La nascita del “muro”

Molto probabilmente il successo crescente di The dark side of the moon aveva messo in crisi i PINK FLOYD, come se pervasi da un senso di appagamento non sapevano come e su cosa realizzare un nuovo album.

La casa discografica faceva enormi pressioni sul gruppo e dopo un lungo periodo di vacanza, intervallato da alcune tournèe, lunedì 13 gennaio 1975 i PINK FLOYD fecero il loro ingresso nel rinnovatissimo Studio 3 della EMI ad Abbey Road per cominciare le registrazioni del loro settimo album in studio. Gli impegni concertistici del gruppo rallentarono di molto i lavori in studio e l’uscita del disco slittò a settembre. Il tour americano fu annunciato a marzo e nelle sette maggiori città toccate dalla tournèe i biglietti andarono esauriti nell’arco di un solo giorno. I fans americani furono i primi testimoni dell’impatto scenico del nuovo spettacolo: oltre 30 tonnellate di attrezzature arrivarono via mare e viaggiò da una città all’altra con un convoglio di autoarticolati. Tutto funzionava a meraviglia per gli spettacoli al coperto, ma qualche serio problema intervenne a giugno quando sulla East Coast i concerti erano previsti all’aperto. Il loro palco era di piccole dimensioni rispetto agli immensi spazi degli stadi e per incrementare l’impatto visivo, il gruppo si rivolse a Mark Fisher e Jonathan Park, due stimati architetti di base a Londra esperti in strutture pneumatiche gonfiabili e mobili. I due progettarono una piramide enorme che avrebbe volato sopra il palco riflettendo i raggi luminosi. Messa a punto in tempi record, la struttura fece il suo volo inaugurale il 20 giugno al colossale Three Rivers Stadium di Pittsburgh, sesta data del tour.

La piramide, 4,5 metri di altezza per 4,5 di base, venne lanciata dal fondo del palco agganciata a delle guide, ma poi il vento la soffiò via facendo staccare le funi che la reggevano ed alla fine si andò a schiantare su un parcheggio limitrofo allo stadio, per la grande gioia dei fans che la fecero a pezzettini a titolo di souvenir.

Oltre al pieno successo, il tour viene ricordato anche per la mano pesante dei poliziotti che alla fine misero le manette a più di 500 fans considerando lo spettacolo come un “festival illegale dell’erba”.

Com’era prevedibile la stampa non ci andò tanto per il sottile, evidenziando la cronaca rispetto alla performance e lo stesso fu in Inghilterra che prese lo spunto per evidenziare di trascurare troppo il loro paese di origine. Il mercato americano aveva delle risorse di gran lunga maggiori rispetto a quello Europeo e rendeva il tour molto più remunerativo, ma denaro a parte la tournèe americana raffreddò gli umori dei quattro. Dopo The dark side of the moon si iniziarono a rendere conto che erano divenuti ostaggi dell’industria discografica e tornare indietro non era possibile. Tale era l’entusiasmo dei fans ed il loro rumoroso sostegno, che seguire un loro concerto era come assistere alla finale di un Mondiale in terra propria. Il senso di alienazione portò a Roger Waters un profondo turbamento che disse: “Ho ripensato a quel malessere del cazzo provato durante l’ultimo tour americano, di fronte a quelle migliaia e migliaia di ragazzi ubriachi che si scannavano a vicenda. Mi sentivo male, non aveva nulla a che fare con noi e con la nostra musica, credo che tra noi e loro non ci fosse alcun punto di contatto.”

Le case discografiche premevano affinchè il nuovo album fosse all’altezza del precedente, ma in verità il loro cuore era da un’altra parte. Furono addirittura vicini allo scioglimento.

Si aveva come l’impressione che the dark side of the moon avesse esaurito la loro energia creativa e che le loro ambizioni erano state di gran lunga soddisfatte.

