’interno del gruppoaveva iniziato a creare le prime spaccature e Wright, di carattere più riservato degli altri, fu quello che ne risentì maggiormente. “Gran parte della musica di quel periodo non mi piaceva proprio e non lottai per inserire qualcosa di mio, suonai e basta. La band stava cominciando a diventare vittima di un solo ego…” Nel 1976 i PINK FLOYD si ritirarono nel nuovissimo studio di registrazione fatto costruire in una chiesa riadattata a Britannia Row, Islington, nel nord di Londra. In Inghilterra, malgrado un’economia forte ed un alto tasso di

History of Pink Floyd Ch.6

La realizzazione di un sogno Il 1973 è un anno fondamentale per i PINK FLOYD. Il 24 marzo viene pubblicato il loro ultimo album The dark side of the moon, preceduto da un tour promozionale in Canada e in America. Ovunque il disco è accolto con grande entusiasmo e rappresenta la definitiva consacrazione dei Pink Floyd negli Stati Uniti. Da buon complesso underground inglese improvvisamente si trovano a suonare in posti stracolmi di persone impazzite. I brani incisi sul vinile erano stati per 6 mesi eseguiti dal vivo in moltissime occasioni e ciò permise al gruppo di affinarli sempre di più fino a renderli perfetti. The dark side of the moon rappresenta il massimo livello di aspirazione musicale mai raggiunto dal gruppo, il filo conduttore è incentrato soprattutto sulle pressioni della vita moderna che possono condurre alla pazzia. Il lato oscuro riguarda qualcosa che succede dentro la nostra testa, è il nostro subconscio, la parte sconosciuta di noi. I Pink Floyd riscoprono una linea melodica più accessibile con l’immissione di nuove voci musicali, delle coriste, del sassofono e del sintetizzatore VCS3. Inizialmente    nessuno    si    riuscì    a spiegare il fulmineo successo, dato che l’approccio all’album non fu diverso dai precedenti se non per il fatto che si trattasse di un Concept Album ovvero possedeva per la prima volta un unico filo conduttore che univa entrambe le facciate, il battito del cuore che apre e chiude il disco come allusione alla condizione umana che attraverso la musica descrive tutte le emozioni di una vita. Il disco si apre con uno strumentale di Nick Mason, Speak to me, uno strano montaggio di varie registrazioni incentrate sui rumori del mondo moderno. Il cuore che batte misto all’annuncio dei vari motivi quali il denaro, l’uomo che follemente ride danno l’apertura alla dolce atmosfera di Breathe, composizione tipicamente Floydiana che a tratti si trova anche in Time. Time nasce magicamente: dopo una serie di effetti alle tastiere, una serie improvvisa di suoni di campanelli, pendoli e suonerie varie, introducono al tempo scandito dalle percussioni di Mason. Mentre il cuore continua a battere fra passi che fuggono i Pink Floyd ci dicono: “Scorrono via i minuti che riempiono un giorno noioso. Sciupi e sprechi le ore per strade fuorimano, vagando nello stesso angolo della tua città, aspettando che qualcuno o qualcosa ti dica cosa fare”. La prima facciata si chiude con la stupenda composizione di Wright The great gig in the sky, una delle più belle performance vocali degli anni ’70, la “donna” c’è e reclama la sua parte. La seconda facciata si apre con Money, un brano in cui Waters denuncia i pericoli e le seduzioni del denaro, il denaro ride e così l’uomo che lo possiede. Us and them originariamente fu scritta per la colonna sonora di Zabriskie Point, ma non essendo stata utilizzata ha trovato spazio in questo album rivelandosi come uno dei pezzi fondamentali di questo disco. Dopo la strumentale Any colour you like, Brian Damage, un omaggio che Waters ha voluto rendere a Syd Barrett, come si evidenzia nelle ultime strofe del brano: “…e se la tua orchestra comincia a suonare canzoni diverse, allora ti vedrò sulla faccia scura della luna.” Syd Barrett continua ad abitare solo nel proprio mondo ed insieme a lui sono depositati non solo i suoi sentimenti, ma anche quelli dei PINK FLOYD. La costruzione musicale dell’intero album è ribadita nella finale Eclipse, un brano che in sostenuto crescendo sonoro, ripropone tutte le idee enunciate negli altri pezzi. The dark side of the moon alla fine dell’anno 1973 aveva raggiunto in Gran Bretagna le 700.000 copie vendute e ad oggi è il disco dei PINK FLOYD che ha venduto il maggior numero di copie, circa 25 milioni restando nelle classifiche per 8 anni, un caso unico nella storia della musica Rock. Tutti i sogni si erano realizzati. Related posts: History of Pink Floyd Ch.1 History of Pink Floyd Ch.2 History of Pink Floyd Ch.3 History of Pink Floyd Ch.4 History of Pink Floyd Ch.5

