Napoli: Il centro storico

Inserito nel 1995, il centro storico di Napoli risale alla fondazione greca di Parthenope, che venne in seguito rifondata come Neapolis (città nuova). Molte culture dal Mediterraneo hanno lasciato la loro impronta nella città rendendola un microcosmo. La storia di questa città, in cui a tratti sembra il tempo si sia fermato, risale all’insediamento greco del V secolo a.C. Sotto la chiesa di San Lorenzo Maggiore riposano i resti di un mercato dell’antica Napoli. All’interno del Duomo, attraverso la cappella del Tesoro di San Gennaro, si accede all’antica basilica paleocristiana di Santa Restituta, che con le sue antiche colonne e un battistero ornato da mosaici testimonia la precoce propagazione della fede cristiana in questa regione. Le chiese e i sontuosi palazzi in stile gotico, manierista e neoclassico della città furono edificati a partire dal XIII secolo, sotto il dominio della famiglia Angiò. La basilica di Santa Chiara, consacrata nel 1340, fu usata come chiesa sepolcrale dagli angioini. Castel Nuovo, residenza dei re e vicerè di Napoli, risale al XIII secolo. Tra il 1600 e il 1602 venne edificato il palazzo reale, nuova residenza delle dinastie della Corona d’Aragona e dei Borbone. La chiesa del Gesù nuovo è un magnifico esempiodel Barocco napoletano del XVI secolo. CASTEL NUOVO E CASTEL DELL’OVO Castel Nuovo, più noto come Maschio Angioino,è un capolavoro del Rinascimento napoletano. Tra le due torri difensive (torre di mezzo e la torre di guardia), Alfonso V d’Aragona fece costruire una sontuosa porta ad arco di trionfo, opera di Francesco Laurana. Castel dell’Ovo sorge sull’isolotto di tufo di Megaride, propaggine naturale del monte Echia. Il nome deriverebbe da una leggenda secondo la quale il poeta latino Virgilio avrebbe nascosto nelle segrete dell’edificio un uovo che manteneva in piedi l’intera fortezza. PIAZZA DEL PLEBISCITO E PALAZZO REALE Sulla centrale Piazza del Plebiscito si affacciano alcuni degli edifici storici più importanti di Napoli: il Palazzo Reale, la basilica di San Francesco di Paola, il Palazzo della Prefettura e Palazzo Salerno. Nel XVII secolo, il Palazzo Reale sostituì Castel Nuovo nel ruolo di residenza dei vicerè. Al suo interno, sono ancora visibili mobili e dipinti dell’epoca della casa reale dei Borbone di Napoli. GALLERIA UMBERTO I La volta trasparente in vetro e ferro della Galleria Umberto I a Napoli, progettata da Paolo Boubèe, riesce ad armonizzarsi perfettamente con la struttura in muratura. Negli otto pennacchi della cupola, otto figure femminili in rame sostengono lampadari, mentre gli ampi ventagli posti nelle testate dei bracci recano complesse scene in stucco. SANTA CHIARA E GESU’ NUOVO Presso le mura occidentali di Napoli sorgono la basilica e il convento di Santa Chiara, un complesso religioso costruito tra il 1310 e il 1340 sopra antiche terme romane del I secolo d.C. Il grandioso chiostro maiolicato, o delle Clarisse, è opera di Domenico Antonio Vaccaro, realizzata nel 1739. La ricca decorazione marmorea degli interni della chiesa di Gesù Nuovo è di Cosimo Fanzago (1591-1678). I bombardamenti della II Guerra Mondiale hanno causato gravi danni all’edificio. Una bomba cadde proprio sul soffitto della navata centrale, ma rimase inesplosa. Oggi l’ordigno è esposto all’interno della chiesa, come prova del miracolo. SAN DOMENICO MAGGIORE, SAN PAOLO MAGGIORE E CATTEDRALE La chiesa di San Domenico Maggiore, in origine costruita in stile gotico (1283-1324), divenne la casa madre dei Domenicani nel Regno di Napoli e la chiesa della nobilità aragonese. Nella sagrstia, su un ballatoio, sono presenti 45 feretri con le spoglie imbalsamate dei nobili. La basilica di San Paolo Maggiore fu costruita sui resti del Tempio dei Dioscuri. Nel 1943, nel corso di un bombardamento aereo, il tetto e l’area del transetto crollarono quasi del tutto. Il pavimento di maiolica è del 1724, opera di Donato Massa. Nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, nota anche come Duomo di Napoli o Duomo di San Gennaro, si conservano le reliquie del Santo (in particolare il suo sangue in alcune ampolle). Related posts: Meraviglie del mondo Roma: Il centro storico I segreti della Divina Commedia Le Brigate rosse Città del Vaticano
Roma: Il centro storico

CENTRO STORICO DI ROMA La prima zona dichiarata Patrimonio dell’Umanità è stato il centro storico all’interno delle Mura Aureliane, dove si trovano i monumenti più significativi dell’antichità. In un successivo ampliamento, del 1984, sono stati inclusi nella lista dell’Unesco anche i beni della Santa Sede nella Città del Vaticano e, nel 1990, le sue proprietà extraterritoriali, tra le quali vi è la basilica di San Paolo Fuori le Mura. Sono numerosi i monumenti e gli edifici che ci raccontano l’età di splendore dell’Impero romano, come il Foro romano con l’Arco di Costantino o di Massenzio e la casa delle Vestali, i Fori Imperiali con la Colonna Traiana o il Palatino con i resti dei palazzi imperiali. Il Colosseo, inaugurato nell’80 d.C., è un gigantesco anfiteatro con un perimetro di oltre 500 metri. Il famoso Pantheon, costruito intorno al 120 d.C. Nel periodo successivo alla caduta dell’Impero romano, l’Urbe divenne il centro della cristianità. I papi iniziarono ad ampliare la città e realizzarono, con la collaborazione dei più famosi artisti della loro epoca (Michelangelo, Raffaello e Bernini tra i tanti), magnifiche chiese e splendidi palazzi in stile rinascimentale e barocco, che racchiudono straordinari capolavori dell’arte. CAMPIDOGLIO E FORO ROMANO La Piazza del Campidoglio, che sorge sull’omonimo colle, fu progettata da Michelangelo con una pianta leggermente trapezoidale per sottolineare una prospettiva verso il Palazzo Senatorio. Al centro vi è la statua equestre dell’Imperatore Marco Aurelio. Il Foro romano vide le sue prime costruzioni intorno al VII secolo a.C. Quando venne dato l’avvio all’edificazione di edifici adibiti alla vita politica, giudiziaria, religiosa, commerciale e soprattutto sociale della città. Tra le rovine sono presenti numerosi templi, basiliche, tribune e archivi. IL COLOSSEO E L’ARCO DI COSTANTINO Il Colosseo è il più grande e importante anfiteatro romano del mondo. E’ in grado di contenere tra i 50.000 e i 75.000 spettatori ed è stato edificato in epoca Flavia, nel 72 d.C., sotto il regno di Vespasiano e inaugurato da Tito nell’80. L’Arco di Trionfo di Costantino venne eretto nel IV secolo per commemorare la vittoria