Lavorarono sodo in studio quasi incuranti del senso di tedio che li opprimeva, cercando di continuare ad essere i PINK FLOYD. Nessuno di loro si guardava negli occhi e si andò avanti in una fredda atmosfera. Il materiale a disposizione era comunque buono, durante gli ultimi tour avevano già provato la nuova suite Shine on ed altri 2 inediti, Raving and drooling e Gotta be crazy (che nel successivo album Animals divennero rispettivamente Sheep e Pigs on the wing Pt.1) mancava giusto un ponte che collegasse le 2 parti. Così nacquero Welcome to the machine, Have a cigar e Wish you were here.

Si narra anche di un ultimo incidente occorso durante la registrazione di Shine on, divunuta nel frattempo Shine on you crazy diamond, ovvero l’improvvisa apparizione di Syd Barrett negli studi, ma nessuno lo riconobbe, totalmente rasato, in notevole sovrappeso ed alquanto trasandato venne scambiato per il custode, disse loro qualche parola stentata e se ne andò. Fu l’ultima volta che lo videro.

“Mi dispiace molto per Syd e non nego la sua importanza, senza di lui il gruppo non sarebbe mai esistito, ma con lui non si poteva andare avanti. Non so quanto sia stato importante nella storia del Rock, ma lo è stato moltissimo nella storia dei PINK FLOYD.”

Così ammise Waters e Shine on you crazy diamond ne era l’ennesima dimostrazione, anche se non parla in prima persona di Syd, ma racconta di come la gente fronteggi la tristezza della vita quotidiana rifugiandosi sempre più in stati di totale alienazione.

Il 15 settembre 1975 esce Wish you were here che in un mese schizzò in vetta alle classifiche da una sponda all’altra dell’Atlantico. Le case discografiche tirarono un sospiro di sollievo: i loro investimenti erano stati ripagati.

Il predominio crescente di Waters all’interno del gruppoaveva iniziato a creare le prime spaccature e Wright, di carattere più riservato degli altri, fu quello che ne risentì maggiormente. “Gran parte della musica di quel periodo non mi piaceva proprio e non lottai per inserire qualcosa di mio, suonai e basta. La band stava cominciando a diventare vittima di un solo ego…”

Nel 1976 i PINK FLOYD si ritirarono nel nuovissimo studio di registrazione fatto costruire in una chiesa riadattata a Britannia Row, Islington, nel nord di Londra.

In Inghilterra, malgrado un’economia forte ed un alto tasso di impiego, il malcontento generale continuava a crescere. La violenza urbana era in forte ascesa anche a causa dell’imperversare di bande Punk e Skinhead, e altrettanto la violenza raziale fomentata da gruppi di destra come il National Front. Entrambi i fenomeni contribuirono a creare un senso di disagio, addirittura di oppressione. In questa atmosfera iniziarono le registrazioni del nuovo disco, Animals.

Il tema centrale era rappresentato dal decadimento sociale e morale della società moderna e la similitudine tra la condizione umana e quella dei semplici animali.

L’immagine della copertina fu un’idea di Waters che per l’occasione commissionò al Evenstructure Research Group di Amsterdam la realizzazione dell’evento.

Dalla fabbrica che costruì il famoso dirigibile Zeppelin venne fuori un grosso maiale gonfiato ad elio di 12 metri di dimensione e la mattina del 2 dicembre, alla centrale elettrica di Battersea a Londra, furono convocati fotografi e cineoperatori, nonchè un tiratore scelto che viaggiava su un elicottero qualora i cavi che reggevano il maiale si fossero spezzati.

Ma per varie ragioni quella mattina il maiale non si riuscì a gonfiare ed il lancio fu rimandata al mattino successivo. Il lancio fu un successo e gli scatti e le riprese ottime, solo che nessuno si ricordò di avvertire il tiratore scelto e quando disgraziatamente un colpo di vento ruppe i cavi di sostegno, si dovette assistere ad un vero e proprio parapiglia generale. Venne allertato l’aeroporto di Heathrow, costrinse un aereo ad atterrare e fece sollevare in volo gli elicotteri della Polizia finchè non si sgonfiò andandosi a schiantare nel tardo pomeriggio in una fattoria del Kent.

