Milano 17 settembre 1970: in via Moretto da Brescia vengono fatti esplodere 2 bidoni davanti al garage di Giuseppe Leoni, direttore del personale della Sit-Siemens. Sulla porta del box compare una scritta: Brigate Rosse.
E’ il primo attentato del gruppo terroristico che segnerà tragicamente, dal 1974 al 1988, la storia italiana. Gli inquirenti sottovalutano l’episodio, ritenendolo un banale atto teppistico con una rivendicazione politica di copertura.
A formare il nucleo storico delle BR sono tre gruppi fondamentali: le frange sindacali più estremiste della Sit-Siemens, con in testa Mario Moretti e Corrado Alunni, alcuni ex studenti della facoltà di sociologia di Trento, capeggiati dai coniugi Renato Curcio e Margherita (Mara) Cagol, e dei fuoriusciti dal Pci di Reggio Emilia: Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene.
Il 28 ottobre 1970 su Sinistra proletaria, otto giorni dopo aver annunciato la formale costituzione dellE Br, dichiararono: Cosa vogliamo? Vogliamo il potere! Perchè fino a che il potere lo avranno i padroni, la nostra condizione non potrà cambiare. Il loro slogan è: Lo stato borghese non si abbatte, si cambia. Come fare? Colpiscine uno per educarne cento., rispondono i brigatisti secondo i dettami di Mao e secondo una logica che conduce direttamente all’atto terroristico.
Per tutto il 1970 e il 1971 le Br si distinguono così per una fase iniziale di sindacalismo violento, volto a colpire fisicamente in fabbrica avversari politici, soprattutto alla Pirelli di Milano.
Per arrivare alla prima azione significativa bisogna aspettare il 3 marzo 1972 quando le Br rapiscono per alcune ore, sempre a Milano, il dirigente della Siemens Idalgo Macchiarini: sarà il primo ad essere fotografato dietro la stella a 5 punte. La polizia individua quasi subito, il 2 giugno, la base milanese di via Boiardo, assieme ad altri 5 covi. Gli arresti sono numerosi e tra questi anche figure di spicco come l’avvocato Giambattista Lazagna, medaglia d’argento partigiana a lungo militante del Pci.
I Gap (Gruppi di azione proletaria), l’organizzazione rivoluzionaria fondata qualche anno prima dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, sembra in ginocchio. E’ la fine della prima fase del movimento, che si riorganizza in colonne e in brigate, con una direzione strategica e un comitato esecutivo centrali. La nuova strategia prende il nome di Propaganda Armata. Curcio & C. abbandonano Milano per trasferirsi a Torino, cuore del capitalismo italiano. Il 12 febbraio 1973 rapiscono il sindacalista Cisnal Bruno Labate che viene processato per 5 ore e poi incatenato, senza pantaloni, al cancello 1 dello stabilimento Fiat Mirafiori. Il 10 dicembre toccherà a Ettore Amwrio, capo del personale della Fiat-auto. Il processo durerà questa volta ben otto giorni.
E’ soltanto però con il sequestro del giudice genovese Mario Sossi, il 18 aprile 1974, che si arriva al definitivo “salto di qualità”: dalla propaganda violenta in fabbrica si passa all’attacco al cuore dello stato e ai suoi simboli. Il giudice Sossi, soprannominato il “dottor Manette”, era stato il pm al processo per l’omicidio di Alessandro Floris, dove con la sua requisitoria ottenne la condanna all’ergastolo del bierre Mario Rossi e 180 anni complessivi di reclusione per gli altri imputati.
Dopo questi fatti , la reazione delle forze dell’ordine si fa più decisa: il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa fa arrestare il 18 settembre i 2 leader del movimento Renato Curcio e Alberto Franceschini. Curcio verrà fatto evadere in giugno, da un commando guidato dalla moglie Mara Cagol e arrestato nuovamente agli inizi del 1976. La morte di Mara Cagol durante un conflitto a fuoco il 5 settembre 1975, segna la fine della troika che aveva guidato gli esori delle Br.
La Corte d’Appello di Genova intanto aveva deciso di rilasciare otto componenti del movimento 22 ottobre, gruppo molto vicino alle Br e attivo nel capoluogo ligure, in cambio della liberazione del giudice Sossi. Il provvedimento venne però bloccato dal procuratore generale di Genova Francesco Coco, che per non dare un segno di debolezza da parte dello stato non vuole trattare con i terroristi, ma firma così la sua condanna a morte. Sossi viene liberato senza condizioni il 23 maggio 1974 e il giudice Coco verrà trucidato l’8 giugno 1976 assieme ai 2 agenti della scorta dalle nuove Br, guidate dopo l’arresto di Curcio dall’ala militarista di Mario Moretti, che fonda tra l’altro a Roma, insieme a Valerio Morucci e Adriana Faranda una importante colonna.