Apparizioni e rivelazioni

Il 13 maggio 1917, mentre pascolavano un piccolo gregge a Cova da Iria, presso Fatima (diocesi di Leiria – Portogallo), Lucia dos Santos di 10 anni, e i suoi cuginetti Francesco di 9 anni e Giacinta Marto di 7 anni, videro una luce accecante. Pensando ad un lampo e all’approssimarsi di un temporale, fuggirono. Ma furono fermati da “una Signora più splendente del sole”, che reggeva tra le mani un rosario bianco. “Pregate e tornate qui ogni mese, per 5 mesi, il giorno 13” annunciò la Madonna. Il secondo consistette nelle seguenti parole della Madonna: “la Russia si convertirà”. I 2 annunci furono fatti durante l’apparizione del 13 luglio 1917, la terza delle sei succedutesi in quel terribile anno in cui infuriava su tutti i fronti d’Europa, la 1° guerra mondiale. Quello che comunemente viene citato come 3° segreto, in realtà è una parte molto ben celata del del secondo annuncio. Ma cosa dissero i pastorelli? Naturalmente raccontarono tutto . A cominciare dai loro genitori e dagli altri bambini del paese. La notizia si sparse,dapprima a Fatima poi nelle località vicine. Le apparizioni si susseguirono puntualmente il giorno 13 giugno ed il giorno 13 luglio. A questo punto, specie per l’annuncio di una seconda guerra  ancora più terribile di quella in corso, la vicenda finì su tutti i giornali del mondo. Giornalisti arrivarono da ogni paese. I tre ragazzini furono sospettati di mentire, picchiati e persino arrestati. Il 13 agosto erano in prigione. La Madonna apparve loro mentre erano tornati a pascolare il giorno 19. Le ultime 2 apparizioni avvennero il 13 settembre ed il 13 ottobre. Quest’ultima di fronte a una moltitudine di ogni razza e lingua. Fu in questa circostanza che avvenne lo straordinario e terrificante “miracolo del sole”. Il miracolo del sole è importante perchè si verificò di fronte ai giornalisti di tutto il mondo, credenti e non, e tutti lo videro. La piccola Lucia dos Santos aveva più volte supplicato la Madonna di fare un miracolo per aiutarla a provare che lei e i suoi due cuginetti, Francesco e Giacinta Marto non mentivano quando raccontavano delle visioni. Ecco come lo descrisse l’insigne mariologo Joaquim Maria Alonso, laureato in teologia all’Università Gregoriana di Roma e perito del Concilio Vaticano II: Lucia indicò il sole istintivamente e gridò alla gente: “guardate il sole!” Fu allora che si produsse il miracolo promesso. Il cielo, che era rimasto coperto di nuvole nere, si aprì e apparve il sole. Questo prese forma e colore di un disco scuro e argentato che non feriva la vista. Allo stesso tempo iniziò a danzare vertiginosamente su se stesso, come una ruota di un fuoco d’artificio e per tre volte scese fino all’altezza dell’orizzonte, minacciando di cadere sopra la terra. Il sole proiettava i diversi colori dell’arcobaleno che si riflettevano nell’aria, terra, piante e persone. Lo spettacolo durò circa un quarto d’ora. La moltitudine assisteva terrorizzata: piangeva, gridava, invocava la misericordia di Dio e della Madonna e chiedeva perdono dei propri peccati. L’argomento tornò in prima pagina per la prematura morte dei fratellini Marto, Francesco il 4 aprile 1919 e Giacinta il 20 febbraio 1920 entrambi per una polmonite fulminante. Lucia si fece suora dorotea, venne inviata in Spagna, ebbe nuove visioni che riferì puntualmente all’autorità ecclesiastica. Il 13 giugno 1929, nel convento spagnolo di Tuy, la Madonna le disse: “E’ giunto il momento che il Santo Padre consacri solennemente la Russia al mio Cuore Immacolato affinchè essa non continui a spargere i suoi errori nel mondo”. Lucia riferì la richiesta della Vergine ai superiori ecclesiastici. Nel 1938 e nel 1941 fu richiesta dal suo Vescovo di scrivere le sue memorie, che vennero pubblicate. Dal 25 marzo 1948 è suora di clausura nel Carmelo di Coimbra.   Related posts: The Beatles Genesis Rolling Stones La nascita dei Fasci Galeazzo Ciano