di Costantino I il grande su Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio (312). Alcuni suoi elementi decorativi provenivano da monumenti anteriori, come il caso dei medaglioni (i cosidetti tondi adrianei). IL PALATINO Secondo il mito, Romolo e Remo fondarono Roma sul colle Palatino. Oggi è un grande museo a cielo aperto, dove è possibile visitare la Domus Aurea o lo Stadio di Domiziano. Sul Palatino si trovano anche le rovine della Domus Augusta, residenza del primo imperatore di Roma, con i suoi affreschi in ottimo stato di conservazione; tra essi colpiscono in particolare quelli della Stanza delle Maschere. MURA AURELIANE E VIA APPIA La via appia, una delle principali strade dell’Impero romano, collegava Roma con il porto di Brindisi, porta di accesso al Mediterraneo Orientale e al Vicino Oriente. Attraversa il Parco degli Acquedotti, dove si trova l’acquedotto Claudio, uno dei più importanti dell’antica Roma. Per realizzare le mura difensive dell’Urbe, note come Mura Aureliane, con la Piramide di Cestia in primo piano, l’Imperatore Aureliano dovette fare a meno dell’esercito, impegnato lungo le frontiere. PIAZZA DEL POPOLO Nella porta nord delle Mura Aureliane sorge Piazza del Popolo, realizzata in stile neoclassico, presieduta dalle chiese gemelle, Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto. Il nome della piazza deriva dal latino populus, ovvero pioppo, perchè secondo la tradizione nella zona sorgeva un boschetto di questi alberi. PIAZZA DI SPAGNA La famosa piazza di Spagna deve il suo nome al Palazzo di Spagna, sede dell’ambasciata spagnola presso la Santa Sede. Una magnifica scalinata unisce la piazza alla chiesa di Trinità dei Monti. Ai duoi piedi si trova la celebre Fontana della Barcaccia, in stile barocco, scolpita da Pietro Bernini e dal figlio, il più noto Gian Lorenzo. LA FONTANA DI TREVI La Fontana di Trevi e la più grande e la più famosa tra le monumentali fontane barocche di Roma. Disegnata da Nicola Salvi e terminata da Giovanni Pannini, la fontana è adagiata su un lato di Palazzo Poli, e si trova nel punto finale dell’Aqua Virgo, uno degli acquedotti più antichi che forniscono acqua alla città. PIAZZA COLONNA La colonna di Marco Aurelio, eretta per celebrare le vittorie dell’Imperatore nelle Guerre Marcomanniche, sorge ancora nel suo sito originale, l’odierna Piazza Colonna. Sula lato est si apre la Galleria Alberto Sordi (ex Galleria Colonna), realizzata nel 1914 in stile modernista, mentre sul lato nord della piazza si trova Palazzo Chigi. PALAZZO BARBERINI, PALAZZO COLONNA, PALAZZO DORIA-PAMPHILJ Palazzo Colonna è uno dei più antichi palazzi privati di Roma. La sua costruzione, iniziata nel XIV secolo, si è protratta per 5 secoli e ciò ha comportato la sovrapposizione di diversi stili architettonici. Il palazzo appartiene alla nobile famiglia dei Colonna. Il Trionfo della Divina Provvidenza, affresco opera di Pietro da Cortona, orna il soffitto del grande salone al piano nobile di Palazzo Barberini. Progettato dall’Architetto Carlo Maderno, dopo la morte di questi, nel 1629, la direzione dei lavori fu affidata a Gian Lorenzo Bernini. Nella Galleria Doria Panphilj, cuore espositivo dell’omonimo palazzo, è conservata la maggior parte della collezione privata della famiglia dalla quale prende il nome. La storia del Doria-Panphilj è il risultato di alleanza multiple tra famiglie aristocratiche di ogni parte d’Italia. CHIESA DI SANT’IGNAZIO DI LOYOLA IN CAMPO MARZIO La chiesa barocca di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, dedicata al fondatore della Compagnia di Gesù, fu edificata a partire dal 1626 e terminata nel 1722. Il suo interno appare più alto di quanto non sia in realtà, grazie alla quadrature di Andrea Pozzo, che sul soffitto realizzò affreschi in pittura prospettica, con architetture illusorie. SANTA MARIA SOPRA MINERVA Per le sue bellissime volte azzurro-indaco, è forse l’unica chiesa gotica in una Roma dove dominano il Romanico e il Barocco. La basilica, che custodisce le spoglie di Santa Caterina da Siena e di Beato Angelico,
16 marzo 1978

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Chernobyl 01:23:40

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Cronaca nera

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Le Brigate rosse

Milano 17 settembre 1970: in via Moretto da Brescia vengono fatti esplodere 2 bidoni davanti al garage di Giuseppe Leoni, direttore del personale della Sit-Siemens. Sulla porta del box compare una scritta: Brigate Rosse. E’ il primo attentato del gruppo terroristico che segnerà tragicamente, dal 1974 al 1988, la storia italiana. Gli inquirenti sottovalutano l’episodio, ritenendolo un banale atto teppistico con una rivendicazione politica di copertura. A formare il nucleo storico delle BR sono tre gruppi fondamentali: le frange sindacali più estremiste della Sit-Siemens, con in testa Mario Moretti e Corrado Alunni, alcuni ex studenti della facoltà di sociologia di Trento, capeggiati dai coniugi Renato Curcio e Margherita (Mara) Cagol, e dei fuoriusciti dal Pci di Reggio Emilia: Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Roberto Ognibene. Il 28 ottobre 1970 su Sinistra proletaria, otto giorni dopo aver annunciato la formale costituzione dellE Br, dichiararono: Cosa vogliamo? Vogliamo il potere! Perchè fino a che il potere lo avranno i padroni, la nostra condizione non potrà cambiare. Il loro slogan è: Lo stato borghese non si abbatte, si cambia. Come fare? Colpiscine uno per educarne cento., rispondono i brigatisti secondo i dettami di Mao e secondo una logica che conduce direttamente all’atto terroristico. Per tutto il 1970 e il 1971 le Br si distinguono così per una fase iniziale di sindacalismo violento, volto a colpire fisicamente in fabbrica avversari politici, soprattutto alla Pirelli di Milano. Per arrivare alla prima azione significativa bisogna aspettare il 3 marzo 1972 quando le Br rapiscono per alcune ore, sempre a Milano, il dirigente della Siemens Idalgo Macchiarini: sarà il primo ad essere fotografato dietro la stella a 5 punte. La polizia individua quasi subito, il 2 giugno, la base milanese di via Boiardo, assieme ad altri 5 covi. Gli arresti sono numerosi e tra questi anche figure di spicco come l’avvocato Giambattista Lazagna, medaglia d’argento partigiana a lungo militante del Pci. I Gap (Gruppi di azione proletaria), l’organizzazione rivoluzionaria fondata qualche anno prima dall’editore Giangiacomo