Lo stesso giorno in cui esce Animals, il 23 gennaio 1977, i PINK FLOYD partono per una lunga tournèe in Europa e negli Stati Uniti e per l’occasione vennero chiamati a supporto il sassofonista Dick Parry ed un nuovo chitarrista Terence “Snowy” White.

Fu proprio durante le date americane che le cose presero un verso sbagliato. Fans sovraeccitati disturbavano le performances urlando a squarciagola e facendo scoppiare petardi. L’atmosfera assorta che solitamente regnava sovrana durante i concerti dei PINK FLOYD, andò in frantumi e Waters fu quello che ne uscì più frustrato, convinto che nessuno ascoltasse veramente le sue canzoni e iniziò a covare odio per i concerti negli stadi.

Il colmo si raggiunse al concerto di chiusura allo stadio di Montreal quando un ragazzo che urlava selvaggiamente davanti al palco fu chiamato da Waters e come lo ebbe a portata gli sputò in faccia. L’episodio ebbe un effetto devastante sulla psiche di Waters e tornati a casa si nascosero al pubblico per quasi 2 anni vivendo ognuno per proprio conto.

Waters rasentò il crollo nervoso e come terapia decise di scrivere le proprie esperienze, una sorta di autobiografia che ripercorreva la sua infanzia, il senso di solitudine dopo la morte del padre in guerra, la tirannia del sistema scolastico, il fallimento del suo matrimonio.

A dare una spallata ancor più vigorosa al gruppo ci pensò Norton Warburg, allora nota agenzia di intermediazione finanziaria della City. I quattro avevano investito in varie speculazioni ad alto rischio per salvare il patrimonio accumulato negli anni precedenti dalle ingenti tasse, che sotto il governo Laburista di quel periodo, arrivarono a circa l’83% del reddito.

Lo stratagemma fallì e persero circa due milioni e mezzo di sterline, lasciando all’attivo solo 800.000 sterline per pagare i fornitori. Tutti i sacrifici svaniti in un soffio, rimasti senza il becco di un quattrino e per di più con ingenti tasse da pagare.

Waters, uomo dalle mille risorse, cercò di volgere a proprio vantaggio questa congiuntura sfavorevole proponendo al resto della band un paio di progetti.

Il primo, The pros and cons of hitch- hiking, non prese piede e fu prodotto in seguito da Waters come album solista, mentre il second includeva del materiale già abbozzato durante il tour di Animals: Bricks in the wall.

Waters fin dall’inizio concepì un attacco su tre fronti: album, tour e film. Grazie ad un consistente anticipo dalla casa discografica, il gruppo si mise al lavorare in primis per l’album.

Le registrazioni si svolsero dapprima agli Studi Superbear in Francia, poi ai CBS di New York ed infine ai Producers Workshop di Los Angeles, dal novembre 1978 e il novembre 1979. Data la complessità del progetto venne ingaggiato un produttore esterno che aveva il compito di coordinare il lavoro in studio ed assistere la band nella realizzazione delle visioni di Waters: il canadese Bob Ezrin.

Michael Kamen fu scelto in qualità di compositore ed arrangiatore delle parti orchestrali e venne aggiunta una schiera di musicisti.

Il 30 novembre 1979 esce The Wall, un album doppio, il loro secondo dopo Ummagumma.

Inevitabilmente, l’opera è da considerarsi in parte autobiografica: Pink, il protagonista impersonato da Roger Waters, è una rockstar di successo che affronta la rottura del suo matrimonio mentre si trovava in tournèe. Questo evento lo porta a ripercorrere le tappe della propria esistenza fino ad erigere un muro di protezione intorno a se stesso.

Ciascun mattone rappresenta una delle cause della sua sofferenza: una madre iperprotettiva, insegnanti malvagi, mogli infedeli e sullo sfondo la scomparsa del padre in guerra.