E’ una nuova svolta: l’attacco al cuore dello stato prevede ora direttamente l’assassinio, per strada, dei presunti “nemici del popolo”. Pagherete caro, pagherete tutto, minacciano le Br nei loro comunicati. Dopo i giudici tocca ora ai giornalisti: tra l’1 e il 3 giugno 1977 vengono gambizzati con un colpo di pistola, rispettivamente Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX, Indro Montanelli, direttore del Giornale Nuovo, ed Emilio Rossi, direttore del TG1.
Il 16 novembre viene ferito gravemente Carlo Casalegno vicedirettore della Stampa: morirà due settimane dopo. Il 28 aprile i colpi di P38 ammazzano invece Fulvio Croce, incaricato a Torino di designare gli avvocati d’ufficio del processo contro il nucleo storico Br, fermo ormai da 338 giorni, dopo i disordini del maggio 1976 (gli imputati, tra cui Curcio e Franceschini, in aula avevano manifestato il proprio appoggio all’uccisione di Coco.
Nel 1978 le Br raggiungono il culmine della loro azione e della loro notorietà, anche internazionale. Mentre nel paese prosegue la loro strategia assassina (il 14 febbraio viene ammazzato il magistrato Riccardo De Palma), il 16 marzo rapiscono a Roma in via Fani, il presidente della DC Aldo Moro, massacrando i 5 uomini della scorta. Il cuore dello stato è raggiunto, ma per le Br, che perderanno ora ogni tipo di possibile consenso, è l’inizio della fine.
L’idea di Moretti è quella di processare la Dc complice di quel “compromesso storico”, di quell’alleanza con il Pci che nascerà con il quarto governo Andreotti proprio il giorno del rapimento, e che per loro rappresenta il tradimento della causa comunista.
Per 55 giorni l’Italia è sotto scacco. Le lettere del presidente della Dc dalla prigionia, nelle quali viene ventilata la possibilità di clamorose rivelazioni, mettono in allarme il mondo politico mentre le ricerche delle forze dell’ordine, al centro oggi di molte polemiche e sospetti, si rivelano infruttuose. Di fronte alla richiesta di liberare i “prigionieri comunisti”, il mondo politico si divide: il Psi di Craxi è favorevole alla trattativa, ma Dc e Pci si schierano compatti per la fermezza, per non legittimare i terroristi delle Br con uno scambio. La sorte di Moro è dunque segnata e a nulla valgono gli appelli di papa Paolo VI: il suo corpo viene ritrovato il 9 maggio in via Caetani a Roma nel bagagliaio di una Renault rossa. La parabola politica della stella a 5 punte ha ormai imboccato la linea discendente. Prima della fine, l’Italia dovrà pagare però ancora un terribile tributo di sangue.
Nel 1979 vengono arrestati Valerio Morucci, Adriana Faranda e Prospero Gallinari. Il 19 febbraio 1980 è la volta di Patrizio Peci capo della colonna torinese, il primo pentito delle Br.
A condurre l’operazione è ancora una volta il Generale Dalla Chiesa che sconfiggerà i terroristi con una duplice strategia: pentitismo e scoperta del covo attraverso il censimento di tutti gli appartamenti recentemente presi in affitto nelle città più importanti. Ma il terrorismo non è sconfitto. Nel 1980 vengono assassinati, tra gli altri, a Roma Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm e a Milano Walter Tobagi presidente del sindacato lombardo dei giornalisti. Quattro rapimenti segnano in particolare la storia delle ultime Br, guidate ora da Giovanni Senzani (Moretti verrà arrestato il 4 aprile 1981): quelli del giudice Giovanni D’Urso, rilasciato dopo la clamorosa lettura in tv di un comunicato brigatista; dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo, democristiano, per cui la Dc decise questa volta di trattare in carcere, attraverso i canali della camorra; di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio, processato e barbaramente ucciso per rappresaglia; e quello del generale americano James Dozier, liberato dai Nocs il 28 gennaio 1982.
La scia di sangue arriverà fino al 1988 quando, il 23 ottobre, un gruppo di irriducibili comunica: “Oggi le Brigate rosse coincidono di fatto con i prigionieri politici delle Brigate rosse”. E’ la sconfessione ufficiale di quanti all’esterno intendono ancora servirsi di quella sigla.