Feltrinelli, sembra in ginocchio. E’ la fine della prima fase del movimento, che si riorganizza in colonne e in brigate, con una direzione strategica e un comitato esecutivo centrali. La nuova strategia prende il nome di Propaganda Armata. Curcio & C. abbandonano Milano per trasferirsi a Torino, cuore del capitalismo italiano. Il 12 febbraio 1973 rapiscono il sindacalista Cisnal Bruno Labate che viene processato per 5 ore e poi incatenato, senza pantaloni, al cancello 1 dello stabilimento Fiat Mirafiori. Il 10 dicembre toccherà a Ettore Amwrio, capo del personale della Fiat-auto. Il processo durerà questa volta ben otto giorni. E’ soltanto però con il sequestro del giudice genovese Mario Sossi, il 18 aprile 1974, che si arriva al definitivo “salto di qualità”: dalla propaganda violenta in fabbrica si passa all’attacco al cuore dello stato e ai suoi simboli. Il giudice Sossi, soprannominato il “dottor Manette”, era stato il pm al processo per l’omicidio di Alessandro Floris, dove con la sua requisitoria ottenne la condanna all’ergastolo del bierre Mario Rossi e 180 anni complessivi di reclusione per gli altri imputati. Dopo questi fatti , la reazione delle forze dell’ordine si fa più decisa: il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa fa arrestare il 18 settembre i 2 leader del movimento Renato Curcio e Alberto Franceschini. Curcio verrà fatto evadere in giugno, da un commando guidato dalla moglie Mara Cagol e arrestato nuovamente agli inizi del 1976. La morte di Mara Cagol durante un conflitto a fuoco il 5 settembre 1975, segna la fine della troika che aveva guidato gli esori delle Br. La Corte d’Appello di Genova intanto aveva deciso di rilasciare otto componenti del movimento 22 ottobre, gruppo molto vicino alle Br e attivo nel capoluogo ligure, in cambio della liberazione del giudice Sossi. Il provvedimento venne però bloccato dal procuratore generale di Genova Francesco Coco, che per non dare un segno di debolezza da parte dello stato non vuole trattare con i terroristi, ma firma così la sua condanna a morte. Sossi viene liberato senza condizioni il 23 maggio 1974 e il giudice Coco verrà trucidato l’8 giugno 1976 assieme ai 2 agenti della scorta dalle nuove Br, guidate dopo l’arresto di Curcio dall’ala militarista di Mario Moretti, che fonda tra l’altro a Roma, insieme a Valerio Morucci e Adriana Faranda una importante colonna. E’ una nuova svolta: l’attacco al cuore dello stato prevede ora direttamente l’assassinio, per strada, dei presunti “nemici del popolo”. Pagherete caro, pagherete tutto, minacciano le Br nei loro comunicati. Dopo i giudici tocca ora ai giornalisti: tra l’1 e il 3 giugno 1977 vengono gambizzati con un colpo di pistola, rispettivamente Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX, Indro Montanelli, direttore del Giornale Nuovo, ed Emilio Rossi, direttore del TG1. Il 16 novembre viene ferito gravemente Carlo Casalegno vicedirettore della Stampa: morirà due settimane dopo. Il 28 aprile i colpi di P38 ammazzano invece Fulvio Croce, incaricato a Torino di designare gli avvocati d’ufficio del processo contro il nucleo storico Br, fermo ormai da 338 giorni, dopo i disordini del maggio 1976 (gli imputati, tra cui Curcio e Franceschini, in aula avevano manifestato il proprio appoggio all’uccisione di Coco. Nel 1978 le Br raggiungono il culmine della loro azione e della loro notorietà, anche internazionale. Mentre nel paese prosegue la loro strategia assassina (il 14 febbraio viene ammazzato il magistrato Riccardo De Palma), il 16 marzo rapiscono a Roma in via Fani, il presidente della DC Aldo Moro, massacrando i 5 uomini della scorta. Il cuore dello stato è raggiunto, ma per le Br, che perderanno ora ogni tipo di possibile consenso, è l’inizio della fine. L’idea di Moretti è quella di processare la Dc complice di quel “compromesso storico”, di quell’alleanza con il Pci che nascerà con il quarto governo Andreotti proprio il giorno del rapimento, e che per loro rappresenta il tradimento della causa comunista. Per 55 giorni l’Italia è sotto scacco. Le lettere del presidente della Dc dalla prigionia, nelle quali viene ventilata la possibilità di clamorose rivelazioni, mettono in allarme il mondo
Lincoln – Kennedy Inquietanti coincidenze

Misteri analoghi a quelli finora raccontati costellarono persino la vita e la morte dei presidenti americani Abraham Lincoln (1809-1865) e John Fitzgerald Kennedy (1917-1963). Si racconta inoltre che Lincoln appaia sempre alla vigilia della morte di un altro presidente e pare, infatti, che sia apparso anche a John Kennedy il giorno prima di partire per Dallas, sua ultima fatale visita. Tantissime e straordinarie furono le coincidenze, che costellarono la vita e la morte di questi due presidenti. Troppe, per essere sbrigativamente attribuite al caso. Innanzitutto, Lincoln venne eletto presidente nel 1860. Kennedy, esattamente 100 anni dopo, nel 1960. Lincoln fu ucciso di venerdì, alla presenza della moglie. Anche Kennedy venne assassinato mentre era al fianco di sua moglie, e di venerdì. Ad entrambi i presidenti spararono, e tutti e due furono colpiti da dietro e alla nuca. Subito dopo l’attentato, ricevettero i primi soccorsi dalla propria moglie. Lincoln e Kennedy morirono senza riprendere conoscenza. Oltre ai particolari della morte in comune, ne esistono altri. La moglie del presidente Lincoln perse un figlio, mentre risiedeva alla Casa Bianca. La stessa cosa accadde alla moglie di Kennedy. Sia Lincoln che Kennedy avevano avuto 4 figli e, al momento della loro uccisione, solo 2 di questi erano vivi. Il vice di Lincoln si chiamava Johnson ed era nato nel 1808. Il vice di Kennedy si chiamava, pure, Johnson ed era nato nel 1908, a distanza di 100 anni esatti dall’altro. L’assassino di Lincoln si chiamava John Wilkes Bootk ed era nato nel 1839. L’assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald, era nato nel 1939, 100 anni dopo l’altro. E’, pure, perlomeno curioso osservare che la somma delle lettere che compongono nome e cognome dell’assassino di Lincoln dà 15 come totale e così è anche per l’assassino di Kennedy. Ma le coincidenze straordinarie non finiscono qui. John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald erano entrambi sudisti. Tutti e due i presidenti avevano condotto aspre battaglie per i diritti civili dei negri: Lincoln con il Proclama di Emancipazione e Kennedy con la legge sui Diritti Civili. Al momento dell’attentato Lincoln e Kennedy si trovavano assieme, oltre alle proprie mogli, ad una coppia di amici. Per quanto riguarda le coppie di amici, le donne rimasero illese, gli uomini furono feriti dagli attentatori (il maggiore Rathbone nel 1865 e il governatore Connally nel 1973). Il segretario di Lincoln si chiamava Kennedy e cercò di dissuadere il presidente dall’andare a teatro quella sera. La segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln e, anche lei, tentò di convincere il presidente a non andare a Dallas. Un altro fatto abbastanza singolare è che il marito della donna si chiamava Abraham, come Lincoln. Quando avvenne l’attentato, Kennedy stava attraversando le vie di Dallas su un’auto – guarda caso – di marca Lincoln, prodotta dal gruppo Ford. Booth assassinò Lincoln in un teatro e si rifugiò in un magazzino. Oswald sparò a Kennedy da un magazzino e si rifugiò in un teatro. Booth spirò 11 giorni dopo Abramo Lincoln, entrambi alle 7,20 del mattino. Oswald morì 48 ore dopo Kennedy, pure, alla stessa ora, le 13. A Lincoln successe Andrew Johnson e a Kennedy Lindon Johnson. Durante il loro ultimo anno di presidenza, sia Andrew sia Lindon Johnson furono travolti da uno scandalo politico, che impedì loro di candidarsi per un nuovo mandato. Alcuni studiosi attribuiscono ai numeri particolari poteri. Vi sono strabilianti casi di ciclicità storica. Mouèsan de la Villoret enuncia, al proposito, sette leggi. La prima afferma che esiste “…un rapporto costante fra il numero effettivo dei capi di uno Stato o dei principi di una dinastia e la somma delle cifre, sia della prima, che dell’ultima data o delle due riunite”. Studiando la dinastia dei Merovingi, Mouèsan de la Villoret scoprì che l’incoronazione di Clodione, primo re, si verificò nell’anno 427, che, sommato a sé stesso, (4+2+7) dà 13 e che anche quella dell’ultimo re, Childerico II, che avvenne nell’anno 670, (6+7) dà ancora 13. I re Merovingi furono 13. Un altro enunciato afferma che, capovolgendo la data iniziale di una monarchia, si ottiene l’anno della sua fine. Ad esempio, l’anno d’inizio dei Carolingi: il 789 invertito ci dà l’anno dell’estinzione della monarchia carolingia. Il dogato di Venezia ha inizio il 697; invertendo l’anno in questione si ottiene quello della sua fine: 1796. Il numero 3 influenzò, con insistenza, la vita del principe Bismark. Egli, infatti, servì 3 sovrani, combattè 3 guerre, fu l’artefice della stipulazione di 3 trattati di pace, rese possibile l’incontro di 3 inperatori e preparò la Triplice Alleanza. I simboli araldici del suo casato furono le foglie del trifoglio e 3 foglie di quercia col motto “In trinitate rebur”. Ebbe, ancora, 3 figli, 3 possedimenti e controllò 3 partiti: i conservatori, i liberali e gli ultramontani. In relazioni a certi cicli, che segnano eventi luttuosi, vi è un esempio molto illuminante ci viene dalla storia dei re d’Inghilterra. Sto parlando del “sabato nero” della monarchia inglese. Un sabato, il 18 marzo del 1702, morì Guglielmo II. Un sabato, l’1 agosto del 1704, trapassò la regina Anna. Anche di sabato, il 10 giugno 1727, morì Giorgio I° e, sempre di sabato, il 25 ottobre 1760, si spense Giorgio II°. Di sabato morì anche Giorgio III°, era il 30 gennaio 1820. Ancora di sabato, il 26 giugno 1830, morì Giorgio IV. Identica sorte toccò ad Eduardo VII, quando morì era sabato 7 maggio 1910. Related posts: Nostradamus, il profeta. Historia de Fidel Le Brigate rosse I templari Pt.2 I templari Pt.1
I segreti della Divina Commedia

Prima di entrare nei dettagli diamo un piccolo escursus sulla figura del grande Poeta italiano. Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321), poeta e prosatore, teorico letterario e pensatore politico, considerato il padre della letteratura italiana. La sua opera maggiore, la Divina Commedia, è unanimemente ritenuta uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi. Dante nacque tra il maggio e il giugno del 1265 da una famiglia di piccola nobiltà. L’evento più significativo della sua giovinezza, secondo il suo stesso racconto, fu l’incontro con Beatrice, la donna che amò ed esaltò come simbolo della grazia divina, prima nella Vita nuova e successivamente nella Divina Commedia. Gli storici hanno identificato Beatrice con la nobildonna fiorentina Beatrice o Bice Portinari, che morì nel 1290 neanche ventenne. Dante la vide in tre occasioni ma non ebbe mai l’opportunità di parlarle. Non si sa molto sulla formazione di Dante, ma le sue opere rivelano un’erudizione che copre quasi l’intero panorama del sapere del suo tempo. A Firenze Fu profondamente influenzato dal letterato Brunetto Latini, che compare come personaggio nella Commedia (Inferno, canto XV), e sembra che intorno al 1287 frequentasse l’università di Bologna. Durante i conflitti politici che ebbero luogo in Italia in quell’epoca, si schierò con i guelfi contro i ghibellini (Vedi Guelfi e ghibellini): nel 1289 prese parte alla battaglia di Campaldino in cui i guelfi fiorentini trionfarono sulle milizie ghibelline di Arezzo. Qualche anno prima, probabilmente intorno al 1285, Dante aveva sposato Gemma Donati, appartenente a una potente famiglia guelfa. La sua prima opera importante, la Vita nuova (1292-93), fu scritta poco dopo la morte di Beatrice ed è composta di canzoni e sonetti legati da commenti in prosa entro un esile intreccio narrativo: la storia dell’amore di Dante per Beatrice, la premonizione della sua morte avuta in un sogno, la morte di Beatrice e la risoluzione finale del poeta a scrivere un’opera che dicesse di lei “quello che mai non fue detto d’alcuna”. La Vita nuova mostra la chiara influenza della poesia d’amore dei trovatori provenzali e rappresenta probabilmente l’opera più importante del dolce stil novo fiorentino, che superò la tradizione provenzale sublimando l’amore del poeta non solo in termini di elevato idealismo, ma anche in senso misticoreligioso. Negli anni che seguirono, Dante partecipò attivamente alla turbolenta vita politica di Firenze. Documenti che risalgono al 1295 indicano che in quell’anno egli ebbe vari incarichi governativi locali: nel 1300, dopo essere stato in missione diplomatica a San Gimignano, fu nominato priore di Firenze, carica che ricoprì per due mesi. La rivalità tra le due fazioni dei guelfi di Firenze, i cosiddetti “neri”, che consideravano il papa come un alleato contro il potere imperiale, e i “bianchi”, che intendevano rimanere indipendenti sia dal papa sia dall’imperatore, diventò particolarmente intensa proprio durante il priorato di Dante; egli approvò la decisione di esiliare i capi di entrambe le fazioni, fra i quali l’amico Guido Cavalcanti, allo scopo di mantenere la pace nella città. Tuttavia, appoggiati da papa Bonifacio VIII, nel 1301 i capi dei neri poterono rientrare a Firenze e impadronirsi del potere mentre Dante si trovava a Roma, a capo di una delegazione del comune presso il pontefice. Nel gennaio del 1302 Dante fu accusato di baratteria e concussione e, processato in contumacia, dapprima condannato a pagare un’ingente ammenda e bandito da Firenze, quindi, non essendosi presentato per scontare la pena, venne condannato a morte e alla confisca dei beni familiari. Dante non fece mai più ritorno in patria: trascorse il suo esilio in parte a Verona e in parte in altre città italiane (Treviso, Padova, Venezia, Lucca, Ravenna), e forse si spinse fino a Parigi tra il 1307 e il 1309. In quegli anni i suoi ideali politici subirono un profondo cambiamento: si avvicinò alle posizioni dei ghibellini, auspicando l’unificazione di tutta l’Europa sotto il regno di un imperatore illuminato. Durante i primi anni dell’esilio, Dante scrisse il De vulgari eloquentia (1303-1305, incompiuto) e il Convivio (1304-1307 ca., incompiuto). Nel primo, in latino, difese il “volgare” come lingua letteraria contro l’uso prevalente del latino per le opere colte. Il Convivio fu concepito come un compendio in volgare, in quindici trattati, del sapere del tempo. Il primo trattato è un’introduzione e i rimanenti quattordici avrebbero assunto la forma di commenti ad altrettanti componimenti poetici dell’autore. Tuttavia furono portati a termine solo i primi quattro trattati. Le speranze politiche di Dante furono risollevate dall’arrivo in Italia nel 1310 di Arrigo VII, re di Germania e imperatore del Sacro romano impero, che intendeva riportare l’Italia sotto la sua sovranità di fatto e non solo di diritto. In uno slancio di febbrile attività politica, Dante scrisse un’Epistola, indirizzata a tutti i principi e i reggitori dei Comuni d’Italia per esortarli ad accogliere l’imperatore inviato dalla Provvidenza a risolvere le aspre lotte intestine che insanguinavano la penisola. La morte di Arrigo VII nel 1313 pose bruscamente fine alle speranze di Dante. Il trattato latino intitolato Monarchia, scritto secondo alcuni fra il 1310 e il 1313, durante il periodo della permanenza in Italia di Arrigo, secondo altri nel 1317, rappresenta un’esposizione della filosofia politica dantesca, in cui l’autore auspica la nascita di una monarchia universale, necessaria per garantire la pace e il benessere dell’umanità, propugnando la netta separazione tra Stato e Chiesa. Nel 1315 la città di Firenze invitò Dante a ritornare; tuttavia, poiché le condizioni che gli venivano proposte erano quelle generalmente riservate a criminali cui era stato concesso il perdono, Dante rifiutò l’invito e affermò che non sarebbe mai ritornato se non gli fossero stati accordati piena dignità e onore. Continuò quindi a vivere in esilio e trascorse i suoi ultimi anni a Ravenna, dove morì nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321. Tra le opere minori scritte da Dante durante gli ultimi anni di vita, si ricordano la Quaestio de aqua et terra e due Egloghe in esametri latini. La Quaestio è un trattato di cosmologia, in latino, incentrato su un tema che generava grande interesse nei pensatori del
Curiosità : The dark side of the moon

È il primo album con testi interamente firmati da Roger Waters Waters scriveva testi per i Pink Floyd già dai tempi di A Saucerful of Secrets, ma è con Dark Side che ha preso le redini dell’universo concettuale della band. Ha individuato il concept e l’ha sviluppato cercando di scrivere i testi più lucidi e diretti della sua carriera. «È stata la mia prima vera battaglia con la band», ha detto a Mark Blake, autore di The Inside story of Pink Floyd. «Volevo lasciar perdere lo spazio, tutte le cose che piacevano a Syd, per parlare delle mie preoccupazioni sul mondo, pensieri più politici e filosofici». Il “dominio” di Waters in Dark Side ha piantato il seme per la spaccatura che distruggerà la band negli anni a venire, ma all’epoca fu una scelta più che condivisa dal resto della band. «Non mi sono mai considerato un grande autore di testi», ha detto Gilmour a Rolling Stone. «Ero sollevato, e comunque scrivere i testi non significava certo prendere il controllo di tutto». Il disco poteva cambiare titolo in Eclipse La band ha sempre voluto chiamare il suo album The Dark Side of the Moon – un riferimento più “umano” rispetto al solito spazio profondo -, ma quando i Medicine Head pubblicarono (nel 1972) un disco dallo stesso nome, si erano convinti a cambiare tutto in Eclipse. «Non eravamo arrabbiati», ha detto Gilmour. «Ma infastiditi, avevamo già pensato al titolo prima di sapere del loro album». Quando i Medicine Head, però, sono scomparsi nel nulla, i Floyd hanno deciso di tornare al titolo originale. I fan dell’epoca ascoltarono il disco dal vivo più di un anno prima dell’uscita Nonostante gli arrangiamenti facciano pensare a Dark Side come a un disco “da studio di registrazione”, la band lo suonò per intero più di un anno prima dell’uscita ufficiale. Il debutto fu al Brighton Dome il 20 gennaio 1972: un disastro, rovinato da “orrori meccanici ed elettrici”, come ha detto Waters. I concerti servirono per perfezionare le transizioni tra un brano e l’altro, un aspetto fondamentale. «Era davvero importante per restituire le giuste sensazioni», ha spiegato Alan Parsons. «Le transizioni facevano parte del processo di registrazione, e non solo una questione di missaggio». La versione live di On The Run era completamente diversa dal caos elettronico che è finito sull’album Inizialmente conosciuta con il titolo The Travel Sequence, la strumentale nasce come una jam di chitarra. In studio, però, si è trasformata radicalmente grazie al sintetizzatore modulare EMS Synthi AKS, che la band ha usato anche in Any Colour You Like. «Quello scatolotto conteneva possibilità infinite», ha detto Gilmour. «Ci siamo sempre considerati una band elettronica, e io sono sempre stato ossessionato dai suoni tridimensionali». Money è ispirata a Booker T La prima hit dei Floyd, con quel ritmo in 7/4, il giro di basso perfetto, il solo di chitarra e di sassofono, è un brano così potente e iconico che pochi ricordano le sue origini r&b. «Non è facile spiegare come Booker T ci ha ispirato», ha detto Gilmour. «Ma ero un grande fan, e da ragazzino suonavo Green Onions con un’altra band. Pensavo che sarebbe stato bello incorporare alcuni elementi di quel sound nel nostro album. È divertente pensare a un gruppo di studenti inglesi di architettura che suonano il funky… ma è andata così». Il cameo di Paul McCartney è stato cancellato dal disco Roger Waters voleva inserire delle interviste – registrate con tutti i presenti negli studi di Abbey Road – per arricchire l’album. L’idea era di fare sia domande banali (qual è il tuo colore preferito? E il cibo?) che più impegnative (la follia e la morte), così da utilizzare le risposte nel mix. Paul era tra gli intervistati, ma le sue risposte non andarono a genio a Waters. «Si era convinto che fosse necessario recitare, il contrario di quello di cui avevamo bisogno», ha detto. «Cercava di essere divertente». Nonostante tutto, però, i Beatles hanno partecipato all’album. Nel finale di Eclipse è possibile ascoltare un estratto di Ticket to Ride: la band ascoltava il pezzo mentre registrava l’intervista a Gerry O’Driscoll – lo potete ascoltare mentre dice “There is no dark side of the moon, really. Matter of fact, it’s all dark. The only thing that makes it look light is the sun”. Us and Them è uno scarto della colonna sonora di Zabriskie Point Il secondo singolo estratto dall’album prese vita nel 1969, uno strumentale per pianoforte e basso scritto per la colonna sonora di Zabriskie Point, il film di Michelangelo Antonioni. Nel montato finale si possono ascoltare tre brani dei Floyd – Heart Beat, Pig Meat, Crumbling Land e Come in Number 51, Your Time is Up -, ma non The Violent Sequence, antenato di Us and Them. Waters ha ricordato le parole di Antonioni in un’intervista per Classic Albums. «Davvero, è bellissima, ma così triste!», disse il regista. «Mi fa pensare alla chiesa». Silver Surfer doveva apparire sulla copertina L’immagine del prisma – creata da George Hardie su input di Storm Thorgerson e Aubrey Powell della Hipgnosis – è uno dei design più iconici della storia della musica. «Quando Storm ci ha mostrato alcune proposte abbiamo subito capito che quella sarebbe stata la copertina, nessun dubbio», ha detto Gilmour. «Basta guardarla: è un’idea molto vendibile, semplice e d’impatto. Fa una gran figura nelle vetrine dei negozi. Non era la solita foto di quattro tizi su qualche collina di campagna». Non tutti sanno, però, che Hipgnosis avrebbe preferito un’immagine con Silver Surfer. «Eravamo tutti fissati con i fumetti Marvel, e ci sembrava un’ìdea fantastica, singolare», ha raccontato Powell. «Non ci avrebbero mai dato il permesso per usarla, ma ci piaceva l’idea di quest’uomo d’argento che vola per l’universo. Molto cosmica!». Dark Side of the Moon è stato il primo album dei Floyd a entrare nella Top 40 americana Sembra assurdo, soprattutto considerando i numeri da capogiro collezionati nel corso degli anni, ma il primo disco dei Floyd a ottenere un discreto risultato commerciale negli Stati Uniti è proprio Dark Side. È il risultato di un’immensa campagna stampa di Capitol Records che, insieme al successo del singolo Money, ha catapultato l’album in cima alle classifiche. I guadagni dell’album contribuirono a
Historia de Fidel

Messico, 25 novembre 1956. E’ l’una e mezza di mattina. Il battello Gran-ma scalda i motori. A bordo 82 ribelli si scrutano in viso. Indossano la divisa verde oliva che ben presto diventerà celebre in tutto il mondo. E loro, come dirà Fidel Castro, saranno “liberi o martiri”. Quattro sono stranieri: l’Italiano Gino Donne, il messicano Guillen, il pilota dominicano Ramin Mejoas e l’argentino Ernesto Guevara. Piove a dirotto, ma il battello salpa ugualmente facendo rotta su Cuba. Tra il 1953 e il 1956 il Messico era diventato la base operativa del ” Movimento 26 luglio” in ricordo dell’assalto alla caserma Moncada del 1953: il primo attacco armato contro il dittatore Fulgencio Batista. Prima di rintanarsi in Messico, Fidel aveva percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti per convincere gli esuli cubani ad aiutarlo: ha bisogno di tranquillizzare la borghesia sui suoi obiettivi e di ottenere aiuto finanziario. Ma il programma segreto di Fidel Castro va ben oltre il rovesciamento della dittatura di Batista: è la rivoluzione. Da Città del Messico, Vera Cruz, Jalapa, Victoria, in autobus e in nave, i ribelli raggiungono il punto d’imbarco. All’arrivo erano un centinaio: troppi. Soltanto 82 riescono a stiparsi nello scafo. Tra loro c’è anche Ernesto Guevara in qualità di medico ma con i grado di tenente. A quel tempo era già diventato il Che (parola argentina che significa “mio”). Il suo incontro con Fidel e con la rivoluzione, era avvenuto l’anno prima in Messico, nel piccolo appartamento della cubana Maria Antonia Gonzales, al 49 di via Emparan, dove gli venne presentato l’eroe della Moncada: un gigante alto un metro e novanta, sulla trentina, baffi, capelli neri lucidi e ondulati. Il Che con i suoi 27 anni e un metro e settantatre rimane impressionato. Ma anche Ernesto colpisce Fidel, che ha bisogno di autentici guerrieri per la sua rivoluzione. I due uomini parlano tutta la notte: Fidel spiega le condizioni inumane in cui versa la popolazione di Cuba elencando i problemi sociali, ed il Che, dopo aver conosciuto la realtà dell’America Latina e avere divorato gli scritti dei padri del comunismo Marx, Lenin, Mao risponde con una precisa analisi. Ed è così che all’alba Fidel decide di informarlo del suo progetto di spedizione armata su Cuba. Il giorno li sorprende ed arriva il momento di separarsi. I 2 si scambiano il tradizionale “abrazo” ed è l’inizio di un’amicizia che durerà fino alla morte. Ernesto Guevara, da poco padre di una bambina, Hildita, scrive alla moglie “ora per me è venuto il tempo di combattere, questa volta in un altro paese, un pezzo del nostro continente, per scacciare sfruttamento e miseria. Voglio costruire un mondo migliore nel quale tu vivrai”. Il gran-ma prende il largo. La mattina del 29 novembre naviga nel Mare dei Caraibi, non lontano dalle coste cubane. Navigando da 5 giorni le provviste si sono ormai prosciugate, le divise sono imbrattate di vomito e inzuppate di acqua salata. Lo sconforto è grande. Ernesto ha un improvviso attacco d’asma, di cui soffre da quando è piccolo, ma nella foga di partire ha lasciato a terra l’inalatore e il Ventolin, il farmaco contro l’asma. I lidi di Cuba non ancora si scorgono, quando finalmente, all’alba del 2 dicembre il Gran-ma entra nel golfo di Guacanaybo arenandosi nella palude di Belic, sulla spiaggia di Las-Coloradas. I ribelli devono abbandonare la nave entrando a piedi nella laguna, un inferno di zanzare, liane e foglie affilate per giungere alla fine sulla terraferma. All’appello mancano 8 uomini. “Non era stato uno sbarco, ma un naufragio” scrisse il Che sul suo diario. Prima di partire, Castro aveva inviato ad Arturo Duque de Estrada, suo referente a Cuba, questo telegramma: “Libri in ordinazione esauriti. Firmato: Edizioni Divulgazione”. Si intendeva dire che l’arrivo era previsto entro 5 giorni. E invece il viaggio era durato 7 giorni e sei ore e i cubani del movimento, stanchi di aspettare e timorosi di essere scoperti era tornati alla base. La carcassa del Gran-ma venne scoperta alle 6 del mattino di quel 2 dicembre , ma quando arrivarono gli aerei dell’esercito regolare a bombardare la zona, i guerriglieri erano già lontani. Rimasti soli, i futuri barbudos, con la barba che comincia ad essere lunga, sono allo sbaraglio. Si affidano ad una guida sconosciuta, certo Tato Vega. Scopriranno presto che si tratta di un traditore. Il 5 dicembre il gruppo di rivoluzionari, allo stremo e con le montagne della Sierra Maestra all’orizzonte, decide di accamparsi nei pressi di una piantagione chiamata Alegria del Pio. Neppure il tempo di riprendere fiato che vengono attaccati dall’esercito. Degli 82 salpati ne restano solo 16 e si rifugiano sulla Sierra Maestra, massiccio montuoso che si estende per 250 km da Cabo Cruz sino alla Baia di Guantanamo, che sarà presto teatro della rivoluzione. Un bollettino trionfale annuncia la morte di Fidel Castro e di suo fratello Raul e le operazioni militari vengono sospese, ma loro sono vivi ed a capo di quello sparuto gruppo di barbudos riuscirà a conquistare la fiducia dei guajiros della Sierra. Ormai i legami con i contadini sono anche di carattere economico. Sulla Sierra Maestra l’esercito di Fulgencio Batista, sostenuto dagli Stati Uniti, procede alla ceca, mentre boschi gole e grotte proteggono i guerriglieri. Fidel, dai microfoni di Radio Rebelde inizia a lanciare appelli al popolo cubano. La revolucion è iniziata. I continui successi della Sierra, anche se non sempre reali, danno risalto internazionale alla guerriglia e la CIA inizia a considerare opportuno stabilire contatti con gli insorti. Alla guerriglia sulla Sierra si aggiunge la lotta urbana condotta dai vari gruppi rivoluzionari. Per allontanare i sospetti di una rivoluzione comunista, Fidel rende noto il progetto di voler instaurare un governo provvisorio con alla presidenza il magistrato democratico Manuel Urrutia, garante degli interessi dei latifondisti e del grande capitale. Il presidente americano Eisenhower avvia un graduale disimpegno verso il sempre più impopolare Batista ed a metà marzo del 1958 vengono sospesi gli aiuti militari. Nell’agosto i ribelli decidono di passare all’assalto decisivo: la
Nostradamus, il profeta.

Nel 1503 nacque in Francia l’astrologo e medico Nostradamus, per alcuni chiaroveggente, per altri profeta. La sua opera principale fu pubblicata nel 1555 con il titolo ‘Le profezie’, e le sue parole hanno dato origine a innumerevoli interpretazioni sul futuro del mondo e dell’umanità. Ma perché la sua opera è diventata così famosa? Che cosa aveva di così speciale? Nel 1555 a Lione fu pubblicato un libro intitolato Le profezie di Michel Nostradamus. L’opera era composta da 353 quartine, poesie di quattro versi scritte in termini enigmatici che avevano lo scopo di annunciare gli eventi del prossimo futuro in Francia e in tutta Europa. Il successo delle Profezie fu spettacolare e diede al loro autore, un medico provenzale già noto per i suoi almanacchi, fama su scala europea. Soprattutto dopo che nel 1559 si verificò il tragico evento che Nostradamus aveva previsto nel 1555: la morte del re Enrico II nel corso di un torneo. Negli anni successivi Nostradamus avrebbe pubblicato edizioni successive delle sue Profezie, ogni volta ampliate con nuove quartine, tanto che l’ultima edizione contava 942 quartine raggruppate in un totale di dieci secoli – da qui il titolo Centuries et prophéties. Nostradamus disse che le sue opere erano libri di profezie che aveva voluto chiarire oscuramente. Lui stesso riconosceva insomma di aver deliberatamente dato un’aria oscura ed enigmatica alle sue previsioni, trasformandole in frasi astruse. Lo giustificava come un modo per impedire al «volgo» di avere facile accesso alle verità celesti che aveva ricevuto per speciale ispirazione. Non c’è dubbio, tuttavia, che in questo modo abbia fatto sì che le sue previsioni potessero essere interpretate in modi diversi e quindi applicate a vari eventi del futuro. Per questo motivo molto raramente specificò la data in cui la profezia si sarebbe realizzata. L’aria enigmatica delle quartine era ottenuta con vari procedimenti linguistici: uso di latinismi al posto delle parole usuali, ellissi o soppressione di verbi o articoli, sintassi contorta… Perfino gli errori di stampa, comuni da un’edizione all’altra, ne accrescevano il mistero. L’indovino per antonomasia Dopo la sua morte nel 1566, e fino ad oggi, Nostradamus è sempre stato ricordato come l’astronomo e l’indovino per antonomasia, e le sue opere hanno attirato infiniti lettori alla ricerca di presunte previsioni di eventi storici avvenuti a distanza di secoli; nel complesso, un esercizio di sfrenata ciarlataneria che ha dato luogo a manipolazioni, sia politiche sia commerciali. Quel che è certo è che, grazie allo stile enigmatico utilizzato da Nostradamus nelle sue Centurie, queste potevano essere applicate a episodi drammatici avvenuti decenni o addirittura secoli dopo: una profezia per ogni grande crisi della storia. Vediamone alcuni esempi. L’assassinio di Enrico IV Mentre percorreva in carrozza una strada parigina, Enrico IV fu attaccato da un fanatico che gli rimproverava le concessioni fatte alla minoranza protestante; il re morì poche ore dopo per le ferite di un pugnale. Nelle settimane precedenti l’assassinio a Parigi era circolata una quartina falsamente attribuita a Nostradamus, ma nessuno vi aveva prestato molta attenzione; dopo l’attentato, tuttavia, alcuni la interpretarono come una profezia. L’abolizione della monarchia francese La Rivoluzione francese, iniziata nel 1789, ha dato origine a molte associazioni con le quartine di Nostradamus. In un prologo alle Centurie, questi aveva fatto riferimento a un «rinnovamento del secolo» che sarebbe avvenuto nel 1792, proprio l’anno in cui fu abolita la monarchia e fu proclamata la repubblica. Un’altra quartina alludeva al «monaco nero in grigio dentro Varennes», un verso che è stato interpretato come un’allusione alla fuga di Luigi XVI nel 1791 e al suo arresto nella stessa città. L’incoronazione di Napoleone Bonaparte La folgorante ascesa di Napoleone all’incoronazione imperiale nel 1804 spinse molti a cercare presunte anticipazioni nelle Centurie di Nostradamus. Nel 1806 un medico di Montpellier pubblicò un pamphlet dal titolo eloquente: Napoleone I, imperatore dei francesi, predetto da Nostradamus. Una delle quartine che più facilmente potevano essere riferite a Napoleone era quella che alludeva a «un imperatore che nascerà vicino all’Italia / che sarà venduto a caro prezzo all’impero / Diranno con quanta gente si allea / che sembrerà loro meno un principe che un macellaio». Per capire chi fosse veramente Nostradamus e il significato delle sue profezie, bisogna collocarsi nel momento storico in cui visse. Il XVI secolo fu un’epoca di crisi e tensioni di ogni genere che i contemporanei vissero con vera angoscia, ed è alla luce di questo clima di sconvolgimenti e paure collettive che vanno comprese le Profezie di Nostradamus. Ad esempio, il Nuovo pronostico per l’anno 1558 descriveva dettagliatamente la visione della «spada di Dio splendente ed eterna» che avrebbe colpito attraverso pestilenze e carestie, mutazioni di regni e guerre. All’alba del 1558 un’epidemia proveniente dall’Africa sarebbe stata «così orribile e deplorevole» che «la maggior parte del mondo finirà per diminuire», e persino pochi uccelli avrebbero superato la morte. Un moto quasi perpetuo avrebbe portato terremoti, malattie, mari tinti di sangue, morte, rovina, terre aride, bufere di neve, atti crudeli, rotture di fedeltà, discordie e veleni mortali. Nostradamus predisse anche una ribellione popolare contro una regina. Nel 1560 Caterina de’ Medici, vedova di Enrico II e madre di tre figli che avrebbero regnato in successione – Francesco II, Carlo IX ed Enrico III – ricevette Nostradamus al castello di Blois. Ne approfittò per chiedergli l’oroscopo di uno dei suoi figli, il futuro Enrico III, che Nostradamus assicurò sarebbe diventato re, con grande gioia della sovrana. Cinque anni dopo Caterina, in giro per il Paese con la corte, volle visitare Nostradamus nella sua città di residenza, Salon-de-Provence. I due ebbero un lungo colloquio, anche se la predizione con cui Nostradamus deliziò la regina – che un ministro protestante, Gaspard de Coligny, sarebbe morto prima del re Carlo IX – non fu certo impressionante, dal momento che Coligny aveva quasi cinquant’anni e il monarca appena quindici. Coligny, in ogni caso, sarebbe stato assassinato dai suoi nemici cattolici la notte di San Bartolomeo del 1572. I mali predetti da Nostradamus preparavano il lettore al peggio: «I nostri guai non finiscono qui e non abbiamo ancora toccato il fondo…». Le disgrazie, nei presagi di Nostradamus, sembravano non avere limiti. Dal cielo sarebbero arrivati fuoco, piogge di sangue, fulmini che sarebbero entrati nel tempio «chiuso»…. L’arrivo di uno strano uccello sarebbe stato accompagnato da una terribile carestia, così grande «che l’uomo sarà antropofago». Dal cielo sarebbero scese
Meraviglie del mondo

Se le 7 meraviglie del mondo antico sono andate (quasi) tutte perdute, quelle del mondo moderno continuano a lasciare a bocca aperta i visitatori che le raggiungono da ogni angolo del globo. Opere architettoniche leggendarie, capaci di ammaliare oggi come ieri: dalla Piramide di Cheope, l’unica delle meraviglie del mondo antico a essere resistita fino ai nostri giorni, al romantico Taj Mahal, parte dell’elenco delle 7 meraviglie del mondo moderno, tutte le curiosità. 7 meraviglie del mondo antico: quali sono? Mastodontiche, per certi versi inimmaginabili per la civiltà contemporanea, sicuramente bellissime. Le sette meraviglie del mondo antico, oggi tutte distrutte eccetto la Piramide di Cheope, erano dei gioielli in Terra: la lista che le decretò venne redatta dai greci e dai romani che, nel III secolo a.C., stabilirono quali fossero le costruzioni architettoniche meritevoli di un tale riconoscimento. Tra queste, oltre alla sopracitata Piramide di Cheope, i Giardini Pensili di Babilonia, orti botanici terrazzati di rara bellezza; il Faro di Alessandria, i cui resti sono osservabili grazie a delle immersioni subacquee e, ancora, il possente Colosso di Rodi. Di seguito, l’elenco delle 7 meraviglie del monto antico: • Piramide di Cheope• Giardini Pensili di Babilonia• Statua di Zeus a Olimpia• Tempio di Artemide a Efeso• Colosso di Rodi• Mausoleo di Alicarnasso• Faro di Alessandria L’elenco delle 7 meraviglie del mondo moderno Chi ha stabilito l’elenco delle 7 meraviglie del mondo moderno? A guardar bene, un sondaggio internazionale lanciato in occasione delle Olimpiadi di Sidney del 2000: l’iniziativa, promossa dalla società NOWC, è stata lanciata dal giornalista Bernard Werber che, attraverso un referendum mondiale online, ha coinvolto la rete nell’eleggere le nuove sette meraviglie del mondo. Visto l’enorme successo, il sondaggio ha coinvolto 150 edifici architettonici e si è concluso solo sette anni dopo, il 7 luglio 2007. Le sette meraviglie del mondo moderno sono: • Grande Muraglia Cinese• Petra• Cristo Redentore• Machu Picchu• Chichén Itzá• Colosseo• Taj Mahal Quali sono le 7 meraviglie del mondo naturale? E sempre la NOWC, l’11 novembre 2011, ha annunciato l’elenco delle 7 meraviglie del mondo naturale. Non opere architettoniche, quindi, bensì luoghi in cui la natura si manifesta in tutta la sua ineguagliabile bellezza. Tra i vincitori non c’è neanche un sito europeo: per esempio il Cervino e il Vesuvio, unici luoghi a rappresentare l’Italia, non sono riusciti ad entrare nemmeno nell’elenco delle prime quattordici. Quindi, quali sono le sette meraviglie del mondo naturale? Eccole di seguito: • Amazzonia• Cascate dell’Iguazú• Monte della Mensola• Baia di Ha Long• Isola di Jejudo• Isola di Komodo• Fiume sotterraneo di Puerto Princesa Le curiosità sulle 7 meraviglie del mondo antico e moderno Per scoprire tutte le curiosità sulle 7 meraviglie del mondo antico e moderno, cosa le ha rese così celebri e le loro incredibili storie, scorri la gallery Related posts: Roma: Il centro storico Napoli: Il centro storico La sfinge Documenti di Isaac Newton La lettera di Cristoforo Colombo