Pink immagina da un lato se stesso elevato a rango di dittatore fascista, dall’altro il suo pubblico obbediente e seguace. Al pari di Hitler, esercita il suo potere per perseguire gli “impuri” e all’apice della storia affronta i suoi tormentatori e il muro finalmente crolla.

Ma appena caduto quel muro, comincia lentamente a sorgerne un altro, suggerendo, in un’amara conclusione, un ciclo di reclusioni senza fine.

Bob Ezrin riuscì nell’impresa di di trovare una forma adatta alla rappresentazione della storia. Con il materiale a disposizione riscrisse l’intero album cambiando l’ordine dei pezzi e dando loro un legame sequenziale logico e sulla base della definitiva stesura fu sviluppato lo spettacolo dal vivo.

Ma il “Dittatore” Waters ripagò tutto quel lavoro non dando ad Ezrin neanche un credito, mentre Gilmour ricevette i crediti solo per Young Lust, Run like hell e, forse la più bella canzone in assoluto, Confortably numb. Addirittura mise alla porta Wright accusandolo di fare uso di cocaina e di impegnarsi poco per problemi coniugali. Insomma in quel periodo era per tutti preferibile pensare che il dissesto economico subìto aveva la precedenza, per cui lasciarono che le cose andassero per quel verso, anche perché l’alternativa era buttare tutto il lavoro svolto. Lasciando il gruppo, probabilmente Wright fece la scelta giusta (successivamente emerse che i dissapori con Waters avevano origine sin dai tempi del liceo per differenze politiche e culturali) assicurandosi le Royalties per le vendite dell’album ed un compenso per il tour, mentre il resto del gruppo dovette privarsene per ripianare i pesanti debiti accumulati.

The Wall era in vetta alle classifiche di tutto il mondo ed anche il singolo Another brick in the wall Pt.2 era inaspettatamente il numero 1 in Inghilterra, anche se fu bandito dai regimi repressivi di Sudafrica e Corea per il suo messaggio antisistema.

Dal vivo fu presentato esclusivamente in ampi spazi al coperto e fu certamente lo spettacolo più travolgente della carriera dei Pink Floyd.

La band si rivolse nuovamente al duo Fisher-Park per il progetto, la costruzione ed il crollo finale del muro sul palco. Davanti agli spettatori veniva letteralmente costruito un muro che al termine della prima metà del concerto era già alto 12 metri, occupando l’intera ampiezza dell’auditorium. Sul retro uno schermo circolare che rappresentava le animazioni del famoso disegnatore stirico Gerald Scrafe, che già ai tempi di Animals aveva collaborato con i Pink Floyd, mentre 3 proiettori in configurazione orizzontale proiettavano sul muro immagini animate. Nei momenti chiave facevano la loro apparizione 3 giganteschi pupazzi, sempre frutto dell’immaginazione di Scrafe, che rappresentavano i cattivi: il maestro, la madre e la moglie. Vi era perfino uno scenario dipinto sul muro a rappresentare la stanza di albergo in cui Pink, seduto in stato comatoso davanti alla TV, guarda un film di guerra. Per quanto riguarda l’acustica l’impianto, di gran lunga il migliore che i PINK FLOYD avessero mai avuto, poteva produrre un suono pulito fino a 106 decibel in perfetta quadrifonia, mentre una serie di casse piazzate sotto le poltrone della platea accentuavano il rumore prodotto dal crollo del muro.

L’allestimento dello spettacolo richiese un enorme sforzo e fu un vero miracolo riuscire a stare nei tempi e soprattutto riuscire a stare nella mente di Waters che rese tutto molto più complicato.

Lo show stava per debuttare a Los Angeles e Waters decise che al posto di uno dovevano starci 3 schermi. Praticamente un’impresa. Trovò anche che qualcosa non andava con la sequenza di proiezione delle immagini, che risolse telefonicamente tra Londra e Los Angeles spargendo sul pavimento tutto il materiale e riordinandolo. L’operato del designer delle luci fu giudicato insoddisfacente e così Mark Brickman venne chiamato 24 ore prima dell’esordio a raddrizzare la situazione “Prima di quel giorno non avevo mai ascoltato quel disco: fu una delle esperienze più scioccanti della mia vita”.

Visto l’immediato tutto esaurito di entrambe le date e molti spettatori fuori, i promoter chiesero l’inserimento di altre date a New York, ma i quattro rifiutarono. Un promoter di Filadelphia promise un milione di dollari a spettacolo oltre le spese per portare lo show al JFK Stadium di Filadelphia e questo causò un’altra lite interna al gruppo che Waters sbrigò con queste parole: “Tutti avete letto le mie spiegazioni sul significato di The Wall. Tre anni fa, al termine dell’ultimo concerto in uno stadio sentii che giunto il momento di dire basta e The Wall è nato proprio da quella terribile esperienza ed ecco perché questo show è stato allestito appositamente per gli spazi chiusi e non lo farò, vaffanculo!”

Archiviata la tournèe americana senza altri incidenti, gli spettacoli conclusivi del tour si svolsero in Inghilterra nell’agosto del 1980 all’Earl Court di Londra e subito dopo giunse il momento di dedicarsi alla terza ed ultima parte del progetto: l’adattamento cinematografico di The Wall.

Waters iniziò a lavorare alla sceneggiatura insieme a Gerald Scrafe, Michael Seresin alla regia e Alan Parker come produttore. Presto però a Seresin subentrò lo stesso Alan Parker che contribuì alle spese di produzione del film con 12 milioni di dollari.

Vennero annunciati dei nuovi show di The Wall ed i fans accolsero con grande stupore la notizia, anche se in realtà servivano solo per effettuare le riprese come da sceneggiatura originale del film.

I lavori cominciarono in settembre ai Pinewood Film Studios e subito Alan Parker, non soddisfatto del materiale girato durante gli spettacoli, dovette convincere un riluttante Waters a rinunciare alle scene Live e anche al suo ruolo di protagonista nei panni di Pink. La rivoluzione del regista toccò anche Scrafe, i cui pupazzi furono sacrificati in nome di nuove creazioni, ma vennero invece conservati 20 minuti delle sue surreali ed affascinanti animazioni.

E’ ben documentato che durante le riprese non mancarono lunghissime ed animate discussioni, porte sbattute in faccia e per sbrogliare la situazione, Parker costrinse Waters a prendersi 6 settimane di vacanza per poter lavorare senza ostacoli. Parker lavorò alle riprese per 60 giorni 14 ore al giorno: “Quel film era diventato mio”. Ma poi Roger tornò e fui costretto a fare i conti con la realtà. Bisognava fare uno sforzo di collaborazione.

Waters descrisse quel periodo come il più snervante della sua vita ad eccezione del suo divorzio nel 1975: Parker è abituato a sedere sulla sua piramide ed io sulla mia, troppo abituati a fare per conto nostro. Fossi stato io il regista, il film sarebbe apparso più sobrio, ma le sue pennellate ferme, decise e sicure è uno dei motivi per cui mi piaceva che fosse lui a dirigerlo.

Il film fu presentato in prima mondiale al Festival di Cannes il 23 maggio 1982 ed uscì nelle sale cinematografiche in luglio. Molti rimasero a bocca aperta di fronte all’interpretazione di Bob Geldof che impersonò Pink con grande efficacia. Fu composto per l’occasione anche un nuovo bravo che fa da preludio al film, When the tiger broke free, ispirato alla morte del padre di Waters sulla testa di ponte di Anzio nella Seconda Guerra Mondiale.

Non mancarono anche le critiche, i recensori più sensibili ebbero l’impressione di essere stati martellati dall’inizio alla fine, mentre altri, fraintendendo completamente il significato, accusarono il film di propaganda neonazista per via delle scene in cui minacciose bande di skinheads di Tilbury, reclutati per l’occasione, sfilavano come “Guardie Martello” di Pink.

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