History of Pink Floyd Ch.5

Verso la maturità Lasciando i PINK FLOYD, Syd Barrett si era impegnato con la Harvest per incidere almeno un disco l’anno e nel gennaio del 1970 esce The madcap laughs. Pur disponendo di ottimi musicisti, Syd aveva creato i soliti problemi di sempre lasciando per oltre un anno e mezzo tutto il materiale destinato al suo primo album da solo. Roger Waters e David Gilmour presero veramente per mano il vecchio amico e finirono di comporre con lui i titoli mancanti, partecipando fattivamente alla produzione dell’album. Dieci mesi dopo uscirà il secondo album di Syd, Barrett, questa volta prodotto da David Gilmour e Richard Wright. Ma ormai Syd si era rinchiuso completamente in se stesso e viveva lontano da tutti, solo nella sua casa di Cmbridge, con la pittura e la sua chitarra come unica amica. I PINK FLOYD hanno continuato ad avere per Syd molto più che un reale interesse, ma certo non era più possibile stargli dietro e rincorrerlo in continuazione come ai vecchi tempi, il ritmo dei quattro è divenuto ormai febbrile, nel maggio del 1970 volano in America per una turnèe e, tornati in Europa suonano il 27 giugno al Festival di Bath dove, accompagnati da un coro ed un’orchestra classica presentano la loro nuova suite Atom earth mother riscuotendo un successo enorme. Il giorno dopo volano a Rotterdam e la Atom earth mother è il primo discoloro esibizione sarà filmata dal regista Roman Polanski per un film che non uscirà mai. L’uscita di Atom earth mother è prevista per il mese di ottobre, ma prima che l’album venga immesso sul mercato, i PINK FLOYD volano di nuovo in America per un tour promozionale dove tutte le città toccate vengono tappezzate da gigantografie raffiguranti la classica mucca. Atom earth mother è il primo disco nel quale i PINK FLOYD si avvalgono di collaborazioni esterne quali Ron Geesin esperto arrangiatore e di tecniche di registrazione e sovra incisioni, nonché del tecnico del suono Alan Parsons. Partendo per gli Stati Uniti avevano lasciato a Geesin soltanto una registrazione con l’impegno di adattarci i cori e i fiati. Non si sapeva esattamente cosa volessero e neanche il titolo e fu abbastanza angosciante per Geesin portare avanti il lavoro. Ma alla fine tornati dall’America la partitura scritta da Geesin fu perfezionata con Gilmour e Wright e sottoposta a John Aldiss, l’allora direttore della migliore corale inglese, che mise a punto il tutto. A questo punto mancava solo il titolo che venne fuori da un articolo scritto su un giornale che Mason, in una delle tante riunioni, stava sfogliando: il caso di una donna tenuta in vita da un cuore atomico per permetterle di partorire. La suite, divisa in sei movimenti, è una vera e propria opera sinfonica rock, in cui si mescolano musica classica con arie che ricordano Wagner e Bach a rumori di ambiente, si percepisce come i PINK FLOYD siano amalgamati, armonizzando tutti le proprie qualità di musicisti. Vengono invitati, come ospiti di onore, al festival di Musica Classica di Montreaux ed esegue la suite di Atom earth mother insieme all’Orchestra Sinfonica di Vienna ed è la prima volta che un gruppo rock si esibisce in un concerto di musica classica, contribuendo ad uno scambio culturale di notevole impatto, portando tanta gente che ascoltava solo musica classica ad apprezzare il rock e per contro, facendo scoprire al giovane pubblico rock la musica classica. Nel 1971 i PINK FLOYD alternano una serie infinita di concerti, che li porterà anche a Roma e Milano, Giappone ed Australia, Europa ed America, ad estenuanti giornate in studio di registrazione per preparare il nuovo album. Dopo quasi undici mesi esce la loro ultima fatica, Meddle. In questo album i PINK FLOYD ritornano alle loro vecchie atmosfere, continuando però a seguire il loro cammino di evoluzione lenta e costante attraverso la sperimentazione musicale. Vengono messi da parte i cori e le orchestre sinfoniche lasciando più spazio ai rumori della natura, al cinguettio di un uccello, all’abbaiare di un cane, gli echi si rincorrono. L’idea di base usata per Atom earth mother è presente anche in questo disco ed anche qui una intera facciata è riempita da una suite: Echoes. Il lavoro discontinuo fatto durante l’anno, aveva fatto si che alcuni brani vennero composti in pochissimo tempo, ad esempio One of these days, una delle più belle canzoni scritte dai quattro, venne composta in un quarto d’ora! Mentre per Echoes furono composte 36 melodie e dopo tre settimane venne scelta quella che compose la suite, articolata in diversi movimenti come Atom Earth Mother, ma con pochissime similitudini. I primi mesi del 1972 i PINK FLOYD sono impegnati in una lunga turnèe in Gran    Bretagna    e per l’occasione utilizzano un nuovo tipo di impianto di amplificazione, con un banco di missaggio a 28 canali e un impianto quadrifonico a 360°. Tutto l’equipaggiamento dal peso di circa 10 tonnellate viaggiava su 3 autocarri e veniva montato ogni giorno da una squadra di 7 persone. Il tour tocca 10 delle maggiori città inglesi e si conclude a Londra dove per 4 serate di fila suonano al Raimbow Theatre. In questa serie di concerti, significativi di un cambio di direzione che sarà fondamentale nella carriera dei Pink Floyd, la prima parte è dedicata ai loro pezzi classici, mentre la seconda parte alle loro nuove composizioni e per l’occasione eseguono per intero tutti gli arrangiamenti che andranno a comporre l’album The dark side of the moon. Appena ultimata la turnèe inglese, i Pink Floyd si recano in Francia negli Strawberry Studios di Chateau d’Hierouville dove, dal 23 al 29 febbraio registrano il loro nuovo album Oscured by clouds, un’altra colonna sonora da film che rappresenta la testa d’ariete del mercato americano, incentrata sul risveglio spirituale di una ragazza a Papua Nuova Guinea. Chiusa questa veloce parentesi, il mastodontico tour prosegue in Giappone, Australia, Nord America ed in Europa davanti alle più vaste platee mai affrontate fino a quel momento. Il ritmo di vita dei quattro è forsennato e cominciando a da evidenti

History of Pink Floyd Ch.4

A saucerful of secret L’arrivo di Gilmour non doveva rappresentare un grosso sconvolgimento all’interno del gruppo, infatti l’idea era quella di mantenere due chitarristi: Syd e David. Barrett si sarebbe dedicato maggiormente alla composizione ed a suo piacimento poteva inserirsi nei concerti dal vivo, quindi era importante mantenere Syd nel nucleo dei Pink Floyd evitando però di ritrovarsi a suonare in tre. A David basta un mese per inserirsi alla perfezione nel repertorio del gruppo, ma a Syd l’idea di dividere il posto con un altro non piaceva affatto e fu così che il 2 marzo esce ufficialmente dal gruppo, con notevoli contestazioni da parte dei fans che non vedevano di buon occhio l’uscita del “genio”. La leadership passa a Roger Waters e Richard Wright che intendono rispettare tutti i loro impegni e soprattutto non annullare mai i concerti. Il 12 aprile esce un nuovo 45 giri It would be so nice e Julia dream, che vengono accolti con molta indifferenza. Dopo aver inciso la colonna sonora di The commitee, un film di Peter Sykes, i nuovi Pink Floyd vedono ripagate tutte le loro amarezza il 29 luglio 1968, data storica, in occasione del primo free concert organizzato ad Hide Park (dove lo stesso anno passarono anche i Rolling Stones e i Jethro Tull). Si radunarono 100.000 giovani accorsi per ascoltare la nuova formazione alla sua prima grande uscita dopo la partenza di Barrett. L’entusiasmo fu generale e non solo del pubblico, ma anche da parte della critica, con Gilmour che passa brillantemente la prova dimostrando una completa integrazione con il gruppo. Lo stesso giorno, sempre il 29 luglio, esce sul mercato il loro secondo album A saucerful of secret in cui emergono come compositori Wright e Waters, la nuova linea creativa dei Pink Floyd. Anche se questo album può ancora ricordare il periodo Barrettiano, brani come Set the control for the heart of the sun e Let there be more light, entrambi scritti da Waters, sono estremamente rappresentativi del nuovo corso. Una struttura musicale più costruita e più melodica. A saucerful of secret si chiude con Juqband Blues, una canzone di Barrett, l’ultimo contributo fisico e poetico di Syd al suo vecchio gruppo e il suo inserimento nell’Album è l’omaggio che i nuovi PINK FLOYD vogliono rendere al loro amico. A saucerful of secret rappresenta, non solo per la storia dei PINK FLOYD, ma per tutta la musica rock inglese, l’apoteosi e la fine di un’epoca, quella psichedelica. Il 1969 ed 1970 rappresentano per i PINK FLOYD due anni molto importanti, riescono ad imporsi al grande pubblico e soprattutto riescono a scrollarsi di dosso  l’ombra  di  Syd  Barrett, diventando una vera e propria istituzione musicale e sociale. Il 14 aprile 1969 fu annunciato il loro nuovo show dal lunghissimo titolo: More furious madness from the massed gadgets of auximenes alla Royal Festival Hall di Londra ed in quella occasione fu presentata la loro nuova creazione “THE MAN”, una lunga suite di circa 40 minuti ispirata alla giornata dell’uomo medio inglese. Viene usato il loro ultimo e perfezionato regolatore sonoro, l’Azimuth Co- Ordinator, che consisteva in una specie di cloche di controllo che permetteva di ruotare il suono di 360°. Al sorgere del giorno, reso in maniera eccellente non solo dal punto di vista musicale, ma anche visivo, con una grande regia di Roger Waters, segue la prima colazione del nostro eroe, il lavoro, la pausa del tè (i quattro effettivamente si siedono e prendono il tè), l’amore, raffigurato dalla sensuale chitarra di David Gilmour ed infine la notte, carica di fantasmi e di incubi, ed in quest’ultima parte della suite si scatena tutta la fantasia rappresentativa dei PINK FLOYD. Dal palco, proveniente da un fondale d’argento, appare un mostro marino che lentamente avanza fino alle prime file della platea per poi scomparire nel nulla. Questa mini-opera, che conferma ed esalta la vocazione scenica del gruppo, tendente a ricreare sul palco un ambiente ed un clima particolari, con un supporto musicale che dava la dimensione del tempo, non fu mai incisa dai PINK FLOYD anche se fece parte per lungo tempo delle loro serate. Il 10 luglio 1969 la BBC utilizza la musica dei PINK FLOYD per il programma televisivo in diretta del primo sbarco dell’uomo sulla luna e sempre nello stesso mese esce il loro terzo album MORE, una colonna sonora da film, importante fra l’altro per il recupero dei toni melodici sostenuti dalla nuova chitarra di David Gilmour. Continua nel frattempo lo loro serie di concerti in Inghilterra e all’estero e dopo neanche 4 mesi dall’uscita di More, escono con il nuovo Album UMMAGUMMA. Per ogni gruppo che si rispetti e che ha raggiunto una certa fama, arriva sempre il tempo di un album dal vivo ed i PINK FLOYD non si sottraggono a questa regola anche se preferirono dividerlo in 2 parti, una dal vivo ed una in studio. La parte Live si riferisce a 2 concerti tenuti nel mese di luglio al Mother’s Club di Birmingham e al College of Commerce di Manchester. La parte Studio è formata da singole composizioni di ciascun elemento, quasi a voler dimostrare che ognuno all’interno del gruppo conserva una sua dimensione personale, ben precisa e non solo musicale, ma anche culturale. Si tende a sfatare, inoltre, la figura di Roger Waters già considerato leader ed unica mente del gruppo. Ogni brano serve quindi ad ogni elemento per sbizzarrirsi a suo piacimento. Il successo di Ummagumma conferma in pieno lo stato di grazia che stà attraversando il gruppo: due album di successo usciti a neanche 4 mesi di distanza l’uno dall’altro e numerosi concerti che ovunque fecero registrare il tutto esaurito. Appena rientrati a Londra dopo la loro turnèe, i PINK FLOYD sono di nuovo pronti per ripartire, questa volta la destinazione è l’Italia. Chiamati a Roma da Michelangelo Antonioni per la colonna sonora del suo ultimo film Zabriskie Point, una serie infinita di incomprensioni fece si che questa collaborazione fu definita, a tratti, un inferno ed alla fine il

History of Pink Floyd Ch.3

The piper at the gates of down La scalata al successo era ormai avviata, la notorietà raggiunta, ma sta accadendo che un fattore imprevedibile potesse rovinare anni di lavoro e sacrifici: Syd. Esaurito sia mentalmente che fisicamente e sempre più attanagliato da sintomi di paranoia, Syd si rifugia per qualche tempo nella casa materna a Cambridge. Il loro manager attuale, Andrew King, è costretto ad annullare tutte le date in programma del mese di agosto. Il resto del gruppo, facendo quadrato intorno a se stessi, decidono di tentare di recuperare Syd e l’unica strada percorribile era quella di entrare al più presto in una sala di registrazione, lontani dal pubblico che era anche la cosa che Syd amava di più. Tale prospettiva sembrava attirare molto l’attenzione di Barrett anche perché dalla casa discografica giungevano pressioni circa l’uscita del loro primo Album. Nessuno sapeva se egli sarebbe arrivato con i brani da incidere o li avrebbe scritti direttamente in sala, ma la grande vena creativa di Syd era una garanzia, tant’è che scrisse e compose alcuni brani molto velocemente, come per incanto li nello studio. Il 5 agosto esce finalmente sul mercato il loro primo album The Piper at the gates of down che ben presto si piazza al sesto posto delle classifiche inglesi mantenendo tale posizione per sette settimane e preceduto da album quali Sergeant Pepper dei Beatles e Are you experienced? Di Jimi Hendrix. Il disco non delude i suoi fans, anzi li ripaga ampiamente per la fiducia accordata. Si apre con Astronomy Domine, forse il maggior contributo che il rock abbia dato alla fantascienza, rappresenterà per molto tempo la vera immagine dei PINK FLOYD e sarà sempre usato nei loro primi concerti. Interstellar Overdrive che già suonavano da un po’ di tempo nelle loro esibizioni dal vivo e dove viene usata la tecnica del Phasing integrando la chitarra di Syd, precisa, tirata con le tastiere di Rick Wright che in questa parte trova la sua giusta dimensione. Gli strumenti che passano da un canale all’altro determinano un ascolto visivo ed anche se le canzoni di Syd avevano delle strutture abbastanza semplici, egli le missava in modo violento abbassando ed alzando i cursori della consolle apparentemente in modo casuale, ma ottenendo sempre dei risultati fenomenali. Come un pittore che non fa nulla se non in maniera artistica, un creatore al 100% e sempre molto esigente in particolare con se stesso. The piper at the gates of down può considerarsi un disco esclusivamente di Syd Barrett, ideato, scritto e diretto in modo estremamente lucido e creativo, in grado di evocare emozioni e provocare ammirazione, che si stacca dai consueti schemi degli altri gruppi psichedelici del tempo. Il successo della relativa turnèe inglese, apre le porte al più vasto mercato americano anche se di per se il più chiuso, strettamente legato alle loro radici e mai i PINK FLOYD avrebbero potuto ottenere l’ok dei produttori americani se non avessero avuto come precursori d’oltreoceano i Beatles. Il 24 ottobre inizia la turnèe americana scegliendo la Weast Coast patria del movimento psichedelico locale. Si parte da San Francisco dove suonano per 3 giorni, ma la musica che i giovani americani ascoltavano è senz’altro diversa, il linguaggio molto più duro e violento e l’impatto non è dei più felici. Inoltre Syd sale sul palco sempre più sballato e questa turnèe americana sarà significativa solo per il costante deperimento fisico e mentale del loro leader. Invitati ad uno show televisivo molto in voga in America Syd fa scena muta alle domande dell’intervistatore ed al momento di mimare l’esecuzione di See Emily play, resta completamente immobile con le labbra chiuse. Vengono annullate tutte le date e dopo appena 8 giorni i PINK FLOYD tornano a Londra dove continuano a suonare in diversi spettacoli. Syd spesso non saliva neanche sul palco, sostituito all’ultimo minuto e lo si trovava a vagare senza meta per la città o restava chiuso dentro il pullman immobile e fisso negli occhi, le poche volte che saliva sul palco restava totalmente immobile o suonava sempre lo stesso accordo. Questo è il periodo più nero per i PINK FLOYD, esce   un altro 45 giri Apples and Oranges che passa totalmente inosservato. Syd si estranea completamente dal gruppo, smette di comporre e trascorre quasi tutto il tempo barricato dentro casa. “E’ un terribile errore andare avanti così: Syd è totalmente incapace di lavorare con il gruppo” sostenne Roger Waters ed all’inizio del 1968 Waters, Mason e Wright decidono di trovare un cantante chitarrista che potesse rimpiazzare Syd Barrett. David Gilmour è nato a Cambridge il 6 marzo 1946. Scopre la chitarra a 15 anni e comincia a seguire alcuni corsi di solfeggio. Quando i suoi genitori si trasferiscono negli Stati Uniti, David va a vivere a Parigi ed in Francia fonda il suo primo gruppo, i Flowers. Tornato a Cambridge crea un nuovo gruppo, i Jockers Wild, con cui però non ha grossa fortuna. Quando Roger Waters gli telefona per proporgli di entrare nei PINK FLOYD, David non ha un attimo di esitazione e rispose di si.   Related posts: History of Pink Floyd Ch.1 History of Pink Floyd Ch.2 History of Pink Floyd Ch.4 History of Pink Floyd Ch.5 History of Pink Floyd Ch.6

History of Pink Floyd Ch.2

Music in colour Con l’inizio del 1966 le sorti dei Pink Floyd presero una piega straordinariamente positiva. E’ l’anno in cui i gruppi psichedelici vanno alla conquista di Londra cercando di accaparrarsi le serate nei clubs londinesi di maggiore avanguardia. Tra questi spiccava il Marquee Club di Wardour Street nel quartiere di Soho, il locale dove erano transitati i Rolling Stones e gli Who, ma ottenere una data era una cosa molto ambita. I Pink Floyd riuscirono in questa impresa partecipando, la domenica pomeriggio, a delle session chiamate Spontaneous Underground. Il contatto diretto con un pubblico molto esigente in un Club di prestigio, da all’artista la percezione delle proprie capacità artistiche ed i Pink Floyd superarono brillantemente questo esame e dopo altre esperienze nei locali della città approdano finalmente al mitico UFO. E’ la sera del 23 dicembre 1966 e tutta la Londra hippy si raduna alla festa inaugurale dell’UFO, i Pink Floyd si presentano sul palco a mezzanotte in un’atmosfera densa di fumo, odori, luci e colori. Lo spettacolo fu curato nei minimi particolari ed alla fine ne uscirono come il gruppo più amato della Londra underground. Alcune serate al Marquee e all’UFO, serate che accrescono rapidamente la loro popolarità e la loro esperienza sul palco, e decidono di dar vita ad un progetto al quale stavano lavorando già da tempo: un grande spettacolo totale psichedelico. Chiamarono questo loro primo show “MUSIC IN COLOUR, PINK FLOYD” e venne presentato la prima volta al Commonwealth Institute di Londra il 17 gennaio 1967. Lo spettacolo giustifica in pieno il titolo, suoni ed immagini si mescolano alla perfezione tanto da sembrare un tutt’uno avvolgendo completamente lo spettatore tanto nell’apparato visivo che in quello uditivo. Il volume è portato al limite di tollerabilità, mentre gli effetti (Larsen, Echo, distorsioni) vengono sistematicamente utilizzati in modo violento ed innovativo. Visivamente si sovrappongono luci stroboscopiche, proiezioni girevoli a 360 gradi, spotlights e altre fonti di luci che colpiscono senza tregua l’occhio. Tutta questa tecnologia rende perfettamente l’universo musicale della band, il più grande gruppo psichedelico che Londra abbia mai conosciuto. Sembra che sia stato questo il concerto a dare la definitiva notorietà ufficiale ai Pink Floyd, per i quali si disse: “dopo i Beatles non si è mai più nè visto nè sentito niente di così nuovo”. I veri precursori della tecnica del light-show furono i Soft Machine, che attraverso Mark Boyle (un vero pioniere in questo campo) avevano a lungo sperimentato tale tecnica nelle Isole Baleari e tornati a Londra avevano impressionato molto per la perfezione dei loro concerti. I  PINK  FLOYD colmarono questa distanza andando a   studiare   le tecniche   di armonizzazione luce-suono  all’Art College d’Hornsea, rendendo con loro il tecnico Jo Cannon che per lungo tempo verrà considerato il quinto    elemento dei PINK FLOYD e lo  show che ne venne fuori fu uno dei primi capolavori del duo Barrett- Cannon. I primi mesi del 1967 sono impegnati in una serie di serate in locali, radio, televisioni e l’accresciuto interesse da parte della stampa e la pressione degli ingaggi erano giunti al punto di compromettere gli studi. A questo punto mancava solo un vero contratto con una casa discografica. Sia l’Elektra che la Polydor si fecero avanti, ma alla fine a spuntarla fu la potente EMI che scritturò i Pink Floyd grazie ad un consistente anticipo e ad una percentuale sui diritti maggiore delle concorrenti. I Pink Floyd entrano in studio per la registrazione del loro primo 45 giri, due composizioni di Barrett, Arnold Layne e Candy and a current bun; ed alla fine di febbraio fanno il loro ingresso nel mondo discografico, centrando in pieno l’immagine che si erano creati. Il problema della droga, cui ormai Barrett faceva sempre più ricorso, era lo spauracchio maggiore al quale la EMI doveva porre attenzione. Mise alle loro costole Norman Smith che provvedeva a far rispettare le condizioni poste dalla casa discografica circa i contenuti dei brani (ad esempio il lato Layne doveva chiamarsi B di Arnold Let’s   roll another one, con chiare allusioni). Ed inoltre anche alcune radio brani commentando che il rifiutarono i loro effetto sulla persona era equivalente all’effetto dell’         LSD.   Ma   nonostante   tutto   le esibizioni si moltiplicavano e l’UFO era sempre un punto di riferimento per le serate di sperimentazione musicale alla quale Syd Barrett aveva ormai abituato il suo pubblico. Il   12   maggio   suonarono   al   Queen Elisabeth Hall ed è in questa serata che Syd Barrett si espresse come non mai, fornendo  la  migliore  prestazione  di sempre. Fu anche questo il concerto che aprì le porte all’estero ai PINK FLOYD, uno spettacolo sofisticato che unisce il light show liquido (tecnica che consisteva nella proiezione di protoplasmi ottenuti con liquidi colorati iniettati tra due lastre di vetro) a filmati surrealisti in 35 mm, il tutto coronato da un impianto sonoro quadrifonico, il primo del genere, una vera novità in un periodo ove il grande pubblico iniziava appena a scoprire la stereofonia. Purtroppo il concerto alla Queen Elisabeth sarà per Syd uno degli ultimi, ma lui già lo sapeva e pagò non solo gli sforzi sovrumani che richiedevano la sua musica e il suo universo, ma anche l’uso indiscriminato di LSD. Le sue assenze  dalle  scene   ormai  erano sempre più frequenti, ma il resto del gruppo, in accordo con la EMI, riesce comunque a portare a termine la registrazione di un secondo 45 giri, See Emily play che raggiunse ben presto le vette delle classifiche. Related posts: History of Pink Floyd Ch.1 History of Pink Floyd Ch.3 History of Pink Floyd Ch.4 History of Pink Floyd Ch.5 History of Pink Floyd Ch.6

History of Pink Floyd Ch.1

Introduzione Roger Keyth (Syd) Barrett nasce a Cambridge il 6 gennaio 1946 da una famiglia della middle class inglese. Subito dopo la morte del padre, appena dodicenne, dimostra subito le sue doti artistiche dedicandosi alla pittura, ma il suo interesse principale rimane la musica. Da autodidatta inizia a suonare un ukulele, poi un banjo ed alla fine la chitarra, facendosi aiutare dal manuale e da qualche amico, non ultimo tra questi David Gilmour. George Robert Waters è nato a Great Bookham, Cambridge il 9 settembre 1944 ed ha frequentato la Cambridge High School for Boys, ma una volta trasferitosi a Londra anch’egli frequenta la Regent Street School of Architecture. Richard William Wright è nato a Londra il 28 luglio 1945 da una famiglia medio borghese. La sua formazione musicale consiste in 2 settimane di corso di pianoforte al London College of Music. A 17 anni si iscrive alla Regent Street School of Architecture ed è li che incontrerà Mason e Waters. Nicholas Berkeley Mason è nato a Birmingham il 27 gennaio 1945, unico rampollo di una famiglia alto-borghese.  Da bambino aveva preso lezioni di violino e pianoforte, ma decise di studiare architettura al Politecnico di Regent Street. Insieme al collega Rick Wright prende in affitto una casa a Highgate.   Il Regent Street Polytechnic è dunque l’inconsapevole causa dell’incontro fra i tre: è il 1965 a Londra. Da questo incontro nascono i SIGMA 6, ma ben presto cambiano nome diventando i T-SET, MEGGADEATHS e finalmente ABDABS. Il gruppo è formato essenzialmente da studenti di architettura: Nick Mason (batteria), Rick Wright (chitarra ritmica), Roger Waters (chitarra solista), Clive Metcalf (basso), Keith Noble e Juliette Gale (voci soliste). La loro prima intervista risale ai primi del 1966 e fu rilasciata a Barbara Walters del Regent Street Poly Magazine che scrive su di loro un articolo intitolato semplicemente “Architectural Abdabs”. ABDABS resta in vita per circa 6 mesi, dopodiché il gruppo si separa senza troppi rimpianti, non essendo riusciti a trovare una forma originale di espressione. Restano insieme della vecchia formazione Mason, Waters, Wright e Juliette Gale che sposerà quest’ultimo. Ai 4 si uniscono due chitarristi, Bob Close e Syd Barrett che entrambi vanno a vivere nella casa Waters a Highgate. Il nome PINK FLOYD fu inventato da Syd Barrett e la leggenda narra che sia nato da uno dei suoi tanti “viaggi”, mentre la realtà è che viene dall’unione dei nomi di due bluesman della Georgia, Pink Anderson e Floyd Council, dei quali Syd possedeva un disco. Una volta andato via Bob Close, il nucleo ufficiale dei PINK FLOYD si compose: Nick Mason (batteria), Rick Wright (ancora un po’ alla chitarra e poi all’organo), Roger Waters (basso) e Syd Barrett (chitarra). Inizialmente il loro repertorio era composta da 3 o 4 canzoni di Barrett e per il resto cover degli Stones e classici del blues. Comincia però a delinearsi la loro   passione  per   la   fantascienza  e l’elettronica attraverso sperimentazioni sulla distorsione dei suoni e l’uso di tecniche nuove quali Larsen ed Echo. Le prime apparizioni nel 1966 vedevano già l’utilizzo del “light show”…E subito divenne moda. Related posts: History of Pink Floyd Ch.2 History of Pink Floyd Ch.3 History of Pink Floyd Ch.4 History of Pink Floyd Ch.5 History of Pink Floyd Ch